Lotta al climate change: molti annunci, risultati sconfortanti
Da quando questo gas è diventato il responsabile dei cambiamenti climatici, anche l’uso delle fonti fossili, petrolio, gas e carbone, è nel mirino delle politiche. Tuttavia i risultati sono sconfortanti
di Davide Tabarelli
3' di lettura
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Il 75% delle emissioni di Co2 dell’uomo, 50 miliardi di tonnellate all’anno, derivano dall’energia, in gran parte dalla sua combustione (65%) e in parte (10%) da perdite nel trasporto. Il rimanente 25% lo emette l’agricoltura e i processi industriali. Da quando questo gas è diventato il responsabile dei cambiamenti climatici, anche l’uso delle fonti fossili, petrolio, gas e carbone, è nel mirino delle politiche. Tuttavia i risultati sono sconfortanti.
Dal vertice del 1992 di Rio de Janeiro, da cui partirono poi le varie iniziative, le emissioni di Co2 da energia sono cresciute del 58%, 12 miliardi di tonnellate all’anno in più. Le tre fonti fossili contano per il 77% dei consumi globali di energia, che sono pari a 14,9 miliardi di tonnellate equivalenti petrolio (tep), quota ridotta rispetto all’83% del 1973 quando le politiche energetiche, prima di quelle ambientali, si ripromettevano, secondo alcuni entro pochi anni, di affrancare le economie dalla dipendenza dal petrolio.
Obiettivi lontani
La popolazione globale dagli attuali 7,6 salirà verso i 10 miliardi nel 2050, mentre ancora oggi miliardi di persone non usano forme moderne di energia. È inevitabile, e giusto, che i consumi continuino a crescere nei prossimi decenni verso i 18-20 miliardi tep. Che questi volumi possano essere totalmente non fossili non è realistico. L’obiettivo, concordato a New York, di arrivare entro il 2050 a emissioni nette zero implica un taglio all’uso dei fossili di almeno il 50-80%, anche tenendo conto delle compensazioni attraverso gli assorbimenti delle riforestazioni. Sono le fonti rinnovabili quelle su cui sono riposte le speranze, ma anche qui i risultati sono parziali.
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I limiti delle energie rinnovabili
A livello globale, le nuove fonti rinnovabili, eolico e fotovoltaico, contano per meno del 2% della domanda di energia. Non è una questione di costi, perché questi sono crollati, il problema rimane la loro intermittenza e la difficoltà di loro accumulo in grandi quantità. Per questo da anni si attende l’arrivo di grandi batterie elettriche, ma nel frattempo si è riscoperta una vecchia soluzione, quella dell’idrogeno, l’elemento più abbondante sulla Terra e quello che quando brucia emette acqua. Per separarlo dall’ossigeno, nell’acqua, occorre molta elettricità. L’idea è quella di usare l’elettricità prodotta in abbondanza dal vento o dal fotovoltaico quando non serve, per fare elettrolisi, cioè separare dall’acqua l’idrogeno, da stoccare e immettere nelle reti, magari in quelle già oggi usate dal metano.


