Effetto bando

«Aguante»: l’arte di Giovanni de Cataldo tra Italia e Sud America

Il progetto internazionale sostenuto dall’Italian Council intreccia scultura, culture urbane e tifoserie calcistiche, tra mostre, residenze e partnership

di Maria Adelaide Marchesoni

Progetto «Aguante» di Giovanni de Cataldo

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Con «Aguante», il nuovo progetto di Giovanni de Cataldo, tra i vincitori della 14ª edizione dell’Italian Council supportato da La Fondazione Pastificio Cerere di Roma, in partenariato con Muntref - Museos de la Universidad Nacional de Tres de Febrero di Buenos Aires rafforza la vocazione internazionale del Pastificio Cerere come luogo di ricerca e sperimentazione artistica. Il lavoro dell’artista romano – nato all’intersezione tra scultura, linguaggi urbani e pratiche partecipative – è ora pronto a svilupparsi su scala globale grazie a una rete di istituzioni che lo accompagnerà fino al 2027, anno in cui le opere - otto arazzi di grandi dimensioni (fino a 5 metri di larghezza), mappa visiva di un’identità transnazionale che richiama gli striscioni delle tifoserie sottolineando la sacralità del calcio, accompagnati da un video-documentario e da una pubblicazione edita da Yogurt - entreranno nella collezione del Museo di Palazzo Collicola a Spoleto.

Progetto «Aguante» di Giovanni de Cataldo

Il progetto si articolerà tra Roma, Buenos Aires, Città del Messico, New York, Córdoba e Barcellona, alternando mostre, residenze d’artista e programmi educativi. Un percorso pensato per creare connessioni tra pratiche artistiche, sottoculture metropolitane e tecnologie che stanno trasformando il modo di intendere la scultura contemporanea. Un’occasione importante anche per la Fondazione Pastificio Cerere, che ancora una volta conferma il proprio ruolo nel sostenere talenti emergenti e progetti di respiro internazionale.

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Alla base della selezione da parte dell’Italian Council c’è un lavoro corale che coinvolge l’artista e la Fondazione. Oltre a de Cataldo, hanno contribuito alla costruzione del progetto Claudia Cavalieri, direttrice della Fondazione, e Marcello Smarelli, direttore artistico, che ne hanno seguito lo sviluppo passo dopo passo.

Il tifo di Giovanni de Cataldo

Per comprendere la portata di «Aguante» è utile guardare alla ricerca che de Cataldo porta avanti da anni, spesso proprio negli spazi del Pastificio Cerere. Al centro del suo lavoro c’è il mondo delle tifoserie organizzate e delle culture che nascono intorno agli stadi. Un tema affrontato prima con «Ultimo Stadio», un’indagine diretta e senza filtri sull’immaginario ultras, e ora con «Aguante», che amplia lo sguardo verso il Sud America. Qui il tifo calcistico non è solo passione sportiva: è memoria collettiva, identità popolare e, soprattutto, il risultato di una lunga storia di migrazioni italiane. «Il progetto arriva da lontano», racconta de Cataldo. «Ci lavoro da tre anni, da quando ho svolto una residenza a Buenos Aires. La mia pratica nasce dal contesto urbano, ma con il tempo il mio interesse si è spostato su chi quel contesto lo vive: le sottoculture, le comunità. In Italia ho lavorato sulle tifoserie organizzate, e proprio da lì è nato il desiderio di andare in Argentina per approfondire non solo il tifo, ma anche il tema dell’immigrazione. Il 70% degli argentini ha origini italiane: è una storia enorme, che mi ha dato lo spunto per sviluppare Aguante». Il termine “aguante”, spiega l’artista, racchiude il significato profondo del tifo argentino: resistenza, sostegno incondizionato alla squadra, un legame viscerale con i colori. «Per me richiama anche la resistenza degli italiani che, nel dopoguerra, hanno lasciato un Paese distrutto per cercare una nuova vita».
Durante la residenza in Argentina, de Cataldo ha visitato quartieri e comunità dove il tifo assume forme rituali e familiari, molto diverse da quelle italiane: «Ho incontrato tifoserie organizzate che partecipano alle processioni religiose, spesso legate a tradizioni italiane. Ho fotografato murales dedicati agli argentini di origine italiana, anche se non sono molti. La mia ricerca è, in fondo, una grande documentazione: dalle foto nasceranno nove arazzi, ciascuno dedicato a un momento diverso, dal pre-partita – con i suoi rituali, la carne asado e le feste di strada – alle celebrazioni religiose».

