L’evento

Aero 2026, l’aviazione sostenibile entra nella fase industriale

La fiera record di Friedrichshafen mostra una transizione concreta: batterie, idrogeno e nuovi velivoli ridisegnano il trasporto regionale tra vincoli tecnici e opportunità industriali

di Alex D'Agosta

 anja koehler

6' di lettura

English Version

6' di lettura

English Version

A Friedrichshafen, dove l’aviazione generale continua a riconoscersi ogni primavera, il dato più interessante non è solo la crescita della fiera, ma il suo continuo cambio di passo e di funzione. AERO 2026, leader del suo settore, segna un nuovo record assoluto: si presenta con oltre 860 espositori da circa 50 Paesi, dopo un’edizione 2025 che aveva già superato i 760 espositori e i 32 mila visitatori; numeri che confermano la sua centralità, ma che oggi raccontano soprattutto altro. Questa non è più soltanto la casa storica dell’aviazione leggera, sportiva e da diporto, ma rappresenta ormai con pari peso l’aviazione executive, quella regionale e le piattaforme del futuro. E basta attraversare il quartiere fieristico per capire perché Friedrichshafen resti un luogo unico: da una parte i padiglioni e le taxiway dell’aeroporto, dall’altra parte della pista il Dornier Museum e, poco più in là, l’hangar degli Zeppelin. Qui la storia dell’aviazione non fa da sfondo: convive fisicamente con ciò che prova a sostituirla.

«La risposta dell’industria è stata travolgente», ha dichiarato Tobias Bretzel, show director di AERO. «Questa crescita è il risultato di un lavoro continuo e mirato, costruito nel dialogo costante con chi espone e chi visita».

Loading...

La business aviation occupa tre padiglioni interi più il Business Aviation Dome nel piazzale esterno, con cinquanta aeromobili in esposizione contro i trenta dell’edizione precedente. Debuttano in Europa la Cessna Citation Ascend di Textron — motori Pratt & Whitney Canada PW545D, avionica Garmin G5000 con autothrottle — e per la prima volta ad AERO anche il Cessna SkyCourier, bimotore turboprop utilitario ad ala alta. In static display anche il Falcon 6X di Dassault, il Global 6500 di Bombardier, il TBM 980 di Daher in prima europea e il Kodiak 900. Piaggio Aerospace, rilevata nel 2025 dal costruttore turco di droni Baykar dopo anni di amministrazione straordinaria e oggi operativa con il nome Baykar Piaggio Aerospace, porta il P180 Avanti EVO. È un passaggio che va oltre la presenza in fiera: segna il ritorno di un marchio storico italiano dentro una nuova logica industriale, in cui velivoli pilotati, sistemi unmanned e integrazione aerospaziale possono tornare a parlarsi.

Presenza italiana particolarmente in evidenza anche grazie a Tecnam, che ad AERO occupa uno degli spazi più rilevanti della manifestazione, abbondantemente oltre i mille metri quadrati. Il costruttore campano, riferimento mondiale nei velivoli a pistoni, conferma una linea industriale fondata su efficienza operativa, consumi contenuti e motorizzazioni evolute — dai Rotax più recenti alle soluzioni diesel per la formazione — con una gamma ampia e competitiva nel panorama internazionale.

L’Hall A7, dedicata all’innovazione, ospita per la prima volta Volocopter con il VoloXPro: eVTOL da 600 chilogrammi di massimo decollo, categoria ultraleggero, prezzo base di 490 mila euro. Volocopter è stata rilevata da Diamond Aircraft nel 2025 dopo la procedura di insolvenza. La certificazione come ultraleggero DULV è attesa entro fine 2026; il VoloCity, air taxi commerciale, punta invece alla certificazione EASA entro la stessa data per avviare le operazioni nel 2027. Nello stesso padiglione c’è anche AURA AERO con il nuovo design dell’ERA, regionale ibrido-elettrico francese da diciannove passeggeri, con una promessa di riduzione fino all’80% delle emissioni di CO2 sulle rotte regionali fino a 1.000 miglia nautiche.

Il punto, però, non è solo come far volare aerei più efficienti o sostenibili, ma come ridisegnare il viaggio. La vera promessa della nuova aviazione non è la velocità assoluta, ma la riduzione del tempo porta-a-porta. Ed è una differenza decisiva: per decenni l’aviazione ha venduto soprattutto velocità; qui, invece, torna a vendere accessibilità. E, non di secondaria importanza: meno dipendenza dagli hub principali, maggiore accesso diretto al territorio, utilizzo più intelligente degli scali minori. È su questo terreno — più ancora che sulla sola innovazione tecnologica — che si gioca la vera partita industriale dei prossimi anni.

In questo quadro, il tema non è più se batterie e idrogeno avranno un ruolo, ma quando e quanto verranno utilizzati. Lontano dai tappeti rossi, nelle aule dei convegni, si concentra il momento più alto, strategico e rilevante a livello internazionale di AERO: un confronto tra ingegneri, costruttori e operatori, tra l’aviazione di ieri, quella di oggi e quella che prova a nascere. Qui le promesse lasciano spazio ai vincoli reali, ed è lì che si misura la maturità del settore.

L’Hydrogen & Battery Summit, giunto alla sua quarta edizione con Bosch come sponsor principale, è diventato uno degli appuntamenti tecnici più importanti della manifestazione. Non è un dettaglio: è il segno di una fiera che, come ha rivendicato lo stesso Bretzel, «vuole restare il luogo in cui l’industria misura non solo ciò che espone, ma ciò che sta davvero diventando», senza dimenticare che proprio lui nel 2009 lanciò qui il primo convegno mondiale sull’aviazione elettrica.

Le conclusioni di questa edizione, articolata sempre in due giornate, convergono su tre punti. Il primo: non esiste una tecnologia unica per la decarbonizzazione del volo. Batterie, idrogeno e carburanti sostenibili si completano, con l’idrogeno che Airbus vede come soluzione complementare, capace di alleggerire la pressione sul SAF e di lasciarlo alle rotte di lungo raggio, dove nel medio termine non esistono alternative realistiche. Il secondo: contrariamente a molte semplificazioni già viste anche nell’automotive, il vero collo di bottiglia tecnico dell’aviazione elettrica non è l’energia in sé, ma la gestione del calore prodotto da batterie, motori e fuel cell, da dissipare senza penalizzare peso e aerodinamica. È uno di quei passaggi in cui la retorica del settore lascia finalmente spazio alla fisica. Ed è qui che si capisce perché molti progetti teoricamente affascinanti restino lontani dal mercato: non basta generare energia, bisogna integrarla in un sistema che resti efficiente, leggero e certificabile. Il terzo: la certificazione resta il gate decisivo. Una tecnologia esiste industrialmente solo quando è approvata, e il divario tra maturità tecnica e certification readiness può misurarsi in anni.

A questo punto cambia anche la logica del mercato: nel frattempo, però, la parte più concreta continua a muoversi in basso. Le soluzioni che hanno maggiori probabilità di fare soldi per prime non sono quelle più ambiziose, ma quelle più piccole, più semplici, più vicine a una missione precisa. Non a caso droni e piattaforme leggere a batteria stanno già trovando casi d’uso economicamente difendibili. L’americana Electra, con il suo EL9, prova a fare un passo ulteriore: non vendere soltanto un aeroplano, ma una nuova logica di mobilità, quella che chiama “Direct Aviation”. Il cambio di paradigma è netto: non inseguire la massima velocità di crociera, ma ridurre il tempo reale di viaggio door to door grazie a decolli e atterraggi ultra-corti, accesso a superfici minori, avvicinamento diretto alla destinazione. A fine 2025 la società ha presentato domanda di certificazione FAA per il suo nove posti, che punta a ridisegnare una parte dell’aviazione leggera, riducendo il divario operativo tra ala fissa e ala rotante. È uno dei programmi oggi più ambiziosi nel segmento, collocato a metà strada tra aviazione generale e nuova mobilità aerea. Non è solo un’ipotesi. Il 21 aprile Electra, Bristow, Avinor e l’autorità norvegese dell’aviazione civile hanno annunciato l’avvio di un nuovo progetto internazionale di test in Norvegia, pensato proprio per verificare come operazioni ultra-short e accessi non convenzionali possano servire territori regionali difficili da collegare.
Se questa impostazione reggerà alla prova della certificazione e del mercato, aprirà uno spazio nuovo, con una chiara direzione strategica: meno hub, più accesso diretto e, dove possibile, una maggiore utilizzabilità degli scali minori, degli aeroclub, delle aviosuperfici e, in certi casi, perfino delle elisuperfici.

Proprio mentre il settore continua a fare i conti con crisi, ritardi e fallimenti, restano visibili segnali concreti di avanzamento industriale. Lo dimostra bene Robinson, marchio di riferimento mondiale nel civile elicotteristico, che ha scelto una strada diversa ma tutt’altro che marginale: elettrificare uno dei best seller della sua gamma come l’R66 partendo da una piattaforma esistente. Il programma eR66, con una roadmap che punta al primo volo nel 2027 e alla certificazione entro il 2030, segnala che per alcuni segmenti la via più pragmatica resta quella dell’evoluzione industriale, non della rottura totale. E non è secondario che a esporsi in prima persona sia il presidente David Smith: segno che anche la parte più tradizionale del settore ha smesso di considerare l’elettrico un esercizio di nicchia. Non per effetto di un annuncio isolato, ma per accumulo di progressi concreti: test, certificazioni e programmi reali.

Friedrichshafen oggi è importante proprio per questo: perché mostra che il futuro del volo non è più soltanto un’ipotesi da convegno. È un settore ancora pieno di ritardi, costi elevati e ostacoli tecnici, ma la direzione industriale comincia a distinguersi con maggiore chiarezza.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti