Danza

Al Teatro Nazionale la Serata Preliocaj

Il trittico di creazioni del coreografo francese Angelin Preljocaj procede per contaminazioni

di Giorgia Basili

3' di lettura

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Al Teatro Nazionale di Roma, a due passi dal Teatro dell’Opera,è andato in scena lo spettacolo di danza contemporanea Serata Preljocaj.

Interpretato dal corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, si tratta di un trittico di creazioni del coreografo francese Angelin Preljocaj, di origini albanesi. Si susseguono, con appena cinque minuti di cambio scena, tre lavori ormai centrali nel suo percorso: Annonciation, La Stravaganza e Noces.

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Preljocaj, figura chiave della danza contemporanea europea, ha costruito negli anni un linguaggio capace di attraversare il repertorio senza rimanerne intrappolato. Il suo lavoro sui classici non è mai citazione, ma riscrittura: ne conserva l’ossatura e la espone a innesti inattesi. Nella sua versione de Il lago dei cigni, ad esempio, alla partitura di Čajkovskij si affiancano inserti elettronici del collettivo 79D, fino a suggerire una lettura che sfiora il tema del disastro ecologico.

Questa tensione tra tradizione e scarto attraversa tutti e tre i quadri. A emergere è soprattutto la costruzione del movimento: la pulizia delle linee, il lavoro sulle braccia allongé che si propagano come onde o si allargano con eleganza seguendo l’arcata delle spalle, fino a evocare ali. Le frasi coreografiche si sviluppano per variazione: una figura viene esposta, ripresa e tradita, quasi secondo un principio di canone e controcanto.

In Annonciation (1995), il duetto si ispira all’episodio evangelico. La scena si apre con Maria che si acconcia i capelli, mentre in sottofondo si sente il vociare di bambini da un cortile vicino. Le sonorità elettroniche di Stéphane Roy si alternano al Magnificat di Antonio Vivaldi.

I costumi di Nathalie Sanson sono essenziali, privi di orpelli: ricordano abiti sportivi, aderenti, con gonne corte che lasciano libertà alle gambe, mettendo in evidenza un lavoro preciso e rigoroso. Il dialogo tra le due interpreti procede per rispecchiamenti e scarti minimi. Preljocaj porta in scena un soggetto iconografico tra i più frequentati nella storia dell’arte, ma raramente tradotto in forma performativa.

Rimane però un limite legato allo spazio: i movimenti molto a terra risultano difficili da cogliere da una platea poco rialzata rispetto a un palcoscenico così basso.

La Stravaganza (1997) mette invece in dialogo suggestioni barocche e sensibilità contemporanee. Il titolo allude a uno “stare fuori dal vagare”, ma anche all’incontro tra due mondi.

In scena due gruppi, o meglio tribù, composte da sei ballerini ciascuno (3 donne e 3 uomini). Il primo, su musiche di Vivaldi, incarna una linea più astratta e contemporanea: costumi chiari, leggeri, e una qualità di movimento che richiama la costruzione geometrica di Merce Cunningham. Il secondo gruppo irrompe rompendo quell’equilibrio: abiti d’ispirazione seicentesca, gorgiere, tessuti pesanti nei toni del rosso e del bruno. A dispetto dell’apparato visivo, si muove su sonorità elettro-acustiche, con una gestualità più marcata, lenta e grave, fatta di port de bras ampi e grand plié insistiti.

Dalla diffidenza iniziale si passa progressivamente a forme di contaminazione. I due linguaggi trovano punti di contatto, fino al duetto che segna il culmine: un incontro in cui le differenze puntano a investire un nuovo stile.

Noces (1989), su musica di Stravinskij, chiude la serata con una rilettura del rito nuziale. Preljocaj attinge alla tradizione balcanica, in cui il matrimonio risulta “una sorta di tragedia bizzarra”: la sposa come figura passiva, oggetto di scambio tra famiglie, accompagnata verso un destino già deciso. «Le damigelle d’onore si sarebbero occupate di farne una merce di scambio, passandola da una famiglia all’altra. […] Allora lei, offrendosi come in un rituale funebre capovolto, gli occhi pieni di lacrime, avanzava verso lo stupro consenziente».

In scena dieci interpreti (cinque donne e cinque uomini) e un elemento ricorrente: panche minimali che funzionano insieme come scenografia e dispositivo coreografico. Sono supporti su cui stendersi e giocare all’eros, letti improvvisati e rifugi per appartarsi, ma anche verticali minacciose che si trasformano in cappio per fiaccare le neo-sposine. Quest’ultime sono incarnate da bambole di pezza, dotate di velo a strascico, sballottate e animate a piacimento sia dai futuri mariti che dalle compagne traditrici.

Il rito si costruisce per accumulo, senza mai offrire una vera via di fuga.

Più che raccontare, Preljocaj struttura. E in questa struttura — fatta di ripetizione, variazione e attrito tra codici — lascia emergere ciò che resta quando la parola abbandona il campo: il corpo, e quello che il corpo con il suo dinamismo e le sue tensioni, è capace di comunicare.

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