Stile e tendenze

Alla ricerca del guardaroba maschile (forse) perduto

Il Covid ha fatto dimenticare gli abiti formali, ma non si vede ancora cosa resterà dello «Zoom style» e cosa vorrà dire eleganza

di Angelo Flaccavento

Pitti 100

4' di lettura

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Pitti Uomo festeggia la ricorrenza numero 100, che vuol dire 50 anni esatti di vita, in uno dei momenti storici più bizzarri a memoria recente. L’ edizione, per quanto contratta, è fisica, e questo è già un progresso rispetto alla dimensione antisociale della fiera elettronica. Da valutare, però, è altro: l’impatto di confinamento e terrore pandemico sui mores vestimentari del pubblico e sul flusso di coscienza dei creatori.

Pitti è da sempre un sismografo delle oscillazioni del gusto e dello stile. È stato il primo luogo nel quale l’offerta della fiera e i look di quanti la frequentano si sono cementati in un unicum tentacolare che da ultimo era diventato mostro, con i pavoni sempre più garruli e i marchi presi a fare ricerche d’ altro genere. Gli ultimi quindici mesi hanno fatto piazza pulita di tutto, ed è come se il contatore, arrivato a cento, fosse pronto a ripartire da zero. Finalmente. La farsa dello streetstyle in posa permanente ha rivelato la sua farlocca, grottesca inutilità. Il classico in giacca e cravatta, che per Pitti è stato pane quotidiano, appare ormai quasi dimenticato, dopo i mesi dello smart working, dello Zoom dressing e dei pigiami, perché del tutto scollato da usi e costumi che prediligono, forse a torto ma di certo pervasivamente, una certa informalità. Le previsioni teoriche, però, sono fantamoda, che lasciamo ai veggenti e ai santoni fashion. La moda è comunque piena di fatti futuri già realizzati, perché si muove sempre in anticipo di sei mesi almeno sul consumo effettivo. Quindi dai fatti bisogna partire, ovvero dai vestiti.

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Il guest designer di questa edizione del Pitti,

È significativo del clima attuale, caratterizzato dal mescolarsi non sempre limpido, e non di rado del tutto surrettizio, di estetico e politico, ma anche da una eccitante interdisciplinarità, che Pitti abbia individuato come guest designer di questa edizione Thebe Magugu, ventisettenne creatore sudafricano che nel 2019 si è aggiudicato il Premio Lvmh e che ha basato l’ethos del marchio omonimo sul desiderio di raccontare storie legate alle proprie origini. A Pitti, Magugu, una delle cui attività collaterali è la direzione di Faculty Press, magazine che celebra persone, momenti e idee provenienti dalla cultura giovanile sudafricana e africana, rivelerà per la prima volta una collezione maschile. «La metterei al centro dello spettro tra il femminile e il maschile. Il mio womenswear attinge costantemente ai codici del menswear e in questa collezione avviene il contrario – spiega –. Provenendo da una società incredibilmente patriarcale ma essendo cresciuto in una famiglia guidata da donne (e anche come stilista di moda queer), penso di offrire una definizione di abbigliamento maschile classico ma distorto, in modi legati alla mia esperienza. La mascolinità si è certamente evoluta oggi ed è diventata più flessibile, intelligente e inclusiva».

Magugu coglie il nodo fondamentale. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla frantumazione dell’idea monolitica di maschio e al fluttuare di questi mille cocci ciascuno in una direzione diversa, con guardaroba annesso. La pluralità ha sostituito il canone unico e il risultato è eccitante almeno quanto è confondente. Se c’è un aspetto che definisce la cultura tutta del momento, del resto, è proprio la furia decostruttiva che tende a riscrivere storia, pensiero, estetica, azzerando codici vetusti. Nella ricerca di nuove nuance, l’azione sembra polarizzarsi su un accoglimento di quanto è tradizionalmente considerato femminile – dalle trasparenze al make up – e in una decisa infantilizzazione. Allargando lo sguardo ai fatti ultimi della moda, si può parlare di una contrapposizione in corso, psicologica più che anagrafica, tra adulto e bambino, con varie modulazioni tra i due poli. Se da un lato l’uomo di Giorgio Armani, come quello di Zegna o Tod’s, è maturo e consapevole pur nella estrema morbidezza e pensosa noncuranza dell’ approccio al vestire, dall’altro il puer con gli shorts di Prada, così come il surfista spiaggiato di Msgm, paiono non avere ancora raggiunto la maggiore età. Di particolare interesse sono i ragazzi gentili di Ardusse, giovane marchio del tenero Gaetano Colucci, i quali seppur vestiti di raso e pastelli, e per quanto presi a fuggire dalla realtà in un infinito videogioco, hanno una patina coriacea che li rende in qualche modo maturi.

Oltre alla decostruzione del maschio, altro effetto evidente del tempi trascorsi è una dilagante compensazione edonista e luccicante, che attraversa in diagonale lo spettro, da Loewe a Dolce & Gabbana, per arrivare da Etro a un machismo panculturale.

Conclude ancora una volta Magugu: «Negli studi, si nota che ai principali eventi tragici è sempre succeduta una spinta all’evasione. Penso sia il potere della moda: proporre un altro modo di essere al di fuori di quello che affrontiamo nella realtà. Per quanto la moda possa aiutarci a dimenticare, però, penso che le sue strutture e approcci debbano cambiare. L’arrivo del Covid ha subito evidenziato quanto grossolani siano sovrapproduzione e sprechi. Dobbiamo ricalibrare e decidere cosa portare avanti e cosa lasciar cadere».

Decostruire non solo maschi e iconografie, dunque, ma anche pratiche produttive e pattern di consumo. C’è molto da fare.

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