Autonomia differenziata in sanità: Gimbe: «cure essenziali a rischio»
Le profonde differenze tra Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria su liste d’attesa, mobilità sanitaria e personale secondo la Fondazione aumenterebbero acuendo disuguaglianze e ricorso al privato
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Dal rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), cioè le cure che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a erogare gratuitamente o dietro pagamento del ticket a tutti i cittadini, alla mobilità sanitaria che porta ad attrarre o a “perdere” pazienti. Dalla percentuale di rinuncia alle prestazioni da parte dei cittadini, motivata anche dalle liste d’attesa, alle forti differenze sui numeri del personale, a cominciare dai medici di famiglia e dagli infermieri. Le quattro Regioni che puntano a ottenere l’autonomia differenziata in sanità - Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria - mostrano profonde differenze, che le “maggiori competenze” previste dalla riforma rischierebbero di acuire, “aumentando disuguaglianze di accesso e privatizzazione”. Lo ha rilevato la Fondazione Gimbe nell’audizione, presso la Commissione Affari costituzionali del Senato, sugli schemi di pre-intesa per l’autonomia differenziata.
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Equità a rischio
«Le competenze richieste dalle Regioni - tariffe regionali differenziate, gestione autonoma delle risorse statali per edilizia sanitaria e tecnologie, istituzione di fondi sanitari integrativi regionali, maggiori margini per assunzioni di personale e prestazioni aggiuntive e riallocazione di risorse nazionali vincolate - potrebbero produrre effetti rilevanti sull’equità e sull’uniformità del Servizio sanitario nazionale”, evidenzia la Fondazione.
«La criticità - ha dichiarato il presidente Gimbe Nino Cartabellotta - non è l’autonomia amministrativa in sé, ma il contesto in cui si vorrebbe applicarla. Trasferire ulteriori competenze sanitarie a Regioni che già oggi partono da condizioni molto diverse significa intervenire su un Servizio sanitario nazionale segnato da sottofinanziamento, persistenti difficoltà nel garantire i Lea e crescente ricorso alla spesa privata. In questo scenario, le stesse competenze richieste possono produrre effetti molto diversi a seconda della capacità organizzativa, amministrativa e finanziaria delle singole Regioni: senza adeguati meccanismi di garanzia e perequazione il rischio è che l’autonomia differenziata rafforzi ulteriormente chi è già più forte e renda ancora più difficile colmare i divari esistenti», ha spiegato ancora.
«Del resto, la stessa Corte Costituzionale ha chiarito con le sentenze 192/2024 e 10/2025 che l’autonomia differenziata richiede una rigorosa istruttoria, funzione per funzione, e adeguate garanzie di uniformità dei diritti sull’intero territorio nazionale. In assenza di queste condizioni, il rischio non è soltanto di ampliare le diseguaglianze nell’accesso alle cure, ma anche di legittimarle», ha proseguito Cartabellotta.
Aspettare i Lep
Per questo la Fondazione Gimbe ha chiesto di sospendere l’iter o di subordinarlo a una moratoria «fino alla definizione dei Lep sanitari, alla quantificazione dei relativi costi standard e all’adozione di un sistema nazionale di monitoraggio dell’impatto delle maggiori autonomie su salute, accesso ed equità», ha proposto Cartabellotta al termine dell’audizione.







