Direttiva Ue sui fornitori: ancora rinviato il voto sugli obblighi per le imprese
Bloccato il varo del Supply chain act. Il testo torna all’Europarlamento con un addendum su cui si sta negoziando
di Laura La Posta
8' di lettura
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Infuria la battaglia politica sul Supply chain act europeo (denominato Csddd), che secondo gli industriali avrebbe messo a rischio la competitività continentale in uno scenario congiunturale e geopolitico complesso. Prima c’è stata la cancellazione del voto al Coreper pre-Consiglio, per il dietrofront annunciato di Germania, Austria, Finlandia e Italia a seguito dell’appello lanciato dalle associazioni confindustriali nazionali e da quella continentale BusinessEurope. Poi gli sherpa hanno lavorato a un addendum al testo, che recepisse in parte le richieste di modifica. La bozza di direttiva emendata - in modo insufficiente secondo i negoziatori tedeschi - è tornata poi al Parlamento europeo, ma la sua calendarizzazione nell’agenda dei lavori in commissione è già slittata una prima volta. Le associazioni ambientaliste, Wwf in primis, parlano di affossamento silenzioso della proposta di regolamentazione.
La battaglia politica sulla Csddd
Rumors dal Belgio descrivono, in effetti, un clima difficile attorno al testo, che potrebbe essere messo su un binario morto e non concludere il suo percorso in tempo per le elezioni europee, fissate dal 6 al 9 giugno. Troppo divisivo il testo prima di una consultazione politica, soprattutto per la Germania dove i partiti della coalizione al governo sono in disaccordo sul provvedimento. Tutti concordano su un punto, però: una nuova normativa europea sulla supply chain non può essere più restrittiva di quella in vigore in Germania, già giudicata di difficile applicazione da parte delle imprese tedesche e da tutta la loro catena di approvvigionamenti, come denunciato anche dalle aziende italiane fornitrici di industrie tedesche in un recente meeting in Emilia-Romagna.
La richiesta dei rappresentanti industriali è chiara e concorde, in particolare in Germania e Italia: bloccare il testo della proposta di direttiva europea sulla Corporate responsibility due diligence (Csddd) perché una normativa così concepita - e giudicata macchinosa, di difficile applicazione e invasiva - avrebbe fatto aumentare il costo degli approvvigionamenti industriali con conseguenti difficoltà per le imprese e nuove tensioni inflazionistiche. I negoziati ora si riaprono, su nuove basi, a un passo dal voto decisivo che era stato fissato al 9 febbraio.Le imprese europee avevano lanciato l’allarme perché la Csddd avrebbe imposto obblighi di verifica lungo tutta la catena di fornitura comportando un aumento dei costi di approvvigionamento e monitoraggio. L’appello dell’associazione delle confindustrie europee BusinessEurope non è passato inascoltato.
Il dietrofront della Germania
In Germania si è consumata una vera e propria battaglia politica sul tema, con schieramenti contrapposti di partiti, per bloccare in extremis un testo giudicato troppo punitivo per le aziende, nella congiuntura attuale. Anche in Italia, Confindustria aveva chiesto ufficialmente al Governo di astenersi (quindi di esprimere una posizione negativa) sulla proposta di direttiva al voto finale.
Per una volta, forse la prima di una serie (visto il rallentamento economico in atto), la Germania ha abbandonato la linea ecologica che ha contraddistinto il suo supporto alla Commissione von der Leyen a trazione green, confluendo di fatto sulle posizioni italiane. Posizioni, quelle del Governo Meloni, critiche da diversi mesi sulla pioggia di regolamenti e direttive green (come quelle sulle auto e sul packaging) varate tutte insieme, con scarse misure di supporto per agevolare una transizione giusta e senza la necessaria neutralità tecnologica per consentire ai singoli Stati di raggiungere i risultati concordati nel modo più adatto al loro sistema economico e tecnologico.