La rete di Claudia Cavalieri

«La costruzione della rete di partenariato - spiega Claudia Cavaliere, direttrice della FondazionePastifico Cecere - è stata una delle sfide più importanti del progetto. Negli anni l’Italian Council è cambiato molto: quando abbiamo partecipato nel 2018 con Margherita Moscardini e nel 2020 con Namsal Siedlecki, non era obbligatorio avere un partner straniero per la sezione dedicata alla produzione delle opere; oggi invece è un requisito imprescindibile, e questo rende il processo più complesso, soprattutto per realtà come la nostra».

Il bando nel tempo si è articolato, introducendo borse di studio, programmi di ricerca e residenze all’estero e «parallelamente è stata eliminata la possibilità di candidarsi tramite gli Istituti Italiani di Cultura, e questo ha aumentato la responsabilità diretta delle istituzioni proponenti. In questo contesto, la presenza di Giovanni de Cataldo in Argentina nei due anni precedenti è stata fondamentale: ha facilitato i contatti e permesso di spiegare il progetto in modo diretto, superando molti ostacoli” afferma la direttrice e prosegue sottolineando che «convincere un partner internazionale non è mai semplice. Bisogna spiegare un bando articolato, raccontare le fasi, definire gli impegni. Nel nostro caso, il confronto in presenza è stato decisivo: quando l’artista può raccontare il progetto con la propria voce tutto diventa più chiaro, e anche la disponibilità degli interlocutori cambia». «Diverso è coinvolgere i partner culturali. A loro chiediamo di ospitare una mostra, una presentazione, un documentario: si tratta di un impegno di qualche giorno, e questo rende più semplice ottenere la loro adesione. Più delicata invece è la ricerca del partner di progetto, chiamato a partecipare anche sul piano economico; con il Muntref di Buenos Aires abbiamo costruito un partenariato molto solido: il cofinanziamento non è mai facile, ma senza una collaborazione di questo tipo alcuni progetti non sarebbero sostenibili».

Il dialogo con il Ministero e con i referenti dell’Italian Council la direttrice afferma è stato molto positivo: gli interlocutori sono disponibili, preparati, attenti, «ci hanno aiutato in ogni fase, nonostante le numerosissime richieste che devono gestire mentre più complicato è l’aspetto amministrativo: la richiesta della fideiussione può essere un processo lento e complesso, specialmente per le realtà più piccole». «A chi vuole partecipare per la prima volta all’Italian Council consiglierei una cosa molto semplice: lavorare da subito sul partenariato e scegliere partner raggiungibili, con cui potersi confrontare di persona. Le relazioni dirette fanno la differenza, sia nella candidatura sia nella gestione del progetto una volta finanziato» conclude la direttrice.

Il punto di vista di Marcello Smarelli

«Alla luce di queste esperienze, posso dire con certezza che l’Italian Council ha permesso di realizzare progetti che, altrimenti, sarebbero rimasti solo sulla carta» afferma Marcello Smarelli, direttore artistico della Fondazione Pastifico Cecere. «Il bando ha avuto un impatto positivo sull’intero sistema dell’arte contemporanea, rafforzando la rete dei musei, incentivando collaborazioni internazionali e creando opportunità non solo per gli artisti, ma anche per numerosi professionisti del settore culturale e creativo». «Il programma si è evoluto negli anni: inizialmente focalizzato sulla produzione di nuove opere per collezioni pubbliche, oggi include anche residenze all’estero, mostre monografiche e progetti editoriali. Tuttavia, la produzione di opere destinate ai musei pubblici rimane il fulcro del bando, perché consente agli artisti di creare lavori di grande rilevanza, ottenere riconoscimento internazionale e essere inseriti in collezioni permanenti». «Accogliere le nuove produzioni nei musei italiani può essere complesso, data la ricchezza del patrimonio già esistente. Ma questa difficoltà deve diventare un’opportunità per rafforzare il dialogo con i piccoli musei, che potrebbero così beneficiare di nuove acquisizioni e contribuire a una diffusione più capillare dell’arte contemporanea sul territorio. Un esempio virtuoso è il Museo Civico di Castelbuono, che con la direzione di Laura Barreca è riuscito a costruire una solida collezione d’arte contemporanea grazie all’Italian Council».

«Guardando al futuro, auspico che l’Italian Council continui a evolversi, ampliando il sostegno diretto agli artisti e consolidando la competitività dell’arte contemporanea italiana sulla scena internazionale» conclude Smarelli.

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