One of a kind

Arazzi handmade e sculture di stoffa: tempo di kala, arte e artigianato indiano

Dopo la ceramica anche il tessile entra a pieno titolo nell’interior. Il Paese che meglio incarna quest’evoluzione è l’India con laboratori a cavallo fra decorazione, arredo e pezzi unici.

di Cristina Piotti

The Kamala House Carpet realizzato con Rashid Rana e la Fondazione BV Doshi per JAIPUR RUGS. ©Ashish Shah

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C’è una trama silenziosa, ma vitale che attraversa tutto il mondo del tessile, ed entra con forza tanto nel mondo dell’interior design quanto in quello dell’arte contemporanea. Un sapere antico e prezioso, i cui protagonisti sono stati a lungo considerati artigiani nel mondo occidentale e artisti in quello che oggi viene definito Global South, il Sud del mondo. Come la ceramica, anche l’arte tessile ha abitato per secoli quella linea sottile e sfumata tra arte e artigianato — una frontiera che oggi l’interior riconosce e valorizza come mai è accaduto nel passato. Fibre Art, arazzo, tessitura, ricamo, maglia: forme diverse di un unico linguaggio che si espande oltre i suoi confini naturali, dialogando con moda, design, scienza e tecnologia.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Karishma Swali, direttrice artistica di CHANAKYA INTERNATIONAL e, alle sue spalle, “Power of Shakti”, di Madhvi Parekh, Karishma Swali e Chanakya School of Craft (2022). ©Hashim Badani; Courtesy: Chanakya Foundation

A incarnare perfettamente questa evoluzione è l’India, nazione che ha letteralmente intrecciato la propria storia in questa dicotomia dinamica, capace di muoversi dall’arte al prodotto e ritorno. Emblematico è il caso di Chanakya International, la casa tessile e di ricamo fondata a Mumbai negli anni Ottanta. «Quando mio padre fondò il brand, la sua idea nasceva dal contesto da cui proveniva: un villaggio del Gujarat, lo stato centro meridionale dell’India, in cui ogni comunità celebra la propria cultura e identità collettiva attraverso l’artigianato», racconta Karishma Swali. La sua direzione creativa ha costruito collaborazioni durature con le principali case di moda, artisti e artigiani a livello mondiale. Con il sostegno di Maria Grazia Chiuri, Swali ha fondato la Chanakya Foundation per l’educazione e la sostenibilità e la Chanakya School of Craft, organizzazione no profit dedicata all’emancipazione femminile attraverso il sapere artigianale e culturale. Nel luminoso quartier generale nel centro di Mumbai, si dispiega un microcosmo creativo: artigiane e artigiani chini su lunghi tavoli progettano ricami, annodamenti e filature della tradizione zardosi, aari, ma anche possibilità di tessitura mai sperimentate prima. Tra gesti rapidi e nodi sapienti prendono forma giganteschi arazzi e sculture tessili astratte.

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Copriletto Field in lana merino e cashmere, CHORUS (482 €).

In India, Chanakya ha intrapreso il suo percorso artistico partendo dai legami con la moda. «La nostra prima collaborazione è stata con Judy Chicago per una sfilata Dior: lei è un’artista che ammiriamo molto», aggiunge Swali. Insieme abbiamo fatto un percorso importante e il suo lavoro, ispirato al The Dinner Party del 1979, non solo ora fa parte del nostro curriculum, ma i grandi arazzi che abbiamo realizzato insieme, oggi, sono conservati al New Museum di New York». Dalle collaborazioni con nomi come Mickalene Thomas e Isabella Ducrot, le incursioni d’arte si sono moltiplicate fino al successo internazionale della mostra Cosmic Garden, inaugurata due anni fa in occasione della Biennale Arte di Venezia, progetto a sei mani con gli artisti indiani Manu e Madhvi Parekh. Pitture su tela accanto a superfici intessute e sculture rivestite di tessile: «Quando ho osservato le opere di Madhvi, ho avuto quasi la sensazione di trovarmi di fronte a esseri viventi, per via della loro energia primordiale.

“What if Women Ruled the World?” una delle opere dell’artista Judy Chicago, per la sfilata DIOR Haute Couture P/E 20 al Musée Rodin, creato in collaborazione con la Chanakya School of Craft. ©KRISTEN PELOU

Ho sentito l’istinto di renderle tridimensionali». Da qui la scelta di esplorare anche tecniche meno celebrate, come la carta pesta — con il suo uso di materiali di scarto — in dialogo con la tessitura (opere in cartapesta da 50mila euro e in tessuto da 160mila). Il cerchio si chiude oggi con un ritorno a casa, nel vero senso della parola: nasce il brand Chorus, dove Chanakya esplora il tessile non più solo per l’abbigliamento, ma anche per l’interior, dai copriletti a oggetti ibridi come vasi di tessuto sospesi tra decorazione e collectible design. «Per me, personalmente, la rarità di una forma artigianale non dipende solo dall’eccezionalità del suo savoir-faire, ma anche da un contesto geografico, storico e culturale che rende un tessuto quasi un campo di indagine», spiega Swali. «Dato che in India non esiste una distinzione linguistica netta tra arte e artigianato – in hindi c’è un’unica parola per indicare entrambi, kala –, tutto, dalle arti performative a qualsiasi forma di espressione creativa, rientra nella stessa sfera di interesse».