Finora l’Italia era sola in Europa in questa battaglia, giudicata “di retrovia” e inadeguata di fronte all’emergenza dei cambiamenti climatici in atto. Poi la Germania e altri Paesi nordici, con la svolta al meeting Coreper pre-Consiglio in Belgio, hanno rotto il fronte europeo, ponendo fine all’isolamento italiano. È bastato infatti che la Germania lasciasse trapelare - al pari dell’Austria, della Finlandia e dell’Italia - che si sarebbe astenuta al momento della votazione per avviare frenetiche negoziazioni in extremis per salvare la votazione del 9 febbraio sulla direttiva Csddd. Ma i rilievi tedeschi sono stati giudicati «extensive», secondo i rumors dal Belgio, e il voto è stato rinviato, per dare più tempo ai negoziati di svolgersi.
Secondo un’anticipazione di Radiocor Il Sole-24 Ore, Germania, Austria e Finlandia avevano infatti preannunciato l’astensione, che ai fini della votazione sarebbe stata conteggiata come un voto negativo. A questi tre Paesi si sarebbe aggiunta l’Italia, sempre con l’astensione. Se gli ambasciatori avessero votato, sarebbe emersa platealmente la minoranza di blocco impedendo, appunto, che si raggiungesse la maggioranza necessaria. La posizione dei quattro Paesi riflette quella assunta dalla maggior parte del mondo industriale che ritiene l’impatto di quelle regole sull’attività delle aziende troppo onerosa.
L’appello delle imprese
«Per le regole europee della maggioranza qualificata serviva l’astensione anche dell’Italia per fermare il testo attuale, macchinoso e ingestibile, di una direttiva critica per le imprese e per la competitività europea - spiega Stefano Pan, delegato del presidente di Confindustria per l’Europa e vicepresidente di BusinessEurope -. Per questo abbiamo chiesto al Governo italiano di astenersi in fase di votazione, in modo da consentire il riavvio dei negoziati».
Del resto, lo stesso allarme delle imprese tedesche è stato recepito dalla Germania, che ha optato per il dietrofront dalla battaglia ecologista a seguito di un vivace dibattito interno, che ha diviso i partiti e ottenuto vasta eco, in un Paese alle prese con scioperi e preoccupazione montante per la tenuta industriale.
«Il dibattito sulla direttiva europea è stato in evidenza per giorni nei telegiornali in Germania e ha avuto vasta eco per la sua portata simbolica - racconta Pan -. Le imprese tedesche, al pari di quelle italiane e di altri Paesi, sono molto preoccupate dal varo di una normativa estremamente complessa e invasiva per la sua portata globale. Speriamo quindi che venga scongiurato un aumento dei costi incontrollato degli approvvigionamenti, in una fase economica delicata e in uno scenario geopolitico critico».
Perché la direttiva Csddd preoccupa
Al centro delle polemiche c’è una delle direttive chiave per completare la strategia anti-climate change europea realizzata con il pacchetto di normative Fit for 55 e con il Green new deal. La Csddd - detta anche Csdd, Cs3D o più simbolicamente Eu Supply chain act - prevederebbe infatti dovere di diligenza (due diligence) delle imprese ai fini della sostenibilità sociale, mirando a promuovere un comportamento sostenibile e responsabile lungo tutta la filiera del valore. Le imprese, in sostanza, dovrebbero evitare che le loro operazioni abbiano effetti negativi sui diritti umani, come il lavoro minorile e lo sfruttamento dei lavoratori, e sull’ambiente, ad esempio l’inquinamento e la perdita di biodiversità.
Tutto condivisibile, in linea di principio.
«Ma BusinessEurope stima che il controllo di tutti i fornitori (e dei loro fornitori) comporterebbe un aumento dei costi considerevole, per monitorare tutta la filiera, controllare continuamente la supply chain e fornire garanzie di compliance - spiega Pan -. Nel caso di una media impresa, i costi possono arrivare fino a quattro milioni di euro; per non parlare dei costi di una possibile disruption della catena di fornitura, che potrebbe avvenire se tante imprese cambiassero fornitori in un momento geopolitico ed economico così complesso. Pensiamo ad esempio ai nostri settori della concia delle pelli e dell’edilizia: il rischio di nuovi shock lungo la supply chain ci preoccupa».









