Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
di Antonella Scott
3' di lettura
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A otto mesi dalla comparsa del virus, la Russia tira un sospiro di sollievo: la temuta apocalisse, sanitaria ed economica, non c’è stata. Il Paese ha retto meglio del previsto. «Non è stato un armageddon - chiarisce Ruben Enikolopov, rettore della Nuova Scuola di Economia di Mosca -. Ma la situazione è seria».
Uno dei motivi della tenuta, a confronto con altri Paesi, è la dimensione ridotta di settore privato e servizi: la sfera più colpita dalla crisi. Ma se il Cremlino ha mantenuto il controllo, è soprattutto perché ha giocato in difensiva, affidandosi alle risorse accumulate con la vendita di petrolio e gas. Centellinandole: Vladimir Putin detesta l’idea di indebitarsi, di dipendere dalla disponibilità di capitali altrui.
Ma ora che l’economia ha bisogno di stimoli per ripartire, il Recovery Plan messo a punto dal governo seguita a giocare in difesa, a contenere i danni, a lasciare allo Stato il ruolo di protagonista assoluto nella gestione economica.
Se la Ue scommette sulla sostenibilità per ritrovare la ripresa e darle un futuro, la Russia non sembra ansiosa di investire sull’enorme potenziale - vento, foreste, risorse idriche e geotermiche - del Paese più grande del mondo. Nei programmi per la ripresa post-Covid energie rinnovabili, tecnologie pulite, digitalizzazione o equità sociale non sono ancora in primo piano.
«La Russia - ammette Aleksej Miroshnicenko, vicepresidente di VEB.RF, gruppo nato per promuovere lo sviluppo e la creazione di un sistema finanziario “verde” - non si è mai fatta conoscere per gli sforzi diretti alla preservazione dell’ambiente. Oggi un mercato di green bonds o altri strumenti di debito è quasi inesistente».