Analisi

Auto e costo totale del possesso: ecco la nuova arma cinese per vincere nelle flotte aziendali

Secondo un’analisi di AgitaLab, l’aumento dei listini europei ha aperto le porte ai costruttori cinesi nel settore delle flotte. Per contrastare i rincari e mantenere invariato il Tco, l’88% delle aziende ha infatti modificato le proprie car list, preferendo la stabilità dei costi operativi al mantenimento degli standard precedenti in fatto di marca e modelli

Pier Luigi del Viscovo

La nuova Leapmotor A10. In italia si chiamerà B03X mariocianflone photo

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L’industria automobilistica europea ha agevolato l’ingresso dei costruttori cinesi nel mercato delle flotte e ha gettato le basi per ridurre i volumi totali di questo segmento di mercato. È quanto ha indicato un campione rappresentativo degli addetti ai lavori, sollecitato dal think tank AgitaLab. Di fronte all’aumento dei listini e delle dotazioni di bordo intervenuto negli ultimi anni, le car list delle imprese, dove gli assegnatari di company car scelgono la prossima auto, si sono adeguate. Secondo l’88% dei rispondenti, hanno puntato a mantenere invariato il Tco (Total cost of ownership, che include sia il canone di noleggio che i costi di esercizio). Appena il 12% ritiene che le aziende abbiano assorbito l’aumento dei costi, pur di lasciare inalterate le car list.

Sul “come” le imprese stiano tenendo basso il Tco il campione si è diviso quasi a metà. Il 46% indica che la scelta stia andando verso marchi cinesi, piacevoli, ben equipaggiati e con un prezzo di listino decisamente aggressivo, anche se i noleggiatori qualche prudenza sui valori residui la stanno tenendo, per evitare sorprese tra qualche anno. La portata di tale cambiamento non è marginale per i costruttori incumbent. Lasciano una porta aperta ai nuovi concorrenti, proprio nel segmento che per loro è più vitale. Le flotte, attraverso la formula del noleggio, consentono di addolcire quelle ansie da prodotto sconosciuto e in più assicurano un turnover che è meno della metà di quello dei privati.

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Il 42% invece ritiene che la via seguita per contenere i costi sia di abbassare la categoria delle vetture, per cui chi girava con una di segmento D potrebbe adesso dover optare per una compatta di segmento C. Questa operazione è potenzialmente dannosa. Se l’auto aziendale, di categoria inferiore, non assolve più alla funzione di auto di famiglia, il driver potrebbe valutare di scambiarla con altri benefit. Specie se anche il trattamento fiscale lo penalizza. Sulla carta mantieni la quota, ma la torta diventa più piccola: non sembra un grande affare.

La causa prima di questo innalzamento dei listini è stato il cambio di strategia delle case auto. Dopo aver inseguito per oltre vent’anni i volumi e la saturazione degli impianti, peraltro mai andata oltre il 60/70%, dalla crisi dei chip post-Covid hanno spostato il focus sui margini industriali. Come? Alzando i prezzi. Il valore medio al netto degli sconti delle auto immatricolate uso noleggio è passato dai 22mila euro del 2019 ai 32mila dello scorso anno. Un’altra spinta in tal senso l’ha data la normativa che impone alcune dotazioni anche su vetture utilitarie, con ulteriore aggravio di costi e conseguente ricaduta sui prezzi.

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