Assolutamente. È il settore privato a vedere immediatamente gli effetti delle politiche governative e a comprendere meglio come funzionano le cose nella realtà. È molto utile ascoltarne opinioni, suggerimenti e preoccupazioni. Ed è quello che stiamo facendo.
C’è chi crede che la Wto non sia più in grado di raggiungere accordi generali e che a questo punto sarebbe meglio procedere con trattati regionali. Questo non marginalizzerebbe la Wto?
Per nulla. Quasi tutto ciò che abbiamo qui alla Wto è cominciato non a livello multilaterale, ma con accordi regionali, bilaterali o plurilaterali. Perché è più facile negoziare tra pochi Paesi. Se questi accordi funzionano bene, vengono portati alla Wto, e se accettati da tutti, diventano accordi multilaterali. I negoziati bilaterali o regionali non sono in competizione con quelli multilaterali, li completano.
Come si affronta il problema delle persone che perdono il lavoro a causa della globalizzazione?
L’80% dei posti persi oggi, non è perso a causa delle importazioni o di qualche sorta di forza straniera. Sono posti persi a causa dell’evoluzione delle tecnologie, che sostituiscono i lavori tradizionali. Da un lato si perdono posti, dall’altra se ne creano di nuovi. Oggi c’è però un grande scarto tra le opportunità che esistono nell’economia e le competenze della forza lavoro. Il problema è che il lavoratore che perde il posto non necessariamente ha le competenze richieste per svolgere gli impieghi che si creano nei settori più dinamici dell’economia. Negli Usa, otto milioni di posti restano vacanti semplicemente perché le aziende non riescono a trovare personale con le competenze necessarie. Secondo Dell, l’80% dei posti che saranno creati entro il 2030, oggi non è ancora stato inventato. Il mondo e il mercato del lavoro cambiano in modo radicale. L’unico modo per adattarsi è fornire alla forza lavoro le competenze necessarie per la prossima fase della rivoluzione industriale. Serve una strategia a lungo termine, un impegno a lungo termine. Ma c’è una discrepanza tra i tempi della politica e quelli dell’economia. I politici guardano alle prossime elezioni. E questo tipo di impegno non dà risultati dal giorno alla notte, ha tempi più lunghi. Allora è più facile dare la colpa alle importazioni, alla globalizzazione o a qualsiasi cosa che non abbia nulla a che vedere con quello che i politici possono davvero fare.