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America’s Cup, una denuncia a New York solleva sfide legali e di governance

L’America’s Cup 2027 a Napoli è al centro di una controversia legale che riapre il dibattito sulla natura di charitable trust del trofeo e sulla sua governance

di Alex D’Agosta

America's Cup, presentati i Team a Palazzo Reale a Napoli

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Mentre Napoli accelera i preparativi per ospitare nel 2027 la trentottesima America’s Cup, da New York riemerge il vero punto debole del trofeo più antico dello sport internazionale: la sua natura di charitable trust, cioè di bene fiduciario sottoposto a regole speciali, non semplicemente di evento nella disponibilità del vincitore di turno. È su questo terreno che si inserisce l’azione promossa da John Sweeney, ex uomo di Coppa e oggi contestatore del modello attuale: un’iniziativa dagli esiti incerti, ma sufficiente a rimettere sotto osservazione la governance futura dell’evento e, con essa, il profilo di rischio che accompagna Napoli.

John Sweeney non è un giornalista né un contestatore improvvisato: è un insider storico della Coppa, ex velista di alto livello, passato da campagne come America True e Oracle, poi attivo nel recupero e nella gestione di barche IACC. Non è neutrale, anzi porta da anni una visione fortemente ortodossa della Coppa, ostile alla deriva tecnologico-commerciale. Ma proprio per questo il suo passo merita attenzione: ha depositato al Charities Bureau del New York Attorney General una complaint contro il Royal New Zealand Yacht Squadron, e il fascicolo esiste davvero. La prima precisazione, però, è decisiva: non siamo davanti a una causa già incardinata in Supreme Court, ma a una denuncia di presunte violazioni sottoposta all’Attorney General, che potrà non fare nulla, chiedere chiarimenti o approfondire.

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A rendere il quadro più prudente c’è un elemento ulteriore: i precedenti di New York inquadrano la Coppa nel perimetro del charitable trust, ma dai documenti del 2026 emerge che il Charities Bureau, almeno in una prima fase, stava ancora ricostruendo basi e confini del proprio eventuale intervento. Un dettaglio tecnico che conferma come la vicenda sia ancora in una fase esplorativa, e non decisoria.

Qui sta il primo punto fermo. La partita non è ancora quella immaginata dai social e nemmeno quella di chi già fantastica su uno stop imminente. Lo sottolinea Alessandra Pandarese, oggi attiva nello studio milanese Bsva, ma da decenni vicina alla Coppa America sul piano legale, fin dai tempi del Moro di Venezia e poi in campagne successive, accanto a team e organizzazione: «oggi siamo davanti a una denuncia di presunte violazioni, non a un procedimento già maturo. Le probabilità di un intervento rapido contro l’attuale Defender restano basse; ma il punto vulnerabile dell’AC38 non è tanto il format attuale in sé, quanto il tentativo di imporre regole anche alla Coppa successiva. In altre parole: non è detto che la sfida di Napoli sia illegittima, ma è legittimo chiedersi se si possa blindare oggi anche ciò che verrà domani».

La questione della governance

Quel punto non è, o non è solo, Napoli. Non sono i foil in quanto tali, né le batterie, né il gusto per una Coppa più o meno romantica. Il punto serio è la governance futura. Il Protocol ufficiale pubblicato il 12 agosto 2025 prevede infatti la nascita dell’America’s Cup Partnership e apre esplicitamente a un impianto destinato a proiettarsi oltre il ciclo di Napoli. È qui che la contestazione di Sweeney, pur appesantita da eccessi e forzature, tocca una zona sensibile. Il Deed of Gift vive di cicli: Defender e Challenger of Record negoziano ogni volta. Se l’attuale architettura pretendesse davvero di pre-impostare anche la AC39 (date, luoghi, formato, barche) la tensione con la logica del Deed diventerebbe reale. È questo, non la caricatura social, il principale punto debole dell’impianto AC38.

