Cinema e diritti umani

Adèle Haenel: «Chiusa nel silenzio dell’abuso mi sentivo morire»

«Ho lasciato il mondo abusivo del cinema perché volevo vivere!»: la grande attrice francese al Fifdh di Ginevra rivendica la sua decisone di abbandonare il grande schermo e, divenuta attivista, spiega cosa significa per lei la solidarietà e la resistenza

di Lara Ricci

Questa foto d'archivio ritrae l'attrice Adèle Haenel mentre posa per un ritratto a New York per promuovere il suo film, «Ritratto di una donna in fiamme». Le emozioni suscitate dal film sono state notevoli sin dalla sua anteprima al Festival di Cannes. In quell'occasione, il film ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura e Céline Sciamma è diventata la prima regista donna a vincere la Queer Palme, un premio assegnato al miglior film a tema LGBTQ dell'intero festival. (Foto di Christopher Smith/Invision/AP, Archivio)

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«Quando rifiuti che ti disumanizzino, rifiuti anche che gli altri siano disumanizzati. La mia è stata una scelta di vita, dovevo vivere!». Così l’attrice e attivista francese Adèle Haenel ha rivendicato la sua scelta di abbandonare il mondo abusivo del cinema, durante la tavola rotonda «La solidarietà non è uno slogan», che si è tenuta al Festival e forum del film sui diritti umani (Fifdh) di Ginevra, cui partecipava anche la saggista e attivista statunitense Sarah Schulman e il giornalista italofrancese Constant Spina.

«Mi sono rifiutata di collaborare a un sistema che mi soffocava, un sistema patriarcale basato sulle violenze sessuali sui minori. Era diventato per me insopportabile stare nella negazione. La solidarietà è entrata così nella mia vita, non è che volevo aiutare gli altri, non vedevo un altro modo di vivere», ha aggiunto Haenel, che ha fatto condannare il regista Christophe Ruggia per averla molestata quando aveva tra i 12 e i 15 anni e che durante la serata dei Premi César 2020, ha abbandonato la sala urlando «La honte!» protestando contro l’attribuzione del premio a Roman Polański. «La solidarietà non penso sia qualcosa a senso unico, è uno scambio, uno scambio di pratiche di resistenza», ha detto Haenel dal palco del Fifdh.

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«Mi sono implicata nel #metoo, ma non ho rotto il silenzio da sola - ha risposto a un’osservazione di Spina che sottolineava come si fosse opposta a un sistema che si reggeva sul silenzio, rompendolo -. Ci sono state persone prima di me che lo hanno fatto, che hanno reso la mia parola possibile. Nel silenzio in cui mi ero chiusa avevo l’impressione di morire. Il mio motore non è stato intellettuale, volevo vivere! Poi sul cammino ho incontrato altre persone mi hanno aperto gli occhi sulla Palestina, l’ordine coloniale, l’apartheid globale. Mi sono unita alla loro lotta. La solidarietà e la resistenza per me sono una pratica di vita».

«Mi ha stupito la capacità di intervenire sulla realtà che avevo - ha affermato Haenel -. Quando ho denunciato il #metoo avevo paura, pensavo di esplodere, pensavo che quando parli delle aggressioni sessuali c’è un prima e un dopo. Invece no, non è così, e poi ho iniziato a prendere gusto a questo tipo di postura, a essere retti, a fronteggiare chi ci aggredisce» ha aggiunto parlando del «contagio del coraggio» che c’è nelle manifestazioni, per esempio quelle in Iran, e che «ci rende molto potenti come corpo collettivo». E riferendosi a quelli che le dicono di aver pagato caro la sua decisione di lasciare il cinema, per quel che implica in termini economici e di visibilità, Haenel ha detto, con l’intensità che la contraddistingue: «Questo mi rende fiera di vivere. Alla fine della mia vita mi dirò “ho vissuto la mia vita”».

La discussione, che ha seguito il bel documentario Portuali, di Perla Sardella, riguardava la possibilità di comportarsi in modo solidale nonostante i tempo che corrono. Schulman ha sottolineato come sia fondamentale in questo momento cercare alleanze con tutte le persone con cui si è d’accordo almeno su alcuni punti e cercare di creare dei legami. «E se proprio non siete d’accordo con nessuno cercate almeno di trovare due persone con cui leggere insieme le notizie!» Qualcosa di simile lo ha affermato anche Haenel: «Il mondo neoliberale, capitalista, distrugge il legami umani, l’empatia che possiamo provare per gli altri. C’è un lavoro da fare per ricostruire questi legami».

«L’eterossesualità è un sistema politico» ha continuato Haenel, che dopo aver raccontato la sua esperienza personale ha condiviso le idee che ora la ispirano. «È un sistema di costruzione della binarietà di genere, di nauturalizzazione. Produce un’egemonia, è un linguaggio che cerca di far passare per naturale un sistema di estrazione di ricchezza di un gruppo su un altro»

Poi riferendosi agli spettacoli teatrali cui sta lavorando ha detto: «Sono un’attrice e anche regista e penso che ci sia del lavoro artistico da fare per rendere leggibile quello che sta succedendo. I conflitti, i rapporti di forza. Bisogna cercare di far capire quali sono i meccanismi che dividono la popolazione, quello che creano in noi, cercare di sbrogliare il nodo». Per chiarire quel che voleva dire Haenel ha fatto l’esempio del film de Raoul Peck, Orwell: 2+2=5, che spiega come il neoliberalismo inventa una nuova lingua con l’obiettivo di produrre dei concetti che rendono il mondo incomprensibile.

«Pernsiamo che stiamo perdendo perché non abbiamo ottenuto la fine del patriarcato, del capitalismo, dell’oppressione coloniale - ha detto l’attrice francese - ma non sappiamo come sarebbe stato il mondo se non avessimo lottato. Loro non hanno mai vinto e non hanno ancora vinto. È in corso un’offensiva fascista globalizzata. Penso che la violenza e la crudeltà sia sempre stata al cuore di questo progetto, ma invisibilizzata da una forma di normalizzazione. La violenza è semplicemente divenuta manifesta. Bisogna battersi per farla arretrare. È difficile quando vediamo persone che rivendicano la crudeltà come arte di vivere, ma fa parte della loro narrativa per renderci governabili. Quando parliamo di resistenza parliamo di un tessuto che resiste. Non è portata avanti da una sola persona, questo è Hollywood che l’ha inventato!»

Riproduzione riservata ©
  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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