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AI generativa: l’89% dei giovani italiani la usa già. «È il nuovo Google»

Dall’ultimo report di EU Kids Online emerge un rapporto ambivalente tra adolescenti e intelligenza artificiale: diffusissima, ma vissuta con sospetto.

di Marco Trabucchi

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Spugne, capaci di recepire tendenze novità digitali alla velocità della luce. Lo sapevamo, ma i dati diffusi dal nuovo report EU Kids Online - la rete europea di ricerca che dal 2006 studia l’uso di internet e delle tecnologie digitali da parte dei minori - ci dicono di più. Innanzitutto, che l’intelligenza artificiale generativa è un fenomeno di massa, già entrata nella quotidianità di bambini e adolescenti italiani.

Tanto che, tra marzo e ottobre 2025, otto ragazzi su dieci tra 9 e 16 anni in Italia hanno usato ChatGPT o altri strumenti di AI generativa per studiare, risparmiare tempo e semplificare le ricerche. «ChatGPT è diventato il mio nuovo Google», raccontano in sintesi diversi intervistati, soprattutto in Italia, con i nostri ragazzi tra i maggiori utilizzatori in Europa, secondi solo all’Austria (94%) e alla Repubblica Ceca (quasi il 100%) e ben sopra la media del 72%.

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Ma accanto alla diffusione capillare non emerge un entusiasmo cieco. Al contrario, il report restituisce l’immagine di una generazione che usa l’AI in modo pragmatico, spesso strumentale, e che al tempo stesso ne osserva con attenzione i limiti.

Studio e praticità: i driver principali

L’indagine, condotta su 2.170 studenti italiani e oltre 25.000 ragazzi in 17 paesi europei, mostra che l’uso principale è legato all’apprendimento scolastico: il 44% utilizza l’AI per riassumere o spiegare testi lunghi, il 26% per scrivere temi o saggi. Le motivazioni sono principalmente pratiche: risparmio di tempo (45%), impossibilità di trovare informazioni altrove (43%) e semplificazione delle attività (28%).

«L’ho scoperta l’anno scorso alle superiori, perché i miei amici dicevano tutti di questa applicazione che faceva i compiti», racconta Elena, 15 anni, in una delle 244 interviste qualitative condotte in Europa. Come lei, molti giovani italiani hanno appreso dell’AI dai compagni di classe o dai social media, raramente dai genitori.

Ma l’uso va oltre lo studio, con una crescita dell’uso pratico, dai suggerimenti su cosa fare o comprare fino alle raccomandazioni su contenuti da guardare o ascoltare. È qui che l’IA assume il ruolo di motore di ricerca evoluto, capace di risposte immediate e personalizzate.

Una trasformazione che solleva interrogativi profondi tra gli stessi ragazzi. Quasi tutti gli intervistati italiani, indipendentemente da età e genere, indicano come rischio principale quello di “impigrirsi” e di perdere competenze di base. Scrivere un tema, ragionare su un testo, affrontare un problema senza scorciatoie vengono percepiti come sempre più faticosi.

«Quando l’IA fa i riassunti o aiuta a fare i compiti, per me è uno svantaggio - racconta Elisa, 13 anni - perché così una persona usa meno la testa». Tommaso, 16 anni, parla invece di una perdita di motivazione: «L’AI non toglie solo creatività, ma anche “la voglia” di mettersi alla prova».

Fiducia limitata e paura delle risposte “inventate”

Ma dietro l’uso massivo crescono preoccupazioni concrete. Solo il 15% dei rispondenti dichiara esplicitamente di non usare l’IA per paura di informazioni false o fuorvianti. Ma nelle interviste qualitative la diffidenza emerge con maggiore forza.

Diversi adolescenti mostrano una consapevolezza sorprendente dei meccanismi persuasivi dei chatbot, capaci di fornire risposte convincenti anche quando sono imprecise. «Le dice in un modo molto convincente - osserva Francesco, 17 anni - e se fosse sbagliata sarebbe difficile capirlo». È un punto cruciale, che rimanda al tema della “sycophancy”, la ruffianeria tipica dei sistemi di AI ad assecondare l’utente senza contraddirlo. Una caratteristica che, secondo i ragazzi, richiede competenze critiche ancora più solide per non trasformare l’AI in un’autorità indiscussa.

IA e vita personale: curiosità, ma con cautela

Più alta rispetto alla media europea è anche la quota di ragazzi italiani che ha utilizzato l’AI per chiedere consigli sulla salute fisica, sul fitness o su questioni personali. Le percentuali restano contenute: 20% per la salute, 24% per problemi personali. Dalle interviste emerge comunque una cautela diffusa: l’AI viene consultata, ma il medico o l’adulto di riferimento restano il punto fermo.

Accanto all’uso funzionale, esiste poi una dimensione più ludica. Il 30% dei ragazzi dichiara di usare l’AI per “metterne alla prova le capacità”, mentre uno su cinque lo fa perché è un modo divertente di passare il tempo. Una socialità artificiale che oscilla tra intrattenimento, sperimentazione e ricerca di supporto emotivo.

Divari di genere e il rischio di nuove disuguaglianze

Uno degli aspetti più rilevanti del report riguarda le differenze di genere. In Italia sono più marcate che in altri Paesi europei. Solo il 23% delle bambine e adolescenti dichiara di usare l’AI per testarne i limiti, contro il 36% dei coetanei maschi. Al contrario, l’uso come fonte di ispirazione creativa è più diffuso tra le ragazze, ma tende a diminuire con l’età.

La fiducia nell’affidabilità dell’AI resta complessivamente bassa e mostra uno scarto netto: si fida il 17% dei maschi contro il 10% delle femmine. Secondo i ricercatori, questo “gender usage gap” rischia di tradursi in disuguaglianze future nell’acquisizione delle competenze legate all’IA, replicando dinamiche già note nel campo delle STEM e del videogioco.

Cosa chiedono i ragazzi

Di fronte ai rischi, i giovani italiani chiedono responsabilità condivise. Dalle aziende vogliono “safety by design”: moderazione dei contenuti, limiti alle funzioni più rischiose, etichettatura chiara dei contenuti generati dall’AI. Dai governi, una regolamentazione chiara che tuteli privacy e diritti. Dalla scuola, educazione all’uso responsabile.

«Non siamo contrari all’IA», spiegano. «Ma vorremmo essere guidati su come usarla bene, non solo vietarla». Il paradosso è evidente: l’IA generativa è vista contemporaneamente come opportunità e minaccia. Aiuta nello studio ma rischia di compromettere l’apprendimento. Semplifica la vita ma può rendere dipendenti.

Un fenomeno da governare

«L’IA è accessibile e facile da usare, eppure emergono divari che riproducono differenze già osservate nell’uso di internet», osserva Giovanna Mascheroni, vice-coordinatrice di EU Kids Online e responsabile del team italiano. Per Mascheroni, il messaggio che arriva da bambini e adolescenti è chiaro: «serve un’assunzione di responsabilità collettiva». Con l’Italia che ha già adottato alcune delle regole più stringenti a livello europeo sulla protezione dei minori online, il report EU Kids Online offre una base empirica fondamentale che coinvolga istituzioni, Unione europea, aziende, scuola e famiglie. Perché se ChatGPT è già il “nuovo Google” per milioni di giovani italiani, resta da capire come accompagnarli in questa transizione senza precedenti.

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