Conciliazione vita lavoro

Asili nido, la partecipazione dei bambini sale al 35,5%. Ma ci superano Spagna e Francia

Ricerca comparata della Fondazione Agnelli: con il Pnrr cresceranno i posti, ma dal 2021 al 2027 i bambini sotto i tre anni caleranno dell’8,5 per cento.

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

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In parte è l’ennesimo frutto amaro della denatalità. In parte sono i divari socio-territoriali che nonostante il Pnrr continuano a essere presenti nel nostro Paese. Fatto sta che l’Italia continua ad avere una delle partecipazioni più basse ai servizi per la fascia d’età sotto i 3 anni. E continua anche, complici i problemi strutturali del mercato del lavoro e altre barriere d’ingresso, a penalizzare l’accesso agli asili nido dei figli di genitori in situazione di svantaggio economico e lavorativo, fragilità sociale, retroterra migratorio. Il tutto accentuando le distanze con i principali paesi competitor e facendosi scavalcare anche dalla Spagna.

Il rapporto della Fondazione Agnelli

Insomma equità e qualità dei servizi restano il tallone d’Achille del nostro sistema di servizi educativi dell’infanzia. A evidenziarlo, in attesa di vedere i primi effetti delle misure del Pnrr, è una ricerca comparativa sui servizi educativi per l’infanzia in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Italia, promossa dalla Fondazione Agnelli e realizzata da un gruppo di ricercatori nazionali e internazionali, coordinati da Francesca Bastagli (responsabile per la Ricerca, Fondazione Agnelli) ed Emmanuele Pavolini (professore di Sociologia economica, università degli studi di Milano).

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Aumenta la partecipazione

L’obiettivo fissato dall’Ue per il 2030 di almeno il 45% di partecipazione è ancora lontano, se si considera che per il 2025 in Italia è del 35,5%, secondo i dati EU-SILC che la misurano in tutta l’Ue. Sono dati in crescita, ma ancora insufficienti. La Francia è vicina al 60%, la Spagna al 55%, la Germania è circa al livello italiano, con la differenza che il modello tedesco prevede congedi familiari di 12-14 mesi, generosamente sussidiati, e perciò i bambini cominciano ad andare al nido a un anno compiuto.

Crescono i divari

Tuttavia, al crescere della partecipazione, i divari paradossalmente crescono, specie se consideriamo la forbice tra le famiglie della fascia di reddito più alta e della fascia di reddito più bassa, che in venti anni è più che raddoppiata a favore delle primi: la differenza era di 7,5 punti percentuali nel 2005-6, allorché la partecipazione complessiva era ancora inferiore al 25%, ma è salita a 19 punti nel 2023-4, quando circa 35 bambini su 100 di quell’età frequentavano l’asilo nido o servizi assimilabili.

Il numero di posti

Anche se guardiamo l’altro indicatore, vale a dire il numero di posti per i servizi sotto i tre anni, l’Italia è indietro: secondo l’Istat, nel 2023-24, siamo a circa 32 posti su 100 bambini. Erano il 30% l’anno precedente, il 25,5% nel 2018-19 e 22,4% nel 2013-14, primo anno della rilevazione Istat. Molto si attende dal Pnrr che ha investito oltre 4 miliardi per realizzare, a fine piano, quasi 184mila posti, di cui circa i due terzi per i bambini sotto i tre anni. Ma nello stesso arco di tempo un peso lo avrebbe anche la denatalità: sempre secondo Istat la diminuzione della popolazione sotto i tre anni dal 2021 al 2027 risulterà molto importante: - 8,5 per cento.

La spesa

Sicuramente c’è una questione di spesa pubblica. In percentuale sul Pil Francia e Germania hanno valori più alti, 3,4%. L’Italia, insieme a Inghilterra e Spagna, si attesta intorno al 2,0%. Rispetto a venti anni prima, si tratta dell’incremento percentuale più modesto (+0,2), mentre è la Spagna che ha avuto quello più significativo.

Le barriere d’accesso

Secondo la ricerca, da noi, ci sono poi diverse barriere d’accesso. La prima è economica: mentre la scuola dell’infanzia è praticamente gratuita, negli asili nido le rette a carico dell’utenza possono essere elevate, soprattutto nei servizi privati. Un nodo sono anche i criteri d’accesso. Come ricorda l’Istat il lavoro di entrambi i genitori è un criterio considerato dal 94% dei comuni, mentre quasi la metà gli assegna il punteggio massimo per l’accesso al nido. Ciò quindi potrebbe essere uno svantaggio alla nuova occupazione femminile. Un altro ostacolo è la qualità: con l’aumento dei posti che arriverà con il Pnrr si stima che nei prossimi anni dovrebbero essere necessari 25mila nuovi educatori.

Le ricette necessarie

«Per aumentare la partecipazione dei bambini e ridurre le disuguaglianze non è sufficiente un’espansione dei posti - ha evidenziato Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli -. Occorrono politiche rivolte ai criteri di accesso ai servizi, alla riduzione del gap fra congedo parentale e garanzia del posto, alla riduzione delle rette per le famiglie a più basso reddito, a meccanismi di monitoraggio e valutazione costanti».

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