Alla scoperta di Phnom Penh, fra arte e uno skyline in continua evoluzione
La caotica capitale cambogiana si lascia alle spalle il passato di semplice tappa verso le spiagge e i templi di Angkor Wat e riscrive la propria identità di destinazione internazionale.
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Fino a poco tempo fa Phnom Penh, la caotica capitale cambogiana, era una città in cui si arrivava pensando già al momento di ripartire. Una notte, magari due, abbastanza per una visita obbligata al Palazzo Reale e al Tuol Sleng, il museo del genocidio, prima di correre ai tipici luoghi da cartolina del paese: il complesso dei templi di Angkor Wat o una delle isole-resort al largo della costa meridionale. Se dal 2020 il turismo in Cambogia ha cominciato a rifiorire e città come Siem Reap, Kampot e Battambang sono diventate roccaforti di arte e cultura, Phnom Penh ha faticato a modificare quella sua immagine fatta di illegalità, piccoli crimini e turismo di passaggio. L
Chiedilo al Sole
e cose però stanno cambiando: lo scorso ottobre è stato inaugurato un nuovo aeroporto internazionale. Foster + Partners, lo studio di architettura che ha firmato il progetto da due miliardi di dollari, lo definisce “la nuova immagine della capitale della Cambogia”, dove il sole filtra attraverso soffitti che ricordano gli intrecci delle tradizionali ceste di vimini. Tutt’attorno, dominano ancora risaie e pascoli, ma nei prossimi anni sorgerà una vera e propria città satellite, con il nuovo Xi Jin ping Boulevard che la connetterà a Phnom Penh.
L’hôtellerie ha risposto velocemente a questi cambiamenti. Il Rosewood Phnom Penh li aveva anticipati quando, nel 2018, si era insediato ai piani superiori della Vattanac Capital Tower, un grattacielo di 39 piani. Oggi offre sontuose suite, un’eccellente spa e una serie di ristoranti esclusivi che spaziano dalla più raffinata cucina cantonese/ sichuanese a un’elegante steakhouse con una collezione di 3mila vini. Lucenti Mercedes sostano accanto ai tuk-tuk e, viste dal rooftop, le luci del traffico brillano come lucciole nella notte. Lo Shangri-La Phnom Penh è un lussuoso 5 stelle nel quartiere Chamkar Mon, vicino a Diamond Island. Nel 2022 era l’edificio più alto di tutto il paese; da allora, una dozzina di altri palazzi l’ha superato. Tra questi, l’omonimo Shangri-La nel distretto di Koh Pich, una giungla di grattacieli dove all’inizio degli anni Duemila non c’era molto oltre a una palude.
Le gru ancora si stagliano sullo skyline e intorno ai cantieri alcuni grandi cartelloni illuminati promettono vite felici in case bellissime. Caffè con torrefazioni esclusive appaiono accanto alle bancarelle di strada dove donne in completi di satin vendono soffici baguette Num Pang e fette di mango. A ogni angolo, striscioni e cartelli in mandarino segnalano molte opportunità di investimento tra le guglie dei templi dorati. Una delle conseguenze di questo forte sviluppo è che alcune splendide ville in stile franco-coloniale e le facciate art déco delle botteghe, che hanno fatto di Phnom Penh la cosiddetta Perla dell’Asia, sono state sostituite da blocchi di edifici tutti vetro e acciaio.
Il celebre architetto Vann Molyvann – autore di alcune delle più emblematiche architetture tropical-moderniste che celebrarono l’ottimismo della Cambogia post-indipendenza tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta – oggi faticherebbe a riconoscere ciò che è diventata la sua città. Molti dei suoi capolavori, come il Teatro Nazionale Preah Suramarit e dozzine di progetti residenziali sono stati abbattuti da facoltosi investitori immobiliari. Quelli che, almeno per adesso, non sono finiti sotto i colpi dei demolitori (per esempio, lo Stadio Olimpico degli anni Sessanta, oggi circondato da centri commerciali e appartamenti per la metà vuoti) sono ancora minacciati. «Grattacieli, centri commerciali ed edifici multiuso hanno rimodellato il volto e l’identità della città», dice l’architetto e urbanista Pen Sereypagna. «Senza un piano urbanistico generale, ognuno fa quel che gli pare».



