“Seated Figure”(2025), parte della collezione “The Sky Below”, una serie di opere tessili e scultoree di CHANAKYAINTERNATIONAL. ©Ryan Martis; Courtesy Chanakya Foundation

Questa visione sarà celebrata con una mostra a Roma a fine anno e, prima ancora, alla prossima edizione di Homo Faber a Venezia, dall’1 al 30 settembre. Dove sarà presente con uno dei suoi scenografici tappeti anche l’altro grande protagonista dell’incrocio tra tessile, interior design e arte indiana: Jaipur Rugs, brand che, come dice il nome, nasce nell’assolata città rosa dell’India del nord. «Uno dei primi progetti a cui ho lavorato è stata una serie di grandi tappeti disegnati da Luca Guadagnino e Nicolò Rosmarini per la scorsa edizione dell’evento alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia», racconta il direttore artistico Greg Foster. «Per i curatori, l’artigianato è considerato al pari dell’arte contemporanea. Più di ogni altro oggetto domestico, il tappeto racconta una storia: rivela dove è stato realizzato e, talvolta, anche chi lo ha creato».

Greg Foster, direttore artistico di JAIPUR RUGS.

Negli ultimi anni Jaipur Rugs si è affermata a livello internazionale, grazie anche a nuove aperture di store nel mondo (tra cui Milano) e numerosi riconoscimenti, come la premiata collezione Manchaha, tappetti progettati dalle tessitrici di villaggio, spontaneamente, in un flusso di coscienza emozionante quanto creativamente esplosivo (un esempio, Tarang in lana e seta di bambù, 120 x 180 centimetri, 2.616 euro). Anche per Foster, la sovrapposizione artigianato/arte apre una strada, destinata a creare nuove opportunità di interior design: «L’azienda resta fortemente focalizzata su ciò che sa fare meglio: tappeti tessuti a mano con la tecnica di annodatura indo-nepalese. Allo stesso tempo, guarda con attenzione al futuro, soprattutto al mondo dei lavori tessili realizzati con il contributo degli artisti». Sul sapere degli artigiani affonda la ricerca di nuove tecniche da proporre poi agli artisti: «Recentemente abbiamo realizzato un tappeto per Jean-François Lesage con parti volutamente vuote, che lui ha poi riempito con il suo ricamo, mantenendo però la superficie del tappeto perfettamente piana e uniforme: un’idea brillante, mai vista prima, che ha reso i tappeti ricamati molto più pratici», spiega Foster.

Arazzo ricamato in cotone e seta con perline di vetro e semi, sempre parte della collezione “The SkyBelow” di CHANAKYA.

È la stessa maestria artigianale a trasformare un tappeto anche in un oggetto da collezione: il numero di nodi, la varietà cromatica, dettagli che un intenditore riconosce a colpo d’occhio. Su queste basi è nata Aspura, la prima galleria al mondo dedicata al collectible design nei tappeti. «Che hanno una lunga storia come oggetti di grande valore. Aspura nasce non solo come una galleria affidabile di pezzi antichi, ma anche per la sua selezione e curatela, pensate per dialogare con gli interni contemporanei.

“(L-R)Bird on Bull” (2023), scultura in cartapesta, modellata a mano con iuta, lino e filo di cotone, realizzata per la mostra “Cosmic Garden” alla Biennale Arte di Venezia e organizzata dalla Chanakya Foundation e Karishma Swali (a partire da 50.000 €). ©Ryan Martis; Courtesy of Chanakya Foundation

Nell’acquisto design c’è una componente forte di competenza e sensibilità», ricorda Foster. «I professionisti possono contare sul fatto che una scelta fatta da Aspura, anche di un pezzo antico, funzionerà perfettamente in un contesto contemporaneo. Allo stesso tempo, vogliamo realizzare nuovi tappeti da collezione, pensandoli come le antichità del futuro. Abbiamo collaborato con Rashid Rana e con la Fondazione BV Doshi per una collezione contemporanea che, sono certo, troverà il suo posto nella storia». Cresce nel mondo una nuova consapevolezza del valore dei tessili, del loro ruolo negli spazi domestici e della qualità del lavoro artigianale.

Rasta Khojo, tappeto della collezione Manchaha, in lana e seta di bambù, JAIPUR RUGS (10.112 €).

«In questo senso, il made in India ha conosciuto un importante riposizionamento nella percezione dei consumatori», spiega Foster che a Milano ha appena presentato al pubblico la Atelier Collection, sviluppata in collaborazione con Vimar 1991, azienda di filati di proprietà di Chanel e un’altra presentazione è stata ospitata nel Crespi Bonsai Museum durante la scorsa Design Week: una collezione disegnata da Kengo Kuma (a partire da 1.700 euro). «I tappeti richiamano le facciate dei suoi edifici più celebri e sono immediatamente riconoscibili», spiega Foster. L’obiettivo è affermare Jaipur Rugs come una realtà di design globale. «Ma è anche e soprattutto costruire un futuro in cui gli artigiani siano finalmente riconosciuti come veri artisti».

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