25 novembre

Allarme Onu: alienazione parentale usata nei tribunali per occultare la violenza

La relatrice speciale Alsalem: nei tribunali teorie ascientifiche con cui i maltrattanti screditano le accuse e fanno allontanare i figli dalle madri. Corsi e consulenze, un business sulla pelle dei bambini

di Flavia Landolfi e Manuela Perrone

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«Lo pseudo concetto di alienazione parentale, screditato e non scientifico» viene utilizzato «nei procedimenti di diritto familiare dai maltrattanti come strumento per continuare ad abusare e per minare e screditare le accuse di violenza domestica da parte di madri che cercano di tenere al sicuro i propri figli». Tutto in violazione del principio del superiore interesse del bambino.

Non usa mezzi termini il rapporto sull’alienazione parentale firmato dalla relatrice speciale Onu sulla violenza contro le donne, Reem Alsalem, che lo ha illustrato il 20 novembre in Italia al Senato durante un’iniziativa promossa dalla dem Valeria Valente. «Il ricongiungimento forzato dei minori ad uno dei genitori e l’allontanamento forzoso dall’altro al fine di conseguire la riunificazione dal genitore rifiutato è una forma di tortura e maltrattamento istituzionale», ha chiosato l’esperta giordana in questioni umanitarie e di genere. Che ha messo nel mirino anche i cosiddetti «campi di riunificazione», centri o case famiglia dove si forza il rapporto del minore con l’altro genitore: per la rapporteur andrebbero probiti.

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Un intero impianto sotto accusa

Ma è tutto l’impianto che ruota intorno all’alienazione parentale a essere sotto accusa. Le 40 pagine del rapporto Onu denunciano ascientificità e strumentalità della teoria che era stata inventata dallo psicologo Richard Gardner per applicarla durante i divorzi ai bambini che denunciano abusi da parte dei padri: con l’alienazione e i suoi derivati, come il “rifiuto genitoriale”, sono censurati gli atti compiuti da un genitore, più spesso la madre, accusato di causare nel bambino un rifiuto dell’altro genitore, di solito il padre.

L’intento di «deprogrammare» i minori

 «Le madri protettive si ritrovano in una situazione svantaggiosa. Insistere nel presentare prove di violenza domestica o di abuso dei minori può essere visto come un tentativo di allontanare i figli dall’altro genitore». Succede così che bimbi, anche piccoli, vengano sottratti al genitore definito “alienante” e collocati, spesso attraverso prelievi con l’uso della forza pubblica, in casa famiglia o presso l’altro genitore, ignorando la loro volontà, le allegazioni di violenza e persino le condanne penali. Obiettivo: «deprogrammare» i minori per eliminare il rifiuto e realizzare la bigenitorialità.

Alienazione usata su scala globale

Nonostante sia stata respinta dalla comunità scientifica e cancellata dalla Classificazione internazionale delle malattie dell’Oms, l’alienazione è «ampiamente utilizzata per negare le accuse di abuso all’interno dei tribunali familiari su scala globale». Centinaia di mamme si ritrovano bollate da psichiatri, psicologi, assistenti sociali come alienanti, ostruzioniste, ostative, maligne e perdono la custodia dei figli, con effetti «catastrofici». Un solo Paese ne ha proibito l’uso: la Spagna.

Il business di corsi e consulenze

Ma chi sono i valutatori? Molti, osserva il rapporto, si pubblicizzano come «esperti» di alienazione parentale o rifiuto genitoriale e «sembrano abusare della loro posizione a scopo di lucro o di agenda politica». Consulenze, formazione, conferenze: l’alienazione è una «attività lucrativa». Business is business, anche sulla pelle dei bambini, sottoposti a «valutazioni psicologiche intrusive, inappropriate e ritraumatizzanti». E i giudici troppo spesso si appiattiscono sui giudizi dei consulenti. «È evidente - scrive Alsalem - la necessità di una formazione e di competenze specialistiche» in materia di violenza familiare, come segnala il Libro bianco del Dipartimento Pari opportunità presentato lo scorso anno dalla ministra Eugenia Roccella. E come va ripetendo ormai da mesi la Garante per l’infanzia, Marina Terragni, in prima fila a denunciare casi di prelevamenti forzosi dei bambini non in condizioni di grave pericolo per la loro incolumità.

Uno studio in cinque Paesi

Ma il coro contro queste pratiche si fa sempre più forte. Uno studio condotto da Shazia Choudhry, docente all’Università di Oxford, con la ricercatrice Daniela Rodriguez Gutierrez per Dire (Donne in rete contro la violenza) spinge ancora oltre il ragionamento: mostra come l’alienazione continui a insinuarsi nelle aule di giustizia inquinando i procedimenti anche quando non viene nominata. La ricerca, condotta in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra e Bosnia, racconta un sistema che tende a considerare madri e padri su piani diversi, con aspettative asimmetriche, standard più severi per le donne. Sta maturando maggiore coscienza, «tuttavia la consapevolezza che il termine non ha portato all’eliminazione del concetto e dei presupposti che lo sottendono». Si conosce la distorsione, ma non si fa nulla per eliminarla.

In Italia record di riformulazioni: l’alienazione sotto mentite spoglie

L’Italia, poi, secondo lo studio, gode di un primato: fornire «il maggior numero e varietà di riformulazioni dell’alienazione genitoriale». Un campionario degno di nota: “madre maligna”, “comportamento ostruzionistico”, “comportamento ostile della madre”, “madre simbiotica”. La ricerca conclude ponendo l’accento sulla diffusione dell’uso di questo bias nei procedimenti. «In Inghilterra e Galles, Francia, Italia e Spagna un buon numero di interlocutori ha commentato il frequente ricorso all’alienazione parentale in tribunale e l’aumento del suo utilizzo negli ultimi anni». Ma l’informazione non riesce a scalfire il muro, perché nei fascicoli di diritto di famiglia la categoria continua a funzionare come una scorciatoia: se il bambino fatica a vedere il padre, l’ipotesi di alienazione scatta prima ancora dell’analisi del rischio.

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