Autostrade, che cosa c’è dietro i rincari bloccati e i rimborsi per le code
Non è tutto oro quel che luccica: dietro i benefici concessi agli utenti, restano i problemi causati dal degrado della rete. Che porterà anche futuri rincari
di Maurizio Caprino
6' di lettura
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Doveva essere il momento della verità per i rincari delle tariffe autostradali e il rimborso dei pedaggi per le troppe code causate da cantieri. Doveva arrivare il 1° gennaio. E invece si fa perlopiù attendere: è scattata solo la possibilità di cashback per l’unico gestore che lo prevede, Autostrade per l’Italia (Aspi) e i soldi arriveranno a breve. Il rinvio per tutti gli altri non è un caso. Le due partite (rimborsi e rincari) sono legate e s’intrecciano con il degrado e l’obsolescenza della rete causati anche da decenni di manutenzioni omesse o carenti.
Di qui i tanti cantieri aperti dall’autunno 2019 su molte autostrade italiane, destinati ad avvicendarsi per buona parte di questo decennio. Ed è da questo che nascono i cashback generalizzati proposti dal ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini e osteggiati da tutti i gestori tranne Aspi (che sta per passare dal controllo dei Benetton a quello statale).
Quindi, data la loro indisponibilità a riconoscerli volontariamente, l’unica chance è farglieli “digerire” nelle trattative per i nuovi Pef, i piani economico-finanziari che ogni cinque anni fissano investimenti, altri costi e relative coperture anche in base al traffico previsto e - appunto - ai pedaggi. Piani tutti in ritardo.
Perché piani e tariffe sono bloccati (e i pochi rincari 2022)
È dal rincaro del 2018 che le tariffe sono bloccate sulla maggior parte della rete italiana, per varie partite spesso legate tra loro: manutenzioni omesse o carenti emerse dopo il crollo del Ponte Morandi, nuovo sistema tariffario, concessioni scadute o da ricontrattare, contenziosi vecchi e nuovi, emergenza Covid.
Così anche i rincari scattati il 1° gennaio 2022 riguardano solo due tra i pochi concessionari il cui Pef è pienamente operativo:


