Studio Intesa Sanpaolo

Arredo e design, l’Italia è leader in Europa con 26,7 miliardi

Nonostante il contesto di incertezza, lo studio di Intesa Sanpaolo prevede anche per il 2026 un leggero aumento, grazie al traino del settore immobiliare e alla ripartenza attesa per la seconda metà dell’anno

di Giovanna Mancini

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Lo scenario per il 2026 rimane incerto, con diverse possibili evoluzioni a seconda di quanto durerà la guerra in Iran e, soprattutto, la chiusura dello stretto di Hormuz, con tutte le possibili conseguenze sull’economia mondiale. Tuttavia, il settore dell’arredo e del design italiano affronta questa ennesima crisi partendo da un punto di forza competitivo: un fatturato di 26,7 miliardi di euro nel 2025 che conferma non solo la leadership europea dell’Italia in questo comparto (la Germania segue, al secondo posto, con una produzione del valore di 21,7 miliardi), ma anche la sua dinamicità dato che l’industria italiana del mobile ha chiuso l’anno con una leggera crescita (+0,5%) dopo il rallentamento seguito al bienno post-Covid, mentre i principali competitor hanno perso ulteriormente terreno, con la Germania che ha segnato -2,9%, la Polonia -0,3% e Francia -4,5%).

Il ruolo (e le incognite) dei mercati esteri

Determinante, per la crescita del 2025, è stato il contributo dei mercati esteri, accanto al solido presidio del mercato interno, confermato da una bilancia commerciale tra le più elevate della manifattura italiana, con 8,4 miliardi di euro di avanzo commerciale. I dati emergono dallo studio «Il mobile e design made in Italy: sfide e opportunità in un mercato in continua evoluzione» di Intesa Sanpaolo, realizzato da Stefania Trenti, responsabile industry & local economies, e Ilaria Sangalli, responsabile industry research del research department di Intesa, che approfondisce il posizionamento competitivo del comparto in uno scenario condizionato dalle tensioni in Medio Oriente.

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Lo studio di Intesa Sanpaolo ipotizza tre diversi possibili scenari evolutivi della crisi in Medio Oriente e, assumendo una chiusura dello stretto di Hormuz fino a metà maggio, seguita da una normalizzazione dei flussi di produzione e trasporto di petrolio e gas, oltre che da un progressivo rientro dei prezzi energetici nella seconda parte dell’anno. In questo caso, per il 2026 si attende un lieve aumento del mercato interno, grazie al traino del segmento immobiliare e al buon momento del turismo, in particolare nella fascia alta, con nuove aperture e rinnovi degli interni. L’attuale contesto di incertezza globale potrebbe anzi giocare a favore dell’Italia, rafforzandone la capacità attrattiva. Sul fronte export, la previsione più probabile è quella di una sostanziale tenuta delle vendite all’estero.

Determinanti le vendite sui mercati europei, dove i produttori di mobili Made in Italy hanno registrato una crescita in Germania (+2,2%), Regno Unito (+5%) e Spagna (+1,5%), a fronte di un leggero calo in Francia (-2,4%). Tra i paesi emergenti, si segnalano la crescita dell’export negli Emirati Arabi Uniti (+2%) e un vero e proprio balzo delle vendite verso la Turchia (+43,5%). L’aumento delle vendite in Canada (+9%) - mercato che è entrato così nella Top Ten delle destinazioni dei mobili italiani - ha fatto da contraltare al calo delle esportazioni negli Stati Uniti (-8,2%) che, pur confermandosi il secondo sbocco commerciale, sono stati penalizzati dal cambio e dalle incertezze create dalla guerra commerciale dell’amministrazione Trump. La Cina, invece, al settimo posto tra le destinazioni di mobili italiani, delude con un -4,7%, frutto delle persistenti difficoltà del paese, che fatica a stimolare la domanda interna dopo lo scoppio della bolla immobiliare.

