Giornata mondiale

Alzheimer, per il nuovo Piano caccia a risorse stabili in manovra

È di 500 milioni in un triennio più 80 mln dal 2030 la richiesta di Schillaci al Mef per la strategia 2027-2031 che punta su prevenzione e personale

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Potenziare gli interventi precoci e di sostegno a malati e famiglie, contando su risorse certe per superare la logica dei finanziamenti-spot: il nuovo Piano nazionale demenze 2027-2031 presentato ieri a Roma dal ministro della Salute Orazio Schillaci nella Giornata mondiale Alzheimer, prova a segnare una svolta davanti al dilagare dell’emergenza che coinvolge oltre 6 milioni di persone in Italia, il 10% della popolazione tra pazienti e caregiver. «Stiamo lavorando a una proposta di finanziamento nella prossima legge di Bilancio, per potenziare le risposte di sanità pubblica mirate a prevenzione, diagnosi, trattamento e supporto alle persone con demenza e ai loro familiari», ha annunciato Schillaci. Le trattative con il Mef sono in corso ma l’intento è di blindare nella prossima manovra - a valere sul Fondo sanitario nazionale per cui quest’anno la Salute ha chiesto 5 miliardi in più - risorse per il Piano pari a 500 milioni in un triennio: 100 mln nel 2027, 150 mln nel 2028 e 250 mln nel 2029 mentre dal 2030 si punta a ottenere 80 milioni l’anno. Schillaci ha ricordato che il Fondo Alzheimer era già stato «rinnovato e incrementato con quasi 35 milioni per il periodo 2024-2026». Ma a fronte di costi oggi pari a 23,5 miliardi l’anno, per il 63% a carico delle famiglie, esperti e associazioni che con Regioni e Istituto superiore di sanità hanno composto il Tavolo demenze del ministero da cui è nato il Piano, chiedono garanzie. Innanzitutto, sulla possibilità di attuare ovunque sul territorio la nuova strategia, «da sottoporre entro ottobre alla Conferenza Unificata», ha avvisato Schillaci. Destinatari, gli almeno 1,2 milioni di persone con demenza, di cui circa 600mila con Alzheimer e 900mila con disturbo neurocognitivo lieve, che con l’invecchiamento della popolazione arriveranno a 2,2 milioni nel 2050.

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Intanto il Piano - per cui sarà necessario rafforzare il capitolo “personale” - guarda alle demenze come a una “priorità di salute pubblica”, da inserire quindi in tutte le politiche sanitarie e sociosanitarie delle Regioni. E «recepisce le sette aree di azione della strategia globale dell’Organizzazione mondiale della sanità articolandole su prevenzione, diagnosi e cura, inclusione, sostegno ai caregiver, sistemi informativi e ricerca», ha ricordato il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) Rocco Bellantone. Tra le direttrici, la riduzione del rischio di sviluppare la malattia - quasi il 40% dei casi in Italia oggi è attribuibile a undici fattori modificabili -, il contrasto dello stigma e la diffusione delle “Dementia Friendly Communities”. E ancora: il potenziamento dei centri specialistici (i Cdcd) sul territorio, percorsi dedicati per i pazienti (due su tre ne erano ancora privi nel 2023) e la formazione dei caregiver. Ma anche un’anagrafe centralizzata dei progetti di ricerca, i cui fondi andranno potenziati e stabilizzati. Scatta poi un monitoraggio puntuale: «Vogliamo sapere non soltanto quanto viene fatto, ma se migliora davvero la qualità dell’assistenza e della vita delle persone», ha precisato Schillaci.

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Non solo: per la prima volta in Italia c’è una stima dei costi e dei possibili risparmi attesi da una piena attuazione della nuova strategia. «Per un Piano realmente efficace servirebbero almeno 2 miliardi», ha spiegato Teresa Di Fiandra, consulente Iss per il Fondo Alzheimer e demenze. Ma, ha aggiunto, «con una riduzione dei casi di demenza, delle istituzionalizzazioni e del consumo degli antipsicotici, si potrebbe ottenere un risparmio di oltre 1,2 miliardi per il Servizio sanitario nazionale e di 664 milioni e 500mila euro per le famiglie».

Numeri a cui guardano attentamente le associazioni pazienti, che chiedono innanzitutto di stabilizzare i fondi: «Quelli a termine utilizzati fino a ora non sono in grado di rispondere a un bisogno continuativo perché chi riceve oggi una diagnosi avrà bisogno di servizi per i dieci o quindici anni successivi e non certo per i trentasei mesi di durata di un progetto», avvisano per Alzheimer Italia la presidente Katia Pinto e il segretario generale Mario Possenti. Parzialmente critica sull’impianto complessivo del Piano è poi la presidente dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer (Aima) Patrizia Spadin: «Non riorganizza e non innova e soprattutto tralascia il capitolo delle nuove terapie, sul quale si concentra gran parte delle aspettative dei pazienti. Come se questo non fosse ciò che tutti stiamo aspettando, l’unica enorme innovazione che cambierà il futuro per i malati e il sistema stesso». Oggi sono 158 i farmaci in valutazione in oltre 192 studi clinici nel mondo di cui otto in “fase III”, in dirittura d’arrivo nel 2026.

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