Economia Digitale

Apple pone la questione di fiducia ma per l’Europa occorrerà attendere

L’architettura progettata da Cupertino per la gestione dell’intelligenza artificiale nei dispositivi è unica. Ecco come funziona

di Luca Tremolada

4' di lettura

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L’intelligenza artificiale generativa è anche una questione di fiducia e di tempo. È emerso con grande evidenza - e non potevamo non aspettarcelo - con la presentazione dell’Ai made-in-Cupertino alla conferenza degli sviluppatori di Apple che si è svolta settimana scorsa a San Francisco. Apple Intelligence, così è stata battezzata, non è un semplice Llm ma una piattaforma che si integra non solo con le app Apple ma anche con le app di terze parti. La scelta di Cupertino è quella di agganciare i propri algoritmi ai dati presenti nel dispositivo e quelli che gli sviluppatori decideranno di condividere con loro. L’elaborazione avverrà quando serve e in base alle richieste dell’utente o direttamente sui server di Apple del Private Cloud Computer o direttamente sul dispositivo oppure fuori all’esterno su altri modelli linguistici di grandi dimensioni come per esempio ChatGpt di OpenAi che ha stretto un accordo con Apple. L’architettura studiata da Apple è unica nel suo genere e decisamente innovativa. Per vederla in Europa ci vorrà tempo.L’azienda di Cupertino ha spiegato che il ritardo è «a causa delle incertezze normative causate dal Digital Markets Act, non crediamo che saremo in grado di implementare 3 di queste funzionalità (iPhone Mirroring, SharePlay ed Apple Intelligence) per i nostri utenti europei nel corso di quest’anno». Il problema sarebbe nell’integrazione di ChatGpt all’interno del sistema operativo.

Da alcuni mesi sentiamo parlare con insistenza di Ai-on-device che vuole dire usare l’hardware del dispostivo (Pc o smarphone) per processare le costosissime domande che rivolgiamo ai chatbot. L’Ai gen sappiamo essere oltre che energivora anche un mal di testa di non poco conto per i Cio di tutte le aziende. Fuori dal cloud comptuting enterprise che ha regole consolidate sull’uso dei dati delle aziende, spedire domande contenenti informazioni sensibili su di noi e sulla nostra vita su server è una attività che segnerà indelebilmente la nuova era dei chatbot. Ogni volta che un dato esce da un dispositivo diventa più vulnerabile.

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Apple su questo fronte è sempre stata cintura nera e negli ultimi dieci anni ha concentrato la sua martellante comunicazione marketing proprio sul rispetto della riservatezza dei dati dei suoi utenti.

Ma come funziona?

Con Apple Intelligence Cupertino afferma che il suo sistema incentrato sulla privacy tenterà innanzitutto di svolgere le attività di intelligenza artificiale localmente sul dispositivo stesso. Sono almeno cinque i fundation models che Apple ha messo ha disposizione dei propri utenti. Quanto agli esterni come detto per ora Apple ha integrato ChatGpt ma i manager di Cupertino hanno dichiarato di essere aperti anche ad altri provider esterni (tipo Gemini per fare un esempio). Qualcuno ha protestato che l’accordo con OpenAI potrebbe rompere quell’integrazione software-hardware che da sempre è la cifra costruttiva della Mela morsicata. Come spiega Apple l’accesso a Gpt avviene attraverso Siri. E’ lei (o lui) che decide se usare i foundation model del telefono o uscire da esso. In ogni caso la parola finale spetta all’utente che autorizza il prompt e i servizi con i server di OpenAI. In base alle regole sottoscritte con Apple gli indirizzi Ip saranno oscurati e OpenAi si impegna a non archiviare i prompt nel caso di uso del chatbot gratuito. Nella modalità a pagamento invece prevale il trattamento della privacy sottoscritto con OpenAI.

I dati che quindi vengono scambiati con servizi cloud, verranno crittografati e successivamente eliminati.

Ma chi controlla? Il processo, ha dichiarato Apple, sarà soggetto a verifica da parte di ricercatori di sicurezza indipendenti. E questa è una ottima notizia. Ma non sarà semplice. A livello tecnico. Se lo chiedete a un esperto di sicurezza informatica vi spiegherà che seguire il ping di modelli anche per compiti semplici richiede ancora enormi quantità di potenza di calcolo. Raggiungere questo obiettivo con i chip utilizzati nei telefoni e nei laptop è la vera sfida per tutti i produttori di elettronica di consumo.

Microsoft ha rimandato il debutto della sua feature Recall che tiene traccia dell’utilizzo del PC perché vuole essere sicura di tutelare la privacy nel modo corretto. Nel caso di Google, solo Gemini Nano il più piccolo dei modelli di intelligenza artificiale di Google può essere eseguito sui telefoni dell’azienda e tutto il resto viene eseguito tramite il cloud. Anche Apple che dal 2020 progetta i propri microprocessori e quindi ha un controllo maggiore sul fronte sicurezza ha non è in grado di gestire l’intero spettro di compiti che l’azienda promette di svolgere con l’intelligenza artificiale con il proprio hardware. L’architettura studiata da Apple è unica. Può essere pensata come un protocollo di crittografia avanzato dove l’assistente vocale Siri “deciderà” se per esempio ha bisogno dell’aiuto di un modello AI più grande, impacchetterà una richiesta contenente il prompt che sta utilizzando e la invierà all’LLM più adatto a rispondere. Solo il modello AI specifico da utilizzare avrà la chiave corretta.

Chiaramente adesso Apple è l’osservato speciale. Sarà compito dei ricercatori testare e perfezionare il sistema che potrebbe in futuro diventare uno standard o essere in qualche modo emulato dai concorrenti. Per noi utente un punto è già chiaro da tempo. Nessuno ci conosce meglio del nostro smartphone e nessuno deve sapere quello che facciamo dentro al nostro smartphone. E’ una questione di fiducia.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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