La forza dei distretti produttivi

I distretti industriali hanno fornito un contributo determinante ai risultati del settore, generando l’83% dell’avanzo commerciale 2025 (per un totale di 6,9 miliardi di euro) e registrando una migliore tenuta delle esportazioni (-0,3%, pari a 9 miliardi di euro). La buona performance del Mobile di Pordenone (+7,7%), del Mobile imbottito della Murgia (+8,9%), del Legno Arredo dell’Alto Adige (+10,1%) e dei Mobili in stile di Bovolone (+20,6%) bilancia il lieve arretramento dei distretti del Legno Arredo della Brianza (-1,8%) e di Treviso (-3,3%), che si confermano comunque i principali poli industriali per valore esportato nel 2025, grazie a una spiccata capacità di riorientare i flussi commerciali. Nello specifico, il distretto della Brianza è riuscito a mettere a segno una crescita significativa in Turchia (+23%), compensando in parte la contrazione delle vendite negli Stati Uniti (-12%) e in alcuni mercati europei (in particolare in Francia, Regno Unito e Svizzera). Analogamente, il distretto di Treviso ha compensato le difficoltà in Francia e Nord America con le ottime performance in Canada (+27,5%), Turchia (+35,4%) e Olanda (+14,9%).

Le strategia di resistenza e crescita

In questo contesto incerto e complesso, spiegano le analiste di Intesa Sanpaolo, sarà cruciale aumentare la diversificazione dei mercati di sbocco, esplorando le nuove prospettive che si aprono in un mondo in continua evoluzione, con la crescita del reddito medio in molti paesi e una nuova geografia di relazioni aperte dagli accordi commerciali dell’Unione Europea: India, America Latina, Sud Est Asiatico saranno le nuove mete da esplorare per i prodotti di design made in Italy.

Le imprese del mobile potranno contare sul posizionamento dei propri prodotti sul segmento alto del mercato, in cui l’Italia è leader nel mondo, con una quota globale del 9,2%, alle spalle solo della Cina, anche se nel segmento del lusso l’Italia ha il primato. Nel 2024 la quota dell’arredo italiano sui mercati internazionali era pari al 4,1% per quanto riguarda i prodotti di fascia media e bassa, e al 9,2% per quanto riguarda i prodotti di alta gamma, sfiorando addirittura il 25% nel mondo delle cucine.

Risultati resi possibili grazie agli investimenti in design e innovazione attivati dalle imprese del mobile negli ultimi anni, che possono contare su un ricco e articolato insieme di attori specializzati. Le imprese italiane specializzate in attività di design, infatti, si confermano leader a livello europeo con oltre 76mila addetti in grado di realizzare oltre 6 miliardi di euro di fatturato (nel 2024 la Germania si è fermata al secondo posto, con 5,4 miliardi di euro).

Le sfide digitale e ambientale

Per gestire la complessità dello scenario attuale, è necessario continuare a investire nella doppia transizione, energetica e digitale, si legge nello studio. Secondo i risultati dell’indagine periodica interna condotta dal Research Department (presso i gestori delle relazioni con le imprese), l’Intelligenza Artificiale è al primo posto tra le tipologie di investimenti previsti nel 2026, seguita dalla Cybersecurity. Le aziende italiane del mobile hanno già accelerato gli investimenti nell’Intelligenza Artificiale negli ultimi anni: secondo i dati Eurostat, infatti, circa il 16% delle imprese del settore già utilizza almeno una tecnologia AI, una quota simile alla media italiana, e con un gap nei confronti della Germania (23%) inferiore a quello che si registra in altri settori.

Al terzo posto tra gli investimenti previsti per il 2026 figurano poi le spese dedicate al raggiungimento di una maggiore autonomia sul piano energetico, un tema divenuto ancora più cruciale alla luce delle tensioni attuali indotte dall’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.

In questo contesto, si inserisce anche il crescente orientamento verso la sostenibilità ambientale. Nel settore del mobile, l’interesse verso gli investimenti ESG è diffuso (il 22% delle imprese esprime un livello di interesse elevato e il 48% un livello di interesse medio), ed è guidato soprattutto dalle imprese medio-grandi, dove sale al 29% la quota di imprese con forte interesse per gli investimenti in sostenibilità ambientale. C’è ancora ampio potenziale inespresso tra le aziende meno strutturate, che potranno beneficiare del traino offerto dall’appartenenza alle filiere.

Il rafforzamento della competitività passa anche attraverso la corretta gestione del passaggio generazionale ai vertici aziendali e del trend di invecchiamento della forza lavoro.

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