Editoria

Appello degli editori: «Governo intervenga contro lo squilibrio creato dalle Big tech»

In un comunicato congiunto Fieg, Aie e Confindustria Radio Televisioni propongono un pacchetto organico contro lo strapotere delle piattaforme

di Nino Amadore

(IMAGOECONOMICA)

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L’allarme è netto: l’editoria, presidio costituzionale del diritto all’informazione, è oggi schiacciata da un mercato digitale in cui la concorrenza non è più alla pari. L’industria dell’informazione italiana – quotidiani, periodici, radio, tv e libri – fa fronte comune e chiede al Governo una risposta urgente. E lo fa con un comunicato congiunto che porta la “firma” della Fieg (La Federazione italiana editori giornali), l’Aie (l’Associazione italia editori) e di Confindustria Radio Televisioni. Gli editori ricordano che il loro compito non è soltanto industriale: «Siamo garanti del pluralismo, produttori di conoscenza, attori del dibattito civile. Un ruolo riconosciuto dalla Costituzione, ma oggi messo in crisi dalla forza pervasiva delle Big tech, capaci di alterare equilibri e regole del gioco» scrivono.

“Il tempo è scaduto”

Il settore definisce la situazione una vera emergenza e invita Governo e Parlamento a intervenire subito per riequilibrare il mercato. L’obiettivo è chiaro: garantire un futuro economico, sociale e culturale all’impresa editoriale italiana, considerata un presidio essenziale della democrazia e della libertà di informazione. Gli editori propongono un pacchetto organico, non interventi episodici; una politica industriale, non misure tampone.

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Contenuti sfruttati, ricavi dirottati

Il meccanismo è noto, ma nel comunicato assume una chiarezza definitiva: le piattaforme digitali aggregano e monetizzano i contenuti prodotti dagli editori riconoscendo solo briciole dei diritti d’autore. Offrono servizi gratuiti che competono con le fonti originali, drenano raccolta pubblicitaria e trattengono la quota maggiore dei ricavi grazie ai dati degli utenti.

L’effetto è un indebolimento strutturale della sostenibilità economica delle imprese editoriali, costrette a sostenere i costi della produzione originale senza avere accesso alla stessa capacità di monetizzazione. Un circolo vizioso che la regolazione tarda a spezzare.

Algoritmi opachi, dipendenza crescente

Il cuore del problema è anche tecnologico. Gli algoritmi delle Big Tech, non trasparenti, decidono la visibilità dei contenuti e condizionano l’accesso dei cittadini all’informazione. Gli editori, pur responsabili legalmente di ciò che pubblicano, sono di fatto subordinati a logiche che non controllano.

Le piattaforme, al contrario, rivendicano ampia immunità su ciò che circola al loro interno: dal furto creativo alle fake news, fino al mascheramento delle fonti. Il tutto sotto l’ombrello della “libertà di espressione”, senza però assumersi responsabilità equivalenti.

Una fragilità che diventa rischio sistemico

Il comunicato insiste su un punto centrale: una filiera editoriale debole non è solo un problema per il settore. È un rischio per il Paese.

Meno investimenti, minore innovazione, perdita di voci editoriali minori, omologazione dei contenuti: un terreno fertile per la desertificazione culturale e per l’indebolimento dei meccanismi di controllo democratico.

Delegare la selezione, la distribuzione e la monetizzazione della conoscenza a soggetti extra-nazionali significa ridurre l’autonomia culturale e aumentare la vulnerabilità alla disinformazione.

La richiesta: una politica industriale vera

Gli editori chiedono una strategia che tenga insieme protezione del diritto d’autore, sostegni mirati all’innovazione, concorrenza equa, politiche fiscali adeguate e piena applicazione dei regolamenti europei: DSA (il regolamento europeo sui servizi digitali), DMA (il regolamento europeo sui mercati digitali e la concorrenza) e AI Act (il regolamento organico sull’uso dell’intelligenza artificiale).

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