Climate change

Agenzie di rating, la crisi climatica genera poco allarme tra le aziende

È l’allarme lanciato da S&P Global che segnala i pochi giudizi sul clima, appena cinque, richiesti dalle imprese da inizio 2022

di Vitaliano D'Angerio

(Associated Press/LaPresse)

2' di lettura

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Il cambiamento climatico genera poco allarme. Se ne sono resi conto gli esperti dell’Ipcc, l’organismo Onu di esperti del clima. Ora viene certificato da S&P Global Ratings, la potente agenzia di rating internazionale, che il 12 aprile ha diffuso un report dal titolo “Why climate risks are changing so few corporate ratings(Perché i rischi climatici stanno modificando così pochi rating aziendali). Da inizio 2022, viene segnalato, S&P Global ha prodotto appena cinque rating relativi ad azienda non finanziarie. Il report è stato elaborato da Pierre Georges, Nicole Delz Lynch, Karl Nietvelt, Gregg Lemos-Stein e Peter Kernan.

Chi si preoccupa del clima

Che sta succedendo allora? Il poco interesse verso i “giudizi climatici” sarebbe causato innanzitutto dalla politica: grandi promesse per fronteggiare il cambiamento climatico dopo l’Accordo di Parigi del 2015 ma poi gli impegni non si sono tramutati in effettive regolamentazioni; a parte l’Unione europea, altri Stati sembrano avere diverse priorità a cui indirizzare i propri sforzi. Ma gli analisti di S&P Global Ratings ne hanno anche per le aziende che stanno investendo poco per raggiungere il Net-zero del 2050.

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Un atteggiamento incomprensibile quello delle imprese, viene sottolineato, perché «la transizione climatica e i rischi fisici sono comunque considerazioni importanti nella nostra analisi di rating per più di un quarto delle società non finanziarie». Come dire: anche se le aziende non si attivano sul cambiamento climatico, noi comunque ne teniamo conto in molte delle nostre analisi.

I rischi

Le conseguenze dell’innalzamento della temperatura sono infatti sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che l’Italia, facciamo notare noi, ha deciso di nominare un commissario per la siccità. Non solo. C’è soprattutto un crescente interesse da parte degli stakeholder: e, uscendo dall’inglese, i principali “portatori di interesse” (questo significa stakeholder) delle aziende sono i propri clienti.

Se poi, all’improvviso, dovessero arrivare regole più stringenti sul clima, avvertono gli analisti, ciò potrebbe pesare molto sulla qualità del credito e dunque sui giudizi che verranno forniti. A questo punto, come nostra osservazione a margine, le aziende europee dovrebbero essere favorite rispetto ai concorrenti di altri Paesi: la regolamentazione severa sul clima c’è già così come gli obblighi normativi. Che fosse questa la chiave per future e più attente asset allocation degli investitori?

I virtuosi

Sembra allora opportuno dare evidenza alle aziende non finanziarie che dall’inizio 2022 si sono preoccupate di chiedere un rating focalizzato sulle conseguenze del cambiamento climatico. Delle cinque indicate, nel report di S&P Global ne vengono segnalate tre: l’aeroporto olandese di Schipol (Royal Schipol Group), la cinese Geely Automobile Holdings e la cilena Enel Chile che fa capo al gruppo italiano Enel.

Gli scenari CO2

Nel documento di S&P Global Ratings vengono infine riportati gli scenari relativi alla decarbonizzazione. Le indicazioni sono molto chiare, come riportate anche nel grafico in basso: se si continua sulle politiche attuali, nel 2050, l’incremento della temperatura sarà pari a 3 gradi centigradi. Se invece gli Stati realizzassero gli annunci di contributi economici, si potrebbe arrivare a 2,5 gradi. L’ambizione del Trattato di Parigi è di tenere però l’innalzamento della temperatura sotto 1,5 gradi. Ci riusciremo?

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