Gli Usa passano all’incasso: inizia la ritirata
Per giungere a questo accordo “unidirezionale” di formidabile interesse per gli Usa, l’Amministrazione americana aveva abilmente utilizzato a fini commerciali la sua battaglia contro l’evasione fiscale, dapprima con la lotta alla mafia e in un secondo tempo puntando il riciclaggio del provento di illeciti penali e fiscali.
Il modello applicato contro il sistema bancario svizzero è la dimostrazione di questa lungimirante strategia commerciale. Già nel 1973, mediante un Trattato sulla cooperazione bilaterale in materia penale, la Svizzera - allora scrigno inviolabile di capitali di ogni origine - venne costretta a fornire informazioni e documenti anche in materia fiscale, nella misura in cui fossero serviti a favore di procedimenti utili contro le organizzazioni mafiose negli Stati Uniti. Questo successo Usa venne astutamente dribblato dalle autorità svizzere, che non fornirono mai assistenza, fondandosi su questo Trattato. L’Amministrazione Usa non si diede per vinta, scatenando dapprima misure giudiziarie contro le banche svizzere, accusate di avere favorito autori di insider trading. Pesanti situazioni conflittuali vennero poi superate, costringendo il Parlamento svizzero a votare norme contro l’insider trading, denominate, non a caso, “Lex americana”. Ma l’ariete Usa picchiò ancora più forte il 1° luglio 2008, quando avviò una procedura contro l’Ubs, accusandola di avere favorito l’evasione fiscale da parte di numerosi contribuenti Usa. In realtà, la procedura venne avviata anche contro Lgt, la banca del Principe del Liechtenstein, che però riuscì a trarsi d’impiccio, uscendo immediatamente dalla scena. Per contro, le pesanti minacce nei confronti di Ubs condussero addirittura il Parlamento svizzero a votare un Accordo con gli Stati Uniti, definito “Accordo Ubs”, in base a quale si facilitava la consegna del nominativo di migliaia di clienti sospettati di evasione fiscale in danno degli Usa. Nel frattempo fioccarono pesantissime multe, non soltanto nei confronti di Ubs, ma anche nei confronti delle altre principali banche svizzere, totalizzando una decina di miliardi, di cui il Credit Suisse, il 19 maggio 2014 pagò 2,6 miliardi.
Questa “tecnica” servì da apripista per Francia, Italia, Olanda e Germania che, a traino, applicarono pesanti multe in danno delle banche svizzere.
Il contrasto (a senso unico) al riciclaggio
Il 14 luglio 1989, festa nazionale francese, ancora una volta la locomotiva Usa aveva convinto l’Ocse a creare un’agenzia specializzata antiriciclaggio, denominata Gafi/Fatf (Group d’Action Financière / Financial Action Task Force). L’allora presidente della Commissione Ue, Jacques Delors, dichiarò pubblicamente che, grazie alle 40 Raccomandazioni antiriciclaggio adottate in quell’occasione, «si otteneva finalmente uno strumento per combattere l’evasione fiscale». Con questo strumento si riuscì in definitiva a includere anche i reati di carattere fiscale nella categoria dei reati a monte del riciclaggio. Anche qui però, a senso unico, poiché le norme sempre più rigorose dell’Ocse e dell’Unione europea sull’identificazione degli aventi diritto economico delle istituzioni finanziarie, negli Stati Uniti non hanno trovato applicazione. Anche le rogatorie amministrative raggruppate, al limite di una fishing expedition, viaggiano sempre verso gli Usa, più raramente sulla rotta inversa.
Le web tax nazionali e le minacce del Trump 1
L’ormai insanabile divergenza di fini tra Usa e resto del mondo in materia fiscale è emersa però con forza sul tema strategico della tassazione delle big-tech, quella web tax che già a metà del decennio scorso, vista l’opposizione di Washington, aveva preso una deriva “nazionale”. Dall’India, tra i primi ad applicarla, all’Ungheria (2017), la miccia divampò quando prima la Francia (2019) e subito dopo l’Italia annunciarono il varo di un’imposta autoctona” sui servizi digitali. Fu allora che Trump, proprio come oggi, scatenava il rappresentante del Commercio contro tutti gli adopter di quella che fu vista come una violazione di sovranità fiscale, minacciando dazi altissimi contro l’industria alimentare d’oltreoceano.