Autovelox: a rischio 6 dispositivi su 10. Ma è scontro sui numeri
Botta e risposta tra il ministero delle Infrastrutture e l'Associazione dei Comuni italiani sui dispositivi di rilevamento della velocità. Il Mit: completare il tracciamento; l'Anci: dati già disponibili. La controreplica di Porta Pia: dati poco chiari
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Sei autovelox su dieci rischiano di essere spenti se lo schema di decreto preparato dal ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini e congelato qualche settimana fa dovesse arrivare in porto. L'allarme si legge in controluce nei numeri dell'Anci dopo che a mezzo stampa il dicastero di Porta Pia ha sollecitato il tracciamento chiesto agli enti locali nei giorni scorsi. Sui quali nelle ultime ore si è consumato un intenso botta e risposta tra il Mit e l'associazione che rappresenta i Comuni italiani. Ma andiamo per ordine.
Secondo i dati forniti dal presidente e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi “da una prima lettura dei dati al netto di qualche caso in cui si presentano dei decreti integrativi o estensivi, emerge come per i dispositivi fissi circa il 59,4% dispongono di decreti di approvazione precedenti al 2017 e per un 40,6% successivi al 2017, mentre sui dispositivi mobili il dato mostra per un 67,2% decreti di approvazione precedenti al 2017 e un 32,8% successivi al 2017 e sui cui dettagli tecnici gli uffici dell'Anci rimangono a disposizione per ogni eventuale approfondimento e confronto”.
L'impatto
Ma cosa implicano queste cifre? Per cogliere il senso dei numeri forniti da Anci bisogna fare un passo indietro e recuperare quel provvedimento sugli autovelox che predisposto dal Mit aveva già preso la strada della Commissione europea così come dispone la procedura Tris prima di essere congelato. E in particolare l'articolo 6 che recita: “I dispositivi o sistemi approvati secondo quanto previsto dal decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 13 giugno 2017, n. 282, essendo conformi alle disposizioni dell'allegato tecnico, sono da ritenersi omologati d'ufficio”. E gli altri? “Tutti gli altri dovranno seguire una procedura tassativa con la disattivazione fino al completamento delle stesse, che prevedono che il titolare dell'approvazione di un dispositivo o sistema approvato prima dell'entrata in vigore del decreto possa richiedere l'omologazione integrando la documentazione, presentata in occasione dell'approvazione, entro il termine di sei mesi dall'entrata in vigore del decreto”. Sovrapponendo i numeri di Anci alle regole potenzialmente approvate significherebbe che quasi il 60% dei dispositivi fissi dovrebbero essere spenti “solo l'azienda potrebbe chiedere una omologazione con tempi tecnici lunghi però presso il Ministero”, spiega Altamura, comandante della Polizia Municipale di Verona e componente del Tavolo di Coordinamento sulla sicurezza stradale ed urbana presso Anci. Per i dispositivi mobili la percentuale aumenta e arriva a sfiorare quasi il 70% dei dispositivi in circolazione. E quindi cosa fare? Altamura rinnova l'invito a risedersi intorno a un tavolo come già fatto in passato: “Il decreto è stato sospeso, Anci sta comunicando i dati, vogliamo tornare ad un tavolo tecnico oppure togliere di mezzo centinaia di apparati di controllo velocità? - chiosa -. L'elevata velocità è causa di incidenti gravi e gravissimi e noi dobbiamo usare i dispositivi disponibili nel modo più corretto possibile”.
La giurisprudenza
Ma non solo. Altamura segnala anche che dopo i molti interventi della Cassazione, l'ultimo dei quali poco più di un mese fa (sentenza 10365/2025 depositata il 14 marzo scorso) nelle quali viene ribadito che l'omologazione dei dispositivi è separata dall'approvazione ed è anche indispensabile per irrogare le multe, “non c'è stata nessuna ondata di migliaia di ricorsi nelle varie città e anzi, abbiamo città dove giudici di pace e tribunali stanno dando ragione alle polizie locali” confermando la legittimità delle multe. Altamura lo sottolinea più volte: “Siamo noi i primi a volere ordine e garanzie, siamo dalla parte della legalità”.
Il botta e risposta
Il botta e risposta tra Salvini e Anci si è consumato tutto a mezzo stampa. “Alla luce delle recenti sentenze della Corte di Cassazione sui requisiti di approvazione ed omologazione - ha scritto il ministro in una lettera indirizzata all'Anci e anticipata a mezzo stampa - l'accertamento del numero dei dispositivi effettivamente utilizzati e del relativo regime di approvazione rappresenta una condizione necessaria e un presupposto indefettibile per poter riavviare il procedimento relativo all'adozione del decreto interministeriale sulle regole di omologazione dei medesimi”. La replica dei Comuni però non si è fatta attendere. “L'Anci ha già provveduto alla ricognizione circa i dispositivi e i relativi prototipi approvati dal Ministero Infrastrutture e Trasporti pre2017, al fine di avere a disposizione un campione di dati rappresentativi dei Comuni italiani distinguendo tra specificità territoriali e dispositivi fissi e mobili di controllo della velocità a distanza”, ha chiosato Manfredi. A distanza poi di qualche ora è arrivata la controreplica del ministero: “Nel ringraziare Anci per i dati preliminari forniti in merito alla presenza di dispositivi fissi e mobili riconducibili ai decreti di approvazione pre e post 2017, ciò che auspica il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti non è una percentuale ma un numero chiaro e inequivocabile”, ribatte il dicastero di Salvini un una nota. “Quanti sono gli autovelox e dove sono installati? Il ministro Matteo Salvini ha auspicato un vero e proprio censimento dei dispositivi installati su base nazionale, regionale e locale, in relazione ai diversi regimi di approvazione”. Perché, prosegue il comunicato “in assenza di un quadro statistico completo e dettagliato, è difficile capire come intervenire in modo concreto e ragionevole per prevenire comportamenti scorretti alla guida”. Palla al centro.









