Viaggio in Italia

Alta gioielleria di famiglia: le dinastie del made in Italy

I pezzi unici in corallo di Nocito a Sciacca, i memento mori di Codognato a Venezia e le pietre dure dei Fratelli Piccini a Firenze. Tre dinastie, tre città e i loro tre stili di creazione.

di Silvia Paoli

4' di lettura

English Version

4' di lettura

English Version

È possibile che il gesto artistico, la sensibilità per le pietre, la visione viaggino lungo le generazioni come un’eredità, quasi inscritta nel Dna? E che un luogo – con il suo genio e la sua energia – imprima una traccia sottile in chi vi cresce, plasmandone il destino? Tre famiglie. Tre luoghi simboli dell’Italia. Epigenetica dell’alta gioielleria, in tre storie esemplari.

Spilla Carnivore in oro giallo con diamanti e smeraldi incisi, progettata negli anni Sessanta da Armando Piccini, FRATELLI PICCINI; il David a Firenze

L’oro di Firenze

Loading...

Elisa Tozzi Piccini è l’ad della Fratelli Piccini, gioielleria da 103 anni su Ponte Vecchio, che ha appena inaugurato uno spazio in via Roma, a Firenze. L’azienda fondata dal bisnonno l’ha vissuta fin da bambina: «Con la nonna andavo in centro, salivo in laboratorio dove c’erano lo zio e il nonno. Era il mio paese dei balocchi: vedevo la materia prendere forma, disegnavo e lo zio mi insegnava l’incisione a secco».

Dopo gli studi al Gemological Institute of America di Los Angeles, Elisa è tornata per portare il suo contributo come quarta generazione all’azienda di famiglia. Le storie sulla capacità dei Piccini di leggere le pietre sono quasi leggendarie. «La mamma è la peggior disegnatrice della storia», scherza, «ma ha una conoscenza delle pietre straordinaria, maturata solo con la pratica. Capisce provenienza, saturazione, qualità: in Europa poche persone hanno un occhio come il suo». Elisa la seguiva alla fiera di Basilea. «Guardavamo e confrontavamo pietre per ore. Le colorate, come il rubino, al Nord sono di un rosso più intenso, ma poi, arrivate a Firenze, schiariscono. E cambia il valore di decine di migliaia di euro a carato». Ricorda gli occhi brillanti della madre se una pietra, a Firenze, risultava esattamente come l’avevano immaginata: «Dicevano: “S’è fatto un affare”». Oggi Elisa trasmette questa competenza attraverso il dialogo diretto con i clienti nel nuovo spazio in via Roma: «Portarli dentro le storie delle creazioni è quello che mi piace davvero fare». Ci riesce benissimo.

Anello in oro con creola scolpita in corallo e una perla al centro, NOCITO (2.200 €); un palazzo normanno a Sciacca.

Il corallo di Sciacca

«Abitavamo vicino alla spiaggia e, dopo le mareggiate, scendevo con mia madre a vedere cosa il mare avesse restituito. Sulla battigia trovavamo piccoli frammenti di corallo di Sciacca, levigati dal tempo: erano i doni del mare. Quella ritualità semplice è stata la mia prima educazione sentimentale al corallo». Così Laura Nocito racconta l’inizio del suo rapporto con la materia che da quattro generazioni definisce la sua famiglia. È l’erede della Nocito, azienda orafa tutta al femminile, fondata nel 1905 dalla bisnonna Concetta, specializzata in gioielli di corallo realizzati con tecniche siciliane tradizionali. Con Laura, maestra orafa dalla sensibilità contemporanea, l’azienda entra in una fase di rinnovamento che trova espressione in pezzi unici che non assoggettano il corallo, ma lo lasciano esprimere supportandolo con naturalezza. La stessa con cui i gesti sono passati dalle nonne, alla mamma, a lei. «Il gesto più prezioso che ho ereditato è la pazienza dell’attesa. Al corallo non ci si impone, si osserva, si studia, si accompagna. Ogni ramo possiede una forma unica, è lui stesso a suggerire ciò che vuole diventare. Noi siamo semplicemente le mani che seguono l’indicazione naturale». Le donne della famiglia sono state figure forti, imprenditrici sensibili, che «mi hanno trasmesso grazia, disciplina, rispetto per la tradizione, che non vuol dire ripetere ciò che è stato fatto. Tradizione è un linguaggio vivo, un modo di guardare il mondo. È fatta di tecniche antiche, di gesti tramandati, di una visione che al centro mette sempre il rispetto: per la materia, per il tempo, per la storia. La tradizione è la mia base, il mio respiro. Il mio compito è portarla nel presente, reinterpretarla con la sensibilità contemporanea, e far sì che possa parlare anche alle generazioni future».

Palazzo del Doge in piazza San Marco a Venezia; anello teschio con ghiera in oro e smalto, diamanti, rubini e zaffiri, CODOGNATO

La Wunderkammer di Venezia

Venezia è Codognato. E Codognato è solo a Venezia, la gioielleria Wunderkammer che non conosce altro luogo se non quello dove è nata, pur se amata in tutto il mondo. Nel 1866 la fonda Simeone Codognato come bottega vicino a piazza San Marco, il figlio Attilio, ispirandosi al successo degli scavi in Etruria e l’interesse che i gioielli ritrovati destano all’epoca, propone l’arte orafa archeologica, attingendo alla cultura bizantina, romana e rinascimentale. Casa Codognato respira tutti gli avvenimenti che fanno di Venezia la città dell’arte e del cinema, ne ingloba la bellezza e il mistero, l’irriverenza e il senso di caducità. Nel 1958 prende in mano la gioielleria Attilio, che è un uomo singolare, visionario, immerso nell’arte contemporanea, frequentatore di artisti e celebrità, coltissimo. Le croci, i memento mori (teschi), le meduse e i serpenti fanno parte di una mistica surrealista, dove c’è euforia nell’orrore e senso di protezione attraverso i mostri.

Alla sua scomparsa, nel 2023, la gestione passa ai figli Mario e Cristina, che si scoprono eredi naturali di un linguaggio mai studiato, ma intimamente assimilato. Mario, curatore d’arte contemporanea, e Cristina, psicoterapeuta a Londra, trovano nell’eredità paterna un punto di partenza comune. «Non so se sia nel Dna», dice Mario, «ma avevamo le stesse idee. Non volevamo abbandonare ciò che i nostri avi hanno creato. Artigiani e clienti ci hanno incoraggiato ad andare avanti. Io in negozio andavo poco», racconta Cristina, «ma ho seguito papà nei viaggi: India, New York, musei, laboratori artigiani. È stato un insegnamento continuo». Nella simbologia dei gioielli Codognato, Cristina predilige Medusa, «un mostro che può diventare amuleto», mentre Mario preferisce i camei: «Siamo complementari. Rimaniamo fedeli alle icone della casa, ma ogni creazione è unica. E un archivio impressionante di disegni e oggetti ci permette nuove variazioni sul tema». Fondamentale raggiungere il pubblico giovane tramite canali globali. Uscire da Venezia? «No, è la nostra identità, il punto di partenza e la destinazione».

Riproduzione riservata ©
Loading...
Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti