L’addio di Cingolani: «Nato difficile da smantellare, ma l’Europa si rafforzi»
di Celestina Dominelli
di Flavia Landolfi e Manuela Perrone
4' di lettura
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Un Paese di paradossi. È tra i più piovosi d’Europa, ma riesce a immagazzinare appena il 4% dell’acqua, complici infrastrutture obsolete, perdite sulla rete, dighe bloccate o da sfangare.
È anche tra i più fragili dal punto di vista idrogeologico - con il 94% dei Comuni a rischio frane, alluvioni ed erosione e 8 milioni di persone che vivono in aree ad alta pericolosità - ma incapace di spendere i fondi dedicati. Replicando all’infinito lo schema di sempre: frammentazione e burocrazia, che producono inconcludenza.
E così, tra fondi nazionali ed europei, ci sono 21 miliardi di euro - il calcolo arriva dagli uffici del ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci - stanziati fino al 2030 per la messa in sicurezza del territorio, sparsi in mille rivoli. Senza controllo e senza regia. Senza neppure contezza di quanto sia stato speso sin qui: la ricognizione, non ancora conclusa, è affidata a un gruppo interministeriale nato dopo l’alluvione di Ischia.
Tanta confusione, pochissime certezze. Come quella che riguarda ItaliaSicura, l’unico tentativo strutturato di mettere ordine nel settore con una struttura di missione a Palazzo Chigi e un piano da 33 miliardi di euro destinati a 10.361 interventi in tutte le Regioni.
«Ma il 92% delle opere pervenute era un insieme di soli titoli e di iniziali studi di fattibilità e dava la misura del “caso italiano” e del ritardo pazzesco nelle progettazioni», afferma Erasmo D’Angelis, allora responsabile della struttura.