Il disastro

Alluvione in Tibet e Nepal: i morti sono più di mille, oltre 4mila i dispersi

Le autorità nepalesi riferiscono di aver soccorso più di 11mila persone. Centinaia di vittime sono state sepolte in fosse comuni

dal nostro corrispondente Marco Masciaga

Aggiornato l’1 settembre 2026, ore 07:45

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La pira funebre di Prabita Roila, 32 anni, morta nell’inondazione che lo scorso 26 agosto ha colpito il Nepal REUTERS

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NEW DELHI - Sono ormai più di mille le vittime accertate dell’inondazione che la scorsa settimana ha colpito il Nepal e il Tibet, dopo che un pezzo di ghiacciaio himalayano è precipitato a valle trascinando con sé un’enorme quantità di detriti e facendo esondare un fiume. Il numero dei dispersi è salito ancora e adesso supera quota 4mila.

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L’Autorità nazionale per la gestione delle catastrofi del Nepal ritiene che almeno 639 lavoratori siano ancora intrappolati in una mezza dozzina di impianti idroelettrici del Paese. Un dato che rende ancora più inspiegabili le reticenze del governo di Kathmandu che per giorni ha frenato l’arrivo di squadre di soccorritori dall’estero, dicendo di aver bisogno test per il Dna e poco altro.

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Una posizione andata smussandosi con il passare dei giorni. Tra le richieste fatte dall’esecutivo ai soccorritori stranieri ora ci sono squadre specializzate nelle missioni di salvataggio nei tunnel, kit per l’analisi del Dna, così da poter dare un giorno un nome ai morti sepolti nelle fosse comuni e droni in grado di trasportare carichi pesanti in zone remote che sono ormai isolate da giorni.

Arnold Dix, un geologo con esperienza nelle operazioni di soccorso in gallerie, sta facendo da consulente per circa una mezza dozzina di interventi di salvataggio in tunnel di impianti idroelettrici in Nepal e sottolinea come l’elevato numero di operazioni necessarie, unito al rischio di nuove inondazioni improvvise previste nel corso della settimana, renda le ricerche particolarmente difficili. «Non si tratta semplicemente di un unico disastro», spiega. «Ci troviamo di fronte a molti disastri contemporaneamente e anche le nostre risorse sono limitate.»

I dati sulle vittime e i dispersi

In base alle ultime comunicazioni della polizia, nel solo Nepal sono morte 987 persone, mentre 3.916 risultano disperse. Le autorità cinesi, che in questi giorni non hanno brillato per trasparenza e puntualità nel dar conto dei danni del disastro, continuano a parlare di 16 vittime che porterebbero così a 1.003 il numero totale dei morti. Il numero dei dispersi sul versante tibetano è fermo da giorni a 546.

Proprio dalla Cina domenica sono giunte notizie meno vaghe sulle centinaia di dispersi stranieri: la comunità più numerosa è quella nepalese (104 persone), seguita da quelle indiana (49), lettone (33), americana (18) e britannica (15). Tutti i sopravvissuti stranieri avrebbero già lasciato la regione. Nessuna notizia invece dei tre italiani dispersi. Nella notte tra domenica e lunedì il dipartimento di Stato Usa ha fatto sapere di non disporre di informazioni su un’ottantina di cittadini americani, tra quelli che il giorno dell’inondazione si trovavano in Nepal e Tibet.

Ricerche ed evacuazioni

Dopo le difficoltà del weekend, lunedì i soccorsi sono proseguiti senza la minaccia di nuove inondazioni. Domenica era stata una giornata difficile con uno stop alle operazioni di soccorso in Tibet a causa di un nuovo lago di sbarramento che aveva costretto a un’evacuazione dell’area intorno al posto di frontiera di Gyirong. Situazione in miglioramento anche in Nepal dove il livello dell’acqua del fiume Trishuli è, almeno temporaneamente, tornato sotto il livello di guardia dopo che nel weekend, in seguito a nuove precipitazioni, residenti e squadre di soccorso avevano dovuto cercare rifugio in zone più elevate.

Cambiamento climatico e sistemi di allerta

Domenica la tv di Stato cinese ha incolpato della tragedia l’instabilità dei ghiacciai causata dagli effetti di lungo termine del riscaldamento globale. Un fenomeno che pone una sfida di enorme complessità per il futuro e rende ancora più urgenti misure precauzionali nell’immediato. Partendo dai sistemi di allerta: secondo un gruppo di ricercatori cinesi la valanga di acqua, rocce e fango piombata sul posto di frontiera tra Cina e Nepal ha viaggiato tra i 6 e i 7 minuti prima di raderlo al suolo.

Meccanismi per cui saranno necessari investimenti ingenti che andrebbero a sommarsi a quelli per la ricostruzione. Secondo le stime del ministro delle Finanze Nepalese Swarnim Wagle, il Paese himalayano potrebbe aver bisogno di 4-5 miliardi di dollari per la ricostruire ciò che è stato spazzato via o danneggiato irreparabilmente dall’inondazione. Wagle ha precisato che si tratta di una stima iniziale, mentre è ancora in corso la valutazione dei danni.

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Le difficoltà nei soccorsi

Nonostante gli sforzi di 21mila soldati, le autorità nepalesi nel weekend hanno iniziato seppellire centinaia di vittime del disastro in fosse comuni per cercare di ridurre il rischio di epidemie. Le operazioni di soccorso dei sopravvissuti sono ostacolate dalla distruzione di lunghi tratti stradali e dai danni alle comunicazioni, che rendono difficile raggiungere le zone isolate e distribuire cibo, medicinali e ripari temporanei. Le autorità di Kathmandu hanno riferito che più di 11.400 persone sono state tratte in salvo. La Federazione internazionale della Croce rossa stima che circa 93mila persone in Nepal abbiano bisogno di assistenza.

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Il governo del giovane premier Balendra Shah, un ex rapper di 36 anni, si trova di fronte a una sfida immane. Se possibile ancora più grande di quella accettata con la vittoria elettorale dello scorso marzo: ovvero restituire fiducia a una popolazione che dopo anni di malgoverno ha voltato le spalle ai partiti tradizionali per gettarsi tra le braccia di un giovane leader dai tratti populisti e autoritari con pochissima esperienza amministrativa.

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