Lutto

Addio a Natalino Irti, figura di spicco del diritto e protagonista nella stagione delle privatizzazioni

Aveva 90 anni. Lascia tre eredità: nella teoria del diritto, nella pratica dell’avvocato, nella più vasta dimensione della scrittura e del dibattito culturale

di Paolo Bricco

NATALINO IRTI PROFESSORE SAPIENZA IMAGOECONOMICA

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Con la morte, all’età di novanta anni, di Natalino Irti se ne è andato uno dei nostri “maggiori”, per usare il linguaggio con cui ancora a metà Novecento, secolo che gli è appartenuto pienamente, si indicavano i grandi maestri. Irti lascia tre eredità: nella teoria del diritto, nella pratica dell’avvocato, nella più vasta dimensione della scrittura e del dibattito culturale, che i lettori del nostro giornale ben ricordano grazie ai suoi raffinati e influenti interventi della domenica.

La sua famiglia era di Avezzano. Il padre Aurelio, classe 1900, era un avvocato penalista con formazione dannunziana, volontario a 17 anni nella Prima guerra mondiale, nazionalista e fascista. La madre Maria, del 1908, era una ragazza borghese che leggeva romanzi e suonava il piano. Ricordava Irti al Sole-24 Ore a proposito degli anni universitari alla Sapienza di Roma, dopo l’infanzia e l’adolescenza abruzzesi: “Frequentavo i convegni del Mondo. Era un ambiente severo e distaccato. Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi davano poca confidenza. Mario Ferrara era il più amichevole. Quella cifra mi ha segnato per tutta la vita: nel liberal-socialismo come terza via politica e culturale e nell’impegno pubblico, quando avrei dato il mio contributo negli organi di governo dell’Iri”.

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Irti ottiene la libera docenza in diritto civile a 28 anni e vince il concorso per la cattedra a 32. Allievo di Emilio Betti, insegna a Sassari (fra i suoi colleghi Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Francesco Cossiga), Parma, Perugia e Torino: “Vi ho trascorso tre anni. Era un ambiente culturale di estrema autorevolezza. C’erano Giovanni Conso e Norberto Bobbio”, ricordava. Nel 1977 è chiamato alla facoltà di giurisprudenza della Sapienza, dove insegna istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto creando una vera e propria scuola che perdurerà dopo la sua scomparsa.

La sua eredità è prima di tutto culturale. Si legge sulla Treccani: “Già nel volume L’età della decodificazione (1979) Irti analizzava la fenomenologia della progressiva erosione del codice civile, sempre più emarginato per l’insorgere di veri ‘statuti di gruppo’, risultato di un ‘policentrismo legislativo’ che ha reso possibile il proliferare di leggi speciali dettate dagli interessi dei soggetti diversi (parti sociali, centri di potere economico e politico) che strutturano la società civile”.

Irti, con realismo non nichilista, sottolinea il tramonto di ogni fondamento trascendente del diritto (teologico, metafisico o di natura). Le singole norme giuridiche sono l’espressione della volontà razionale di gruppi di potere economico, politico e tecnologico. Di qui, nella forma estrema della globalizzazione, il diritto assume il profilo della pura artificialità. La tecnicità del diritto si afferma nel contesto generale stabilito a sua volta dai rapporti di forza che, di volta in volta, si stabiliscono.

La sua natura di intellettuale universalista – tipica appunto del calco novecentesco – è stata coltivata fin dall’inizio: “Oltre a dare gli esami di diritto e a preparare la tesi con Emilio Betti, andavo a seguire i corsi di storia della filosofia antica di Guido Calogero e le lezioni di filosofia teoretica di Ugo Spirito, entrambi allievi di Giovanni Gentile”, diceva. Questa versatