Spazio

Artemis II, rientrata con successo la prima missione attorno alla Luna dal 1972

La navicella che ha portato quattro astronauti nell’orbita lunare è ammarata vicino a San Diego dopo una manovra complessa ad altissime temperature

di Marco Valsania

L'astronauta della NASA Victor Glover, pilota di Artemis II, e l'astronauta della NASA Christina Koch, specialista di missione di Artemis II, reagiscono mentre sono seduti su un MH-60 Seahawk della Marina Militare appartenente all'Helicopter Sea Combat Squadron (HSC) 23 sul ponte di volo della USS John P. Murtha dopo che loro e i compagni di equipaggio sono stati recuperati dalla navicella Orion in seguito all'ammaraggio nell'Oceano Pacifico al largo della costa della California, Stati Uniti, il 10 aprile 2026. NASA/Bill Ingalls/Handout via REUTERS    QUESTA IMMAGINE È STATA FORNITA DA UNA TERZA PARTE via REUTERS

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Sono in «ottime condizioni» i quattro astronauti di Artemis II, il primo equipaggio a completare una missione attorno alla Luna dal 1972 durante la quale si è spinto a distanze record dalla Terra. A confermarlo è stata direttamente la Nasa. «Che viaggio» è stato il primo commento del comandante di Artemis II, Reid Wiseman, appena dopo l’ammaraggio di successo della navicella Orion al largo della costa della California.

Artemis II, rientrata sulla Terra la capsula con gli astronauti: il video dell'ammaraggio

Un viaggio che ha battuto il precedente record stabilito dall’Apollo 13 nel 1970, arrivando a 252.756 miglia dalla Terra, 4.100 miglia più lontano. Gli astronauti hanno potuto anche studiare una parte della Luna mai prima osservata e assistere ad una eclisse solare di 53 minuti.

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Una foto fornita dalla National Aeronautics and Space Administration (NASA) mostra la navicella spaziale Orion della NASA, denominata «Integrity», mentre scende con il paracadute nell’Oceano Pacifico, il 10 aprile 2026. La missione, con a bordo gli astronauti della NASA Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota) e Christina Koch (specialista di missione), nonché l'astronauta della CSA (Agenzia spaziale canadese) Jeremy Hansen (specialista di missione), ha completato un sorvolo della Luna ed è tornata sulla Terra. EPA/BILL INGALLS / NASA HANDOUT SOLO PER USO EDITORIALE/NON IN VENDITA

L’ammaraggio è avvenuto senza ostacoli alle 6,07 ora locale (le le 2,07 di notte italiane) di venerdì nell’oceano Pacifico vicino a San Diego. Personale Nasa e sommozzatori specializzati della marina hanno rapidamente raggiunto a bordo di piccole imbarcazioni e agganciato la navicella Orion, che ha galleggiato in posizione eretta, aprendo il portellone, effettuando i primi controlli medici e aiutando gli astronauti a uscire per essere poi trasportati, uno ad uno, in elicottero sulla vicina nave di supporto. Successivamente Orion è trasta trainata e issata a bordo dellla nave, la USS John P. Murtha,

dove sono salutati dal direttore della Nasa, Jared Isaacson. Gli astronauti, al termine di ulteriori controlli, saranno poi trasferiti al Johnson Space Center di Houston.

La navicella spaziale Orion della NASA mentre le squadre di recupero lavorano per metterla in sicurezza prima del trasferimento dei membri dell'equipaggio di Artemis II sulla USS John P. Murtha nell'Oceano Pacifico al largo delle coste della California, il 10 aprile 2026. NASA/Joel Kowsky/Foto fornita tramite REUTERS QUESTA IMMAGINE È STATA FORNITA DA UNA TERZA PARTE. È OBBLIGATORIO CITARE LA FONTE.

La storica missione è durata dieci giorni, o per l’esattezza 9 giorni, un’ora e 32 minuti dal decollo al rientro. Ha rappresentato un passo cruciale per il ritorno di astronauti a calcare anche il suolo lunare, un’avventura prevista dalla Nasa per il 2028 e che, nei piani del governo, è preludio alla costruzione di una vera e propria base. Orion ha incontrato alcuni problemi di comunicazione e in servizi sanitari, ma i sistemi chiave, di supporto vitale e di propulsione hanno superato i test promettendo nuove missioni.

La navicella Orion è costruita per l’agenzia spaziale anzitutto Lockheed, ma con il modulo di servizio (elettricità, propulsione e sistemi vitali) realizzato dall’Agenzia Spaziale Europea. E’ attrezzata per l’esplorazione dello spazio profondo, parte del programma Artemis diretto alla Luna e oltre. Al contrario il Crew Dragon di SpaceX di Elon Musk, più piccolo, agile e addetto anzitutto a una sorta di servizio di taxi spaziale, per orbite basse e collegamenti con la Stazione Spaziale Internazionale. Orion, del 57% più grande rispetto alle originali navicelle Apollo della Nasa, è in particolare in grado di sostenere temperature elevatissime al rientro nell’atmosfera terrestre.

Capsula Orion ammarata, missione compiuta per Artemis II

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Le fasi dell’atterraggio

L’equipaggio della missione era composto dagli statunitensi Christina Koch, Victor Glover e Reid Wiseman (il comandante), insieme al canadese Jeremy Hansen. Il rientro è avvenuto con una complessa procedura definita “skip reentry”, ovvero rientro “a rimbalzo”. Si tratta di un’operazione in due fasi in cui la navicella entra nell’atmosfera, risale leggermente e poi rientra di nuovo. Questo permette di ridurre lo stress sugli astronauti e di migliorare la precisione della traiettoria con una decelerazione controllata. Nella fase finale si sono poi aperti i paracadute, tre gli ultimi, per consentire l’ammaraggio nell’oceano.

Otto minuti “di fuoco”

Il momento più delicato è considerato l’impatto con l’atmosfera. La capsula ha raggiunto una velocità prossima ai 40mila chilometri orari (per l’esattezza un massimo di 24.661 miglia orarie, seconda solo a quella di Apollo 10 nel 1969), pari a quasi 11 chilometri al secondo, generando una nube di plasma con temperature di fino a 2.700 gradi. Lo scudo protettivo realizzato per la missione è incaricato di disperdere questo calore per circa otto minuti, la durata della fase più critica in cui si interrompono anche tutte le comunicazioni con il quartier generale della missione a Houston in Texas. Superato il momento più delicato, a circa 7.500 metri di quota si apriranno i paracadute frenanti, che hanno portato la capsula ad una velocità di rientro di meno di 30 km/h al momento dell’impatto con l’acqua.

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