Non a caso, fin dal primo Deed of Gift del 1857, la Coppa viene concepita come “perpetually a Challenge Cup for friendly competition between foreign countries”, mentre il testo oggi vigente — il Third Deed del 1887 — precisa in forma ancora più giuridica che “the Cup is to be the property of the Club subject to the provisions of this deed”, e non dei proprietari dell’imbarcazione vincente. In quelle due formule c’è ancora oggi tutta la forza simbolica e giuridica della Coppa: il trofeo non appartiene ai singoli finanziatori né ai manager del momento, e la sfida deve restare contendibile, non trasformarsi in un sistema stabilizzato una volta per tutte. Per questo la domanda che emerge da New York, anche se oggi lontana da qualunque esito definitivo, è meno stravagante di quanto molti preferirebbero pensare: fino a che punto la modernizzazione commerciale può spingersi senza un chiarimento formale da parte della giurisdizione che governa il trust? Viene allora da chiedersi se almeno una parte delle ultime coppe gestite dai neozelandesi non si sia già collocata sul margine estremo (se non oltre) delle regole consentite dal Deed of Gift.

La storia della Coppa insegna che New York non è mai un fondale teorico. Nel caso Mercury Bay contro San Diego Yacht Club, tra il 1988 e il 1990, la disputa sul catamarano Stars & Stripes e sul maxi monoscafo neozelandese arrivò fino alla Court of Appeals: la Coppa si corse nel 1988, ma la sua interpretazione giuridica continuò e si concluse dopo la regata, nel 1990. Nel contenzioso Golden Gate Yacht Club contro Société Nautique de Genève, tra il 2007 e il 2010, la trentatreesima edizione rimase invece di fatto congelata per anni attorno alla validità della challenge e al ruolo del Challenger of Record. I precedenti dicono due cose insieme: i tribunali newyorkesi possono incidere davvero sui tempi e sulla forma della Coppa; ma dicono anche che, prima di farlo, servono basi molto più solide di una campagna pubblica, e di solito documenti molto più robusti di quelli oggi disponibili pubblicamente.

È qui che il caso Sweeney si divide in due. Da un lato c’è un merito reale: ha riacceso una domanda che molti nel sistema tendevano a eludere, cioè se l’America’s Cup Partnership e gli accordi riservati tra team stiano tirando il Deed of Gift al limite delle sue possibilità elastiche. Dall’altro c’è un metodo discutibile: essersi mosso da solo, troppo presto e troppo rumorosamente, allargando l’attacco dalla governance futura fino a una teoria quasi totale della Coppa (dalla sede alle AC75, dal tonnage alla validità storica dei Deeds) rischia di rendere il suo caso più ambizioso sulla carta che maneggevole nella pratica. In questo senso l’iniziativa è insieme intelligente e maldestra: l’idea di fondo è seria, l’esecuzione resta tutta da dimostrare.

Per Napoli, intanto, il rischio non è soltanto legale. La città ospita un evento di magnitudine storica, desiderato da decenni e perfettamente coerente con la sua vocazione marittima. Ma proprio per questo il margine di errore si riduce. Il progetto si innesta su Bagnoli, area che porta ancora addosso il peso di bonifiche incomplete, governance fragile e conflitti sociali mai del tutto risolti. La cronaca più recente racconta un’accelerazione impressionante dei lavori e, allo stesso tempo, paure molto concrete su bonifica, viabilità, impatto sociale e permanenza di infrastrutture nate come temporanee. In un quadro così delicato, anche una vulnerabilità giuridica non immediatamente letale può trasformarsi in rischio reputazionale, cautela degli sponsor e aumento dell’incertezza per stakeholder pubblici e privati.

Per questo il punto non è se Sweeney vincerà. Il punto è perché la sua azione trovi oggi un terreno così fertile. La Coppa non è una crisi compiuta: è una convergenza di tensioni. Tensione tra Deed e governance commerciale; tra velocità politica e complessità istituzionale; tra promessa di legacy e necessità di trasparenza. Se gli organizzatori vogliono davvero proteggere l’edizione di Napoli 2027 e, insieme, il valore storico dell’evento, la risposta più intelligente non è chiudersi nel silenzio o trattare ogni critica come ostilità. È alzare il livello di trasparenza. Rendere più leggibile il rapporto tra trust, Protocollo, accordi e destinazione delle risorse. In un evento di questa scala, destinato a un territorio che merita di esprimerlo al meglio, la governance deve dare il meglio di sé prima ancora delle barche.

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