Quanto valgono le promesse mancate di Apple sull’Ai?
di Alessandro Longo
di Giovanna Mancini
4' di lettura
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Si fa un gran parlare di quarta rivoluzione industriale e Industria 4.0, ma anche il mondo dei consumi, e dunque del commercio e della distribuzione, sta attraversando la sua quarta rivoluzione, innescata anche in questo caso dalle potenzialità messe a disposizione dalle tecnologie digitali. E l'Italia non fa eccezione.
L'era del «Digital Commerce»
Sebbene con 15 anni di ritardo rispetto ai nostri cugini europei, anche in Italia siamo ormai entrati a pieno titolo nell'era del “digital commerce”, che non significa soltanto e-commerce, ma anche e soprattutto digitalizzazione dei punti vendita attraverso l'applicazione di dispositivi e strumenti tecnologici (dall'intelligenza artificiale al geofencing, dal riconoscimento facciale alla trasmissione ed elaborazione di dati) che hanno – o dovrebbero avere – lo scopo di ampliare e migliorare i servizi e l'interazione con la clientela, in un'epoca in cui ormai tutti noi – cittadini e consumatori – siamo iperconnessi, iperinformati, bombardati da offerte di ogni genere, alla ricerca di prodotti di qualità ma anche di convenienza e di risparmiare tempo.
Il negozio del futuro
Come sarà il negozio del futuro è difficile dirlo. Nel nostro Paese la “quarta rivoluzione commerciale” deve fare o conti con un contesto socio-economico di consumi ancora stagnanti (sebbene la grande crisi sembri definitivamente conclusa, le vendite al dettaglio sono diminuite del 10% dal 2007 al 2017) e con un sistema della distribuzione molto frammentato, in cui anche i gruppi più grandi hanno comunque dimensioni e fatturati molto inferiori a quelli dei grandi player esteri. Per rendere l'idea, secondo l'ultimo Report di Mediobanca sulla Gdo la somma del fatturato dei tre maggiori operatori italiani (Conad, Coop e Selex) ammonta nel 2016 a 37,3 miliardi, di poco inferiore a quello del gruppo giapponese Seven&i, che si colloca al 12esimo posto della graduatoria internazionale, dominata dal colosso statunitense Wal-Mart (456,6 miliardi di euro). I cugini francesi conquistano invece il terzo posto con Carrefour (76,6 miliardi) e il nono con Auchan (52,8 miliardi).
Ieri e oggi: il commercio in Italia
Il commercio in Italia, del resto, è stato a lungo dominato dai piccoli negozi di prossimità, soprattutto nel settore alimentare, che solo a partire dagli anni 60 hanno cominciato a fare posto alle insegne della cosiddetta Distribuzione moderna organizzata (Dmo). Se si escludono infatti rarissime eccezioni (grandi magazzini come la Rinascente fondata nel 1865, Coin nel 1926, Upim nel 1928 e Standa nel 1931), è solo nel 1957 che in Italia apre il primo supermercato in senso stretto, l'Esselunga di viale Regina Giovanna, a Milano. Lo sviluppo della distribuzione segue ovviamente l'industrializzazione del Paese e la trasformazione della società italiana, che in quegli anni conosceva il suo grande boom economico, iniziava a consumare anche al di là dei beni di prima necessità e cercava grandi superfici in cui potersi rifornire di tutto in tempi più rapidi.
È la prima grande ondata di trasformazione del commercio in Italia, che dalla capillare diffusione nelle aree rurali, comincia a concentrarsi nelle città: un'ondata che vede la sua maturazione negli anni 70 e che assume sin dall'inizio una caratterizzazione tutta italiana, ovvero il prevalere delle formule di aggregazione tra imprese o consumatori (Conad, Coop, VéGé, Despar…) rispetto all'affermarsi di singole insegne (come Esselunga e Standa), secondo la formula dominante nel resto d'Europa.