Scienza

AI al lavoro, più felicità ma anche più stress: la nuova equazione del benessere

Parla Catarina Lachmund, Senior Analyst dell’Happiness Research Institute

di Luca Tremolada

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L’intelligenza artificiale promette efficienza. Taglia tempi, automatizza compiti, aumenta la produttività. Ma c’è una variabile che nei report entra di rado: la felicità. Ed è proprio da qui che parte la ricerca globale “Work and Wellbeing in the Age of AI”, realizzata da Jabra insieme all’Happiness Research Institute.

Lo studio ha coinvolto oltre 3.700 professionisti in 11 Paesi, Italia compresa. Nel campione italiano – 363 knowledge worker – l’uso dell’AI è già una pratica concreta: il 54% la utilizza nella vita personale, il 48% sul lavoro. Le tendenze tricolori ricalcano la media globale. Segno che il fenomeno non è locale, ma strutturale.

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I numeri raccontano una storia meno scontata del solito. Chi usa l’AI ogni giorno è più soddisfatto del proprio lavoro (+34%), raggiunge più facilmente gli obiettivi e vede più opportunità di carriera. È anche più ottimista sul futuro. Ma paga un prezzo: livelli di stress più alti del 20%. Una contraddizione solo apparente, che apre una domanda chiave per imprese e manager. L’AI ci rende più felici o più sotto pressione?

Secondo Meik Wiking, il dibattito va spostato: meno ossessione per la produttività, più attenzione alla psicologia. Identità, motivazione, senso del lavoro. Perché il futuro del lavoro non è solo tecnologico, è emotivo.

In questa intervista, Catarina Lachmund, Senior Analyst dell’Happiness Research Institute, ci aiuta a leggere i dati. Tra stress “buono” e stress tossico, nuove disuguaglianze digitali, leadership silenziose e lavori che cambiano pelle. L’AI, insomma, come una palestra: può rafforzare. Ma senza istruzioni rischia di farsi male.

Benessere ma anche più stress: non è una contraddizione?

I dati dicono che chi usa spesso l’AI sta meglio al lavoro, ma teme di più il futuro. La paura di perdere il posto pesa. Pesa anche l’incertezza quando l’azienda non spiega perché introduce l’AI e cosa cambierà. E le aspettative dei colleghi possono diventare pressione da performance.

Detto questo, non tutto lo stress è negativo. Tra i principali fattori di stress c’è “imparo spesso qualcosa di nuovo”. Succede a tutte le età. Imparare affatica, ma dà senso. Un po’ di stress può voler dire coinvolgimento. In altre parole: se ti importa del lavoro, un po’ ti stressa.

L’AI rischia di allargare il divario tra lavoratori?

Sì, il rischio c’è. Oggi l’AI è usata di più da chi ha redditi e competenze alte. E queste persone dichiarano anche più benessere. Effetto collaterale: i “bei lavori” diventano ancora migliori, gli altri restano fermi o scompaiono.

Le aziende hanno una responsabilità chiara: non solo dare accesso all’AI, ma insegnare a usarla. Formazione e supporto sono la chiave per non creare una nuova disuguaglianza interna.

Conta più la comunicazione o la preparazione tecnica?

Conta di più la comunicazione. L’AI resterà, ma non sappiamo ancora come cambierà tutto. Dirlo apertamente aumenta la fiducia. Il silenzio no.

I lavoratori non pretendono risposte a ogni domanda. Vogliono però che le incertezze vengano riconosciute. Dove la comunicazione è stata scarsa, abbiamo visto crollare fiducia, ottimismo e senso del lavoro. Tutti pilastri del benessere.

L’AI rende il lavoro più interessante o impoverisce le competenze?

L’AI non è perfetta e non sostituisce tutti i ruoli. Oggi aiuta soprattutto nelle attività ripetitive e che rubano tempo. Le competenze non spariscono: cambiano.

Dai dati vediamo che l’impatto più positivo sul benessere arriva quando l’AI è usata per collaborare meglio. Meno tempo sulle routine, più tempo su relazioni, decisioni e lavoro strategico. È qui che il lavoro diventa davvero interessante.

Tra due anni, cosa guarderete in uno studio di follow-up?

Intanto ci piacerebbe rifarlo. Oggi l’adozione dell’AI è ancora bassa. Nei prossimi due anni ci aspettiamo molti più utenti e usi diversi.

Ci interesserà capire quanto velocemente l’AI entra nei vari mestieri e se resta legata a esperienze di lavoro positive. Guarderemo anche a temi finora poco esplorati: limiti, timori, linee rosse. Privacy, autonomia decisionale, fiducia.

L’AI cambia in fretta. Prevedere tutto sarebbe presuntuoso. Ma una cosa sì: vedremo meglio cosa hanno fatto le aziende, come hanno comunicato e che effetto ha avuto sul benessere. E questo potrà aiutare chi è ancora in mezzo al guado.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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