Attualità

Banche dati, il Viminale riscrive l’identificazione di polizia

Un codice collega informazioni personali su condanne, precedenti penali, tratti biometrici, fisco e Schengen. Verifiche su strada con dispositivi mobili in dotazione a polizia di Stato, carabinieri e Guardia di finanza

di Ivan Cimmarusti

MINISTERO INTERNO PIAZZA DEL VIMINALE IMAGOECONOMICA

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Per anni, quando una persona entrava nel raggio delle forze dell’ordine, identificarla significava inseguirla dentro archivi diversi. Una sola identità, più verifiche. Adesso il ministero dell’Interno prova a spezzare questa logica complessa ricorrendo a un codice. Uno solo.

Si chiama Cui, Codice univoco identificativo. È la chiave destinata a collegare, nello stesso istante, tutto ciò che lo Stato conosce di una persona: dati anagrafici, impronte digitali, Dna, profili biometrici, precedenti di polizia, provvedimenti dell’Autorità giudiziaria, di pubblica sicurezza e prefettizi. Non più archivi distinti. Ma un’identità ricomposta, interrogabile da punti diversi e aggiornata a ogni nuova operazione.

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Progetto Police-One

È il cuore di Police-One, il grande restyling delle banche dati interforze coordinato dal Dipartimento della Pubblica sicurezza, con un ruolo strategico affidato alla Direzione centrale della polizia criminale. Non un semplice aggiornamento informatico, ma il tentativo di ridisegnare la macchina dell’identificazione: più rapida e integrata, meno esposta alla frammentazione che per anni ha costretto polizia, carabinieri e Guardia di finanza a inseguire la stessa persona dentro sistemi diversi.

Il problema è che anni di sviluppo stratificato hanno prodotto un’architettura informativa sempre più eterogenea: piattaforme vicine al fine vita, componenti monolitiche difficili da aggiornare, integrazioni non omogenee. Police-One nasce per rimettere ordine in questa complessità.

Il progetto, in attuazione del Regolamento di Prüm II, vale 82,7 milioni di euro: 50,5 milioni arrivano dal Programma operativo complementare “Legalità” 2014-2020, 22,7 milioni sono a carico del Viminale, altri 9,4 milioni coprono la manutenzione ordinaria con fondi dell’Amministrazione.

Dispositivo mobile per gli agenti in strada

Il punto di approdo ha un nome tecnico: Cir, Common identity repository. Una sigla fredda, quasi opaca. Il principio, però, è semplice: sarà il contenitore in cui confluiranno estratti dei dati riferiti a una persona. Dal ministero della Giustizia arriverà l’indicazione di una condanna; dallo Sdi, il Sistema di indagine, un precedente di polizia; da Afis-Abis impronte digitali, impronte palmari e immagini del volto. Poi il codice fiscale e altri dati finanziari dell’agenzia delle Entrate, la patente della Motorizzazione civile, il riscontro anagrafico dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente, la validità dei permessi di soggiorno e la presenza, o meno, nella Banca dati nazionale del Dna.

A quel punto un soggetto potrà essere cercato da qualunque lato lo si prenda: nome, documento, impronta, volto, tratto biometrico, profilo genetico. E quell’identità non resterà ferma. Si aggiornerà automaticamente dopo ogni operazione di polizia o modifica dei dati anagrafici e documentali. È qui che il sistema cambia natura: non un archivio più grande degli altri, ma una piattaforma capace di saldare frammenti che finora potevano restare separati.

Il cambiamento, però, non si consuma soltanto nei server. Arriva in strada. Durante un controllo, un agente della polizia di Stato, un militare dei carabinieri o della Guardia di finanza potrà usare un dispositivo mobile per verificare in tempo reale l’identità biometrica di una persona e leggere le informazioni di polizia associate a quel soggetto. È un passaggio operativo decisivo: rende molto più arduo il ricorso alle false generalità o il rifiuto di fornirle.

Il risvolto investigativo è immediato. Basti pensare ai latitanti mafiosi capaci per anni di muoversi sotto mentite spoglie. Come Matteo Messina Denaro, che in Sicilia attraversava i posti di blocco con il nome di Andrea Bonafede. Con un’identità biometrica collegata in tempo reale alle banche dati, il margine per nascondersi dietro un nome falso si restringe. E un controllo ordinario può diventare il punto in cui una latitanza si incrina.

Interpol e Schengen

Police-One non si ferma ai confini nazionali. È progettato per agganciare i circuiti europei e internazionali, da Interpol a Schengen, Prüm II (sistema europeo per lo scambio automatizzato di dati di polizia) ed Eurodac (database biometrico centralizzato dell’Unione europea).

Già oggi il Sistema informativo nazionale Schengen, Nsis, e la componente internazionale Sis – la piattaforma attraverso cui gli Stati europei si scambiano segnalazioni su persone di interesse operativo – interrogano, tra gli altri, il ministero degli Esteri, con volumi in forte crescita. Su questa infrastruttura si innesta ora un nuovo strumento previsto da Police-One: l’Esp, European search portal: una porta di accesso per interrogare contemporaneamente i grandi sistemi europei. Ingressi e uscite, visti, autorizzazioni ai viaggi, dati biometrici, casellari giudiziali dei cittadini di Paesi terzi.

Insomma, dove prima servivano più verifiche, il sistema punta a costruire una sola interrogazione. Più rapida. Più ampia. Più leggibile per chi deve decidere sul campo.

Riproduzione riservata ©
  • Ivan Cimmarustigiornalista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Sicurezza, giudiziaria, inchieste, giustizia tributaria

    Premi: Nel 2011 tra i vincitori del Premio Internazionale Antimafia Livatino-Saetta

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