Automotive

Aftermarket, comparto da 28 miliardi che resiste alla transizione elettrica

Soltanto il 5% delle imprese si sta riconvertendo e solo una su 4 investe sull’elettrificazione - La Lombardia la regione con più imprese e fatturato

di Filomena Greco

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3' di lettura

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La transizione verso l’elettrico, che sta creando pesanti ripercussioni sull’intera industria automotive italiana ed europea, sembra non sfiorare, per ora, il settore dell’Aftermarket e dei ricambi. Un comparto che vale 28,1 miliardi di euro, fattura il 46,4% all’estero, occupa quasi 400mila persone e rappresenta una filiera con quasi 29mila imprese, prevalentemente a conduzione familiare, attive nella produzione e nella vendita di ricambi per auto.

Soltanto il 5% delle imprese ha intrapreso la strada della riconversione all’elettrico mentre soltanto una impresa su 4 ha avviato investimenti legati alla mobilità elettrica. Lo rivela la ricerca “Il settore dell’Aftermarket dell’automotive...tra tradizione e innovazione”, presentata a Torino, è stata realizzata dal Centro Studi Tagliacarne, per conto della Camera di commercio di Modena, in collaborazione con la Camera di commercio di Torino e con il supporto di Anfia.

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La Lombardia è la regione con la maggiore concentrazione di fatturato, circa 8 miliardi e poco meno di un terzo delle imprese, seguita da seguita al secondo posto da Emilia-Romagna e Veneto (entrambe con 3,7 miliardi) e, al terzo, dal Piemonte (3,6 miliardi).

Dallo studio emerge che il 41% delle imprese del settore prevede una crescita del proprio fatturato mentre un’impresa su tre stima un aumento della forza lavoro. In vista del potenziale stop, al 2035, dei motori endotermici, resistono competenze e business model consolidati. Anche alla luce del fatto che un parco auto circolante a motore termico continuerà ad operare anche dopo la scadenza fissata dall’Europa.

A destare qualche preoccupazioni, però, è soprattutto la concorrenza proveniente dai paesi emergenti e dalla Cina, vista come il principale ostacolo alla crescita da parte del 37,7% delle imprese. Più dei tre quarti delle imprese del settore (il 77,4%) non ha intrapreso alcuna iniziativa di adeguamento all’elettrico, e soltanto il 5,4% si sta riconvertendo al mercato elettrico, mentre il restante 17,2% si sta spostando verso altri mercati: il 3,9% lo sta facendo cambiando la propria tipologia di prodotto e il 13,3% mantenendo lo stesso prodotto di partenza.

«Il rilievo economico dell’aftermarket emerge ancora di più in termini di comparazione con altre filiere: il suo valore aggiunto è quasi pari al settore dell’agricoltura e tre volte il settore della farmaceutica» evidenzia Giuseppe Molinari, presidente del Centro Studi Tagliacarne e della Cdc di Modena. Tra le priorità degli operatori, almeno un’impresa su due, c’è quella di abbattere i costi energetici, seguita dal sostegno all’adozione di tecnologie digitali (quasi 40%) e dagli incentivi a supporto dell’attività di ricerca e sviluppo (30%).

«In un settore automotive in grande e urgente trasformazione – aggiunge Dario Gallina, presidente della Cdc di Torino - l’ampio comparto dell’aftermarket sembra avere dinamiche diverse ma è comunque chiamato ad evolversi e ad investire in digitale e tecnologie green per mantenersi competitivo».

Per Anfia la sfida per gli operatori del settore è quella di allargare la gamma di servizi offerti e seguire l’evoluzione tecnologica del veicolo, che implica, per la filiera aftermarket, un adeguamento delle competenze. Digitalizzazione e green sono i principali ambiti di investimento delle imprese dell’aftermarket. Il 53,6% ha investito in tecnologie 4.0 nel triennio 2021-2023 e, anche se in quota più ridotta, il 49,1% lo farà tra il 2024 e il 2026. In continua crescita anche l’attenzione verso la transizione “verde” con un’impresa su due interessata a investire da qui al 2026.

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