Quanto valgono le promesse mancate di Apple sull’Ai?
di Alessandro Longo
di Gianluca Di Donfrancesco
3' di lettura
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Nella prima metà del 2019 gli investimenti diretti esteri sono scesi del 20% rispetto al secondo semestre del 2018 (a 572 miliardi di dollari). Quelli realizzati da gruppi economici cinesi negli Stati Uniti si sono praticamente prosciugati, precipitando a meno di 1,2 miliardi di dollari. Meno di tre anni prima, tra luglio e dicembre del 2016, avevano raggiunto il picco record di 16 miliardi di dollari.
I dati diffusi dall’Ocse sui flussi degli investimenti diretti esteri fanno da specchio alla frenata del commercio internazionale e restituiscono, una volta di più, l’immagine di una globalizzazione in pieno riflusso, con le catene globali dei fornitori (global value chain) messe in discussione dal ritorno di fiamma del protezionismo.
A inizio ottobre, la World Trade Organization ha tagliato le stime di crescita degli scambi mondiali all’1,2% per il 2019, meno della metà delle già deboli previsioni fatte ad aprile (2,6%).
A colpi di dazi e proclami, si è drasticamente ridotto l’interscambio tra Cina e Stati Uniti, le superpotenze da quasi due anni impegnate in quella guerra commerciale che, secondo il Fondo monetario internazionale, sta frenando la crescita mondiale. Ad agosto, l’interscambio tra i due Paesi si è contratto del 10% su base annua. Il livello dei dazi medi che i due giganti si applicano a vicenda è salito ormai al 21%: all’inizio del 2018 era al 3,1% per gli Usa e all’8% per la Cina (secondo i dati del Peterson Institute for International Economics).
Washington e Pechino stanno negoziando un’intesa per fermare l’escalation, ma il prossimo mese la Casa Bianca potrebbe spostare il tiro sull’Europa, sulla quale ancora pende la minaccia di tariffe sull’industria dell’auto.