La finale

«Alma» di Federica Manzon vince il premio Campiello

Secondo Franchini (Il fuoco che ti porti dentro), terzo Trevi (La casa del Mago), quarto Mari (Locus Desperatus), quinto Santoni (Dilaga ovunque)

di Lara Ricci

Federica Manzon con Alma vince il Campiello

6' di lettura

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È Federica Manzon, con Alma (Feltrinelli), la vincitrice della sessantaduesima edizione del Premio Campiello. Si è aggiudicata 101 voti su 287 espressi dalla giuria popolare. «Poiché è un libro che parla del confine, questo premio lo dedico a tutte le persone che stanno attraversando il confine, in particolare il confine Orientale dell’Italia, e che lo fanno sognando un presente - prima ancora che un futuro - migliore, in un momento in cui a Trieste il trattato di Schengen è stato sospeso in anticipo rispetto a altre parti d’Europa, ed è ancora sospeso. Vorrei che la mia piccola vittoria fosse un auspicio per andare in un’altra direzione», ha detto Manzon.

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Alma è la storia della protagonista omonima, una donna che torna a Trieste, città nativa da cui ha avuto molti motivi per andarsene, per prendere l’eredità che le ha lasciato suo padre, un padre vagabondo e imprevedibile che lavorava all’ombra del maresciallo Tito. A consegnargliela l’ultima persona che vorrebbe vedere: l’ex ragazzino che era entrato improvvisamente nella sua vita - tagliandola fuori da quella Jugoslavia che le portava sempre via suo padre, e dove prima, ogni tanto, portava anche lei - diventando un fratello, un amico, un amante e un antagonista.

Alma, costretta a affrontare la sua eredità, lo fa chiedendosi a quali luoghi appartiene, qual è la sua vera identità, quali sono le cose che la definiscono. Torna nelle strade, nelle case in cui aveva abitato, nella Trieste dove convivevano la tradizione austroungarica e le innovative idee di Basaglia, su un confine che tiene assieme diverse culture, non sempre pacificamente, così come le sue diverse nature non convivono pacificamente nella protagonista. Ciò di cui Alma si rende conto è che «non è importante la fusione in una qualche entità, è importante mantenere la curiosità» ha spiegato l’autrice durante la premiazione.

«Le radici - ha detto Manzon - non sono sempre partenze, a volte vengono usate come un richiamo del sangue che permette a distinguere chi appartiene a quella radice, a quel territorio, a quella lingua e chi non ci appartiene e sta fuori da quel luogo, da quel territorio. Diventano strumento di conflitto. Io credo che il passato, le radici, debbano essere qualcosa che si muove, come i rizomi, in superficie, che attraversa i confini. Le radici degli alberi non si curano dei confini, attraversano e vanno oltre».

Secondo classificato, con 78 voti, Antonio Franchini in Il fuoco che ti porti dentro (Marsilio). Un libro in cui l’autore ha invitato i lettori a conoscere sua madre «come facevo con gli amici che invitavo a cena per fargli vivere un’esperienza estrema», scrive, sornione. Angela, donna che incarna tutto il peggio dell’italianità: «il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo, l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore dell’ignoranza, il rancore». Angela che desiderava recitare una parte anticonformista e scorretta, che «per essere personaggio ha forzato i toni, ha calcato la mano, ha esagerato abdicando a ogni delicatezza, pestando con strepito ogni passo sul palcoscenico della vita». Angela che come sua madre era solita ripetere «Io nun vaco a’ casa ’e nisciuno», non vado a casa di nessuno, traduce il figlio, «come a dire che non hanno bisogno del prossimo e nessuno può costringerle a fare la cosa che più le ripugna: confrontarsi con altri esseri umani. Come si evince da un’altra delle loro massime favorite: “Io non voglio essere paragonata a nisciuno!”». Il risultato è un libro appassionate e sottile, che tracima di un’umanità fragile e aggressiva, puzzolente e a suo modo candida, piena di inventiva, di forza vitale e di cattiveria, che l’autore finisce per amare pazzamente, teneramente, tragicamente, e noi con lui (sperando in un prossimo libro che indaghi pure questo amore - «temo che tutti gli amori siano in qualche modo sbagliati», scrive, verso la fine).

Terzo Emanuele Trevi, autore della C asa del mago (Ponte alle Grazie), che ha ottenuto 66 voti. «Hai presente una scogliera liscia, a picco sul mare? Così è tuo padre se non ti vuole dare retta. Non offre appigli» diceva la madre di Trevi al figlio, parlando del padre Mario, famoso e impenetrabile psicanalista junghiano, aggiungendo il solito ritornello «lo sai com’è fatto». «Siete assortiti male. Un adulto che non si cura mai del prossimo e un bambino che sta sempre con la testa tra le nuvole», gli disse una volta che - preoccupata che il figlio di nove anni si perdesse a Venezia con il padre - voleva mettergli abbastanza paura affinché non si distraesse. La casa del mago è quella del padre, dove l’autore va a vivere dopo che lui è morto e non riesce a venderla. Del resto, fin da bambino, a lui importava stargli vicino, essere la sua ombra. La casa, e la lettura di Jung, diventano sorgenti del ricordo paterno e permettono all’autore di fare i conti con quella presenza enigmatica e ingombrante, nella sua «autocratica sovranità», oltre che con sé stesso e con la realtà, che suo padre cercava di afferrare attraverso l’arte e la psicoanalisi.

