Adèle Haenel: «Chiusa nel silenzio dell’abuso mi sentivo morire»
«Ho lasciato il mondo abusivo del cinema perché volevo vivere!»: la grande attrice francese al Fifdh di Ginevra rivendica la sua decisone di abbandonare il grande schermo e, divenuta attivista, spiega cosa significa per lei la solidarietà e la resistenza
di Lara Ricci
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«Quando rifiuti che ti disumanizzino, rifiuti anche che gli altri siano disumanizzati. La mia è stata una scelta di vita, dovevo vivere!». Così l’attrice e attivista francese Adèle Haenel ha rivendicato la sua scelta di abbandonare il mondo abusivo del cinema, durante la tavola rotonda «La solidarietà non è uno slogan», che si è tenuta al Festival e forum del film sui diritti umani (Fifdh) di Ginevra, cui partecipava anche la saggista e attivista statunitense Sarah Schulman e il giornalista italofrancese Constant Spina.
«Mi sono rifiutata di collaborare a un sistema che mi soffocava, un sistema patriarcale basato sulle violenze sessuali sui minori. Era diventato per me insopportabile stare nella negazione. La solidarietà è entrata così nella mia vita, non è che volevo aiutare gli altri, non vedevo un altro modo di vivere», ha aggiunto Haenel, che ha fatto condannare il regista Christophe Ruggia per averla molestata quando aveva tra i 12 e i 15 anni e che durante la serata dei Premi César 2020, ha abbandonato la sala urlando «La honte!» protestando contro l’attribuzione del premio a Roman Polański. «La solidarietà non penso sia qualcosa a senso unico, è uno scambio, uno scambio di pratiche di resistenza», ha detto Haenel dal palco del Fifdh.
«Mi sono implicata nel #metoo, ma non ho rotto il silenzio da sola - ha risposto a un’osservazione di Spina che sottolineava come si fosse opposta a un sistema che si reggeva sul silenzio, rompendolo -. Ci sono state persone prima di me che lo hanno fatto, che hanno reso la mia parola possibile. Nel silenzio in cui mi ero chiusa avevo l’impressione di morire. Il mio motore non è stato intellettuale, volevo vivere! Poi sul cammino ho incontrato altre persone mi hanno aperto gli occhi sulla Palestina, l’ordine coloniale, l’apartheid globale. Mi sono unita alla loro lotta. La solidarietà e la resistenza per me sono una pratica di vita».
«Mi ha stupito la capacità di intervenire sulla realtà che avevo - ha affermato Haenel -. Quando ho denunciato il #metoo avevo paura, pensavo di esplodere, pensavo che quando parli delle aggressioni sessuali c’è un prima e un dopo. Invece no, non è così, e poi ho iniziato a prendere gusto a questo tipo di postura, a essere retti, a fronteggiare chi ci aggredisce» ha aggiunto parlando del «contagio del coraggio» che c’è nelle manifestazioni, per esempio quelle in Iran, e che «ci rende molto potenti come corpo collettivo». E riferendosi a quelli che le dicono di aver pagato caro la sua decisione di lasciare il cinema, per quel che implica in termini economici e di visibilità, Haenel ha detto, con l’intensità che la contraddistingue: «Questo mi rende fiera di vivere. Alla fine della mia vita mi dirò “ho vissuto la mia vita”».
La discussione, che ha seguito il bel documentario Portuali, di Perla Sardella, riguardava la possibilità di comportarsi in modo solidale nonostante i tempo che corrono. Schulman ha sottolineato come sia fondamentale in questo momento cercare alleanze con tutte le persone con cui si è d’accordo almeno su alcuni punti e cercare di creare dei legami. «E se proprio non siete d’accordo con nessuno cercate almeno di trovare due persone con cui leggere insieme le notizie!» Qualcosa di simile lo ha affermato anche Haenel: «Il mondo neoliberale, capitalista, distrugge il legami umani, l’empatia che possiamo provare per gli altri. C’è un lavoro da fare per ricostruire questi legami».









