Al bando la nobiltà del dato, benvenuta democrazia
La democratizzazione dei dati consiste nel renderli accessibili al maggior numero di dipendenti. A che punto siamo? Quali i vantaggi?
di Alessandro Longo
4' di lettura
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Gli analytics corporate, l’accesso intelligente ai dati aziendali, non sono più un territorio esclusivo degli esperti di data science o degli ingegneri del software.
Né sono dominio assoluto di una stretta cerchia di decisori aziendali.
Il fenomeno si chiama “democratizzazione del dato” o degli analytics, ed è ormai un principio forte. Meno solida è però la sua attuazione: si fa presto a dire democrazia. Il fenomeno è ancora abbastanza recente – come scrive McKinsey in un rapporto 2020, uno dei pochi pubblicati da osservatori indipendenti (gli altri sono di venditori di piattaforme utilizzabili allo scopo). Poche anche le best practice disponibili. Da considerare inoltre che anche un’azienda ben motivata deve affrontare un certo processo di cambiamento, profondo e trasversale, prima di poter adottare appieno la democratizzazione del dato e ottenerne i vantaggi.
La strada è quindi lunga da affrontare se un’azienda decide di abbracciare il fenomeno, che promette ampi vantaggi in termini di innovazione, efficienza, risparmi.
Cos’è la democratizzazione dei dati
La democratizzazione dei dati consiste nel rendere accessibili i dati aziendali al maggior numero di dipendenti tenendo conto di limitazioni in materia di riservatezza e sicurezza legale (Cornelissen 2018; Lee 2013; Marr 2017). L’azienda mette i dati a disposizione, quindi, non solo di analisti e dirigenti, quindi, ma anche di dipendenti non tecnici o non specializzati che possono osservarli, analizzarli, utilizzarli per prendere decisioni guidate dai dati o farne un altro uso.