Si parla di case anche nel libro arrivato al quarto posto, quello di Michele Mari. Al centro del suo romanzo, Locus desperatus (Einaudi), un uomo che vive per gli oggetti, che ha delegato la sua memoria e la sua identità alle cose che possiede. Questa interessante idea Mari la declina in una dimensione fantastica. Il protagonista, come l’autore un collezionista compulsivo, un giorno si accorge di una sottile croce tracciata col gesso sulla sua porta. La cancella e la croce ritorna, e con lei compaiono strani personaggi che sembrano uscire da un mondo parallelo e che gli impongono lo sfratto dalla sua «tana-museo». Aveva sperato che, nel tempo, questa gli avrebbe restituito le sue parti di anima. Cosa sarà di lui una volta perse le cose che aveva designato a rappresentarlo?

Quinto classificato Vanni Santoni con Dilaga ovunque (Laterza), un romanzo-saggio che porta nel mondo dei graffiti, e della street art, chiedendosi cosa spinge l’uomo - fin dalla notte dei tempi, da quando uomini del paleolitico dipinsero quella che viene chiamata la Cappella Sistina della Preistoria, Lascaux - verso la pittura, e in particolare la pittura parietale.

Negli anni, il premio Camiello si è declinato in diverse versioni. Il Campiello Natura - Premio Venice Gardens Foundations è nato lo scorso anno e in questa edizione ha premiato Emanuela Evangelista, una ricercatrice e attivista che da 12 anni vive in un vilaggio di 15 palafitte su un affluente del Rio Negro, a sua volta affluente del Rio delle Amazzoni, nel profondo della foresta primaria. È autrice di Amazzonia. Una vita nel cuore della foresta (Laterza).

«Un’appassionante e documentata testimonianza dello stato presente della più grande foresta del mondo: un polmone o un cuore che con il suo respiro o con la sua pulsazione alimenta tutto il pianeta (anzi, il bioma) e che tutto il pianeta ha la responsabilità di sottrarre alla catastrofe cui oggi è esposto. Il pericolo della deforestazione e dell’uso irresponsabile delle risorse naturali sono denunciati in questo libro con l’obiettività della scienziata e con la passione dell’attivista, che dà la parola non solo ai dati misurabili ma anche all’autocoscienza, sempre maggiore negli ultimi anni, delle genti che abitano queste terre, in un reportage che merita di essere letto e meditato», ha scritto la giuria.

«Gli abitanti della foresta non parlano della foresta, dicono “noi siamo la foresta”. Così io dico “noi non abitiamo il Pianeta, noi siamo il Pianeta”» ha affermato Evangelista, per sottolineare come quel gigantesco bioma sia parte essenziale della nostra vita.

In un piccolo paese abita anche Paolo Rumiz, che ha vinto il premio alla carriera. «Vivo in villaggio di 80 abitanti in Slovenia, vicino al confine - ha raccontato - e vedo passare ogni giorno i migranti, i profughi ucraini, gli afgani e ora, l’ultima ondata, sono i bengalesi. La frontiera è un sismografo fondamentale di tante cose che accadono. Siamo arrivati in un momento della nostra storia in cui rischiamo di perdere molte libertà, non basta più fare letteratura, dobbiamo fare qualcosa di più ampio, fare narrazione, mettere a disposizione le parole per dire qualcosa di diverso, non rispondere con la pancia ma con l’intelletto e con il cuore. Umanizzare un dialogo che sta diventando sempre più virtuale».

Il Campiello junior è stato invece assegnato a Angelo Petrosino con Un bambino, una gatta e un cane, illustrato da Sara Not per Einaudi Ragazzi e a Daniela Palumbo con La notte più bella (Piemme). «È nostra responsabilità insegnare alle nuove generazioni a usare le parole con pertinenza e felicità, pertinenza per essere persone responsabili, e felicità per sviluppare la fantasia e costruire futuri. Premiare chi sa scrivere per bambini significa stimolare la cittadinanza responsabile, la capacità di stare assieme: l’identità si costruisce per relazioni, non è guardarsi allo specchio, è parlare. Sono stati premiati due libri che insistono su questi temi: sperimentano la realtà, trattano del rapporto con gli animali, lavorano sulla fantasia e sulla consapevolezza» ha detto Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli, che sponsorizza questa sezione del premio.

A vincere il Campiello Opera prima è stata invece Fiammetta Palpati con il romanzo La casa delle orfane bianche (Laurana Editore).

Giulia Arnoldi è la vincitrice del Campiello Giovani, il concorso riservato ai giovani tra i 15 e i 21 anni, con il racconto Appena prima dell’ultimo accordo .

Riproduzione riservata ©
  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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