Per veri intenditori

Alta enologia: limited edition da stappare, regalare o collezionare

C’è un mercato in ascesa che punta su bottiglie introvabili di annate leggendarie o etichette d’artista. Spesso s’inseguono nelle aste e hanno firme eccellenti com Tilda Swinton e Takashi Murakami.

di Fernanda Roggero

L’artista Takashi Murakami con una bottiglia da lui personalizzata di Dom Pérignon Vintage 2015. ©TAKASHI MURAKAMI/KAIKAI KIKI CO.,LTD

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C’è un momento, nel mondo del vino, in cui l’enologia si trasforma in alta sartoria o alta gioielleria. Succede quando grandi maison esprimono la propria essenza in un’edizione limitata: bottiglie che diventano oggetti da collezione, non semplici contenitori di un grande vino. Dietro ogni numero inciso sulla vetroresina di un Jéroboam o su un cofanetto di legno prezioso c’è un racconto di esclusività che parla tanto all’intenditore quanto all’investitore. Perché nella maggior parte dei casi si tratta di bottiglie che non verranno mai stappate, ma saranno contese nelle aste.

Nella storia, poche hanno raggiunto l’aura mitica di Screaming Eagle Cabernet 1992 (battuto a mezzo milione di dollari) o, per gli spirits, di Henri IV Dudognon Heritage Cognac, bottiglia in oro massiccio e platino, valutata oltre due milioni. Ma il lusso non sta nel prezzo: è piuttosto l’idea di irripetibilità, il privilegio di possedere qualcosa che esiste in una manciata di esemplari al mondo.

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Una delle dodici Penfolds Ampoule, realizzate dall’omonima casa vinicola australiana.

Una delle prime serie iconiche che si ricordi è Château Mouton Rothschild 1945 “V for Victory”, che festeggiava la fine della Seconda guerra mondiale. Poi la maison ha continuato con le etichette d’artista: Dalí nel 1958, Chagall nel 1970, Picasso nel 1973, Warhol nel 1975. Nel Duemila il nuovo millennio è stato celebrato con un’edizione in formato Nabuchodonosor, 15 litri custoditi in un astuccio dorato, battuto poi all’asta per oltre 300mila dollari. Vetro soffiato e teca di un’essenza speciale di legno per le Penfolds Ampoule, realizzate in soli dodici esemplari, al costo di 168mila dollari l’uno, ciascuno fatto sigillare dalla casa vinicola australiana in presenza dell’acquirente. Château d’Yquem per la Liquid Gold Collection ha scelto decanter di cristallo Baccarat ripresi da modelli d’epoca creati per la corte Romanov. Krug con il progetto Grande Cuvée 170ème Édition ha invece iniziato a legare lo champagne alla musica, progettando cofanetti speciali che includono con tenuti audio esclusivi, commissionati ad artisti molto noti.

Henri IV Dudognon Heritage Cognac in oro massiccio e platino, valutata oltre due milioni.

A volte poi i grandi vini si legano nell’immaginario a figure immortali del mondo dello spettacolo. È il caso del Dom Pérignon 1953 – l’annata preferita da Marilyn Monroe – che campeggia nel leggendario servizio fotografico sulla diva di Bert Stern. Nel 1974 un altro fotografo, Robert Mapplethorpe, immortalò il Dom Pérignon Vintage 1968 in una polaroid, trasformata poi in cartolina di auguri per Capodanno. La bottiglia compare anche nel suo trittico Champagne (1975). Negli ultimi vent’anni la maison ha proseguito le collaborazioni con figure culturali influenti, spaziando tra moda, musica, cinema, arte e design. Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat, Karl Lagerfeld, Jeff Koons, David Lynch, Lenny Kravitz, solo per ricordarne alcuni. L’ultimo capitolo, esplorato quest’anno, ha coinvolto sette protagonisti contemporanei: l’attrice, regista e produttrice Zoë Kravitz, la chef Clare Smyth, l’attrice Tilda Swinton, il ballerino e coreografo Alexander Ekman, l’icona musicale Iggy Pop, il produttore e regista Anderson Paak e l’artista Takashi Murakami.

Quest’ultimo firma le due edizioni limitate Dom Pérignon Vintage 2015 e Dom Pérignon Rosé Vintage 2010, oltre a un Uber piece. «Una volta fui invitato a casa di un collezionista di vini», racconta. «Mi fu mostrata la sua cantina, grande quanto una palestra. All’interno trovai diverse etichette giapponesi con allegati degli appunti. Quando chiesi al proprietario di cosa si trattasse, mi rispose che erano vini collezionati da un amico: da questa selezione, a suo parere, si capiva davvero il suo carattere. Mentre lo guardavo ricordare l’amico con le lacrime agli occhi, ho pensato che il vino, proprio come l’arte, è una macchina del tempo». Per questo l’artista ha rivestito con l’esuberanza dei fiori simbolo della sua estetica superflat le bottiglie e i coffret, che diventano quasi figure oniriche di una natura in costante e vibrante fioritura, in un poetico equilibrio tra semplicità e sofisticatezza. «Un giorno io non ci sarò più e nemmeno i miei figli, ma spero che le persone del futuro, quando vedranno questa etichetta invecchiata, possano immaginare com’era il 2025», conclude. I principi che guidano l’artista giapponese non sono distanti da quelli dell’arte dell’assemblaggio descritta dallo chef de cave Vincent Chaperon: come nel Superflat si opera per sottrazione e il risultato non è il minimalismo, così l’armonia ricercata nel vino è «una forma di pienezza, che privilegia l’emozione».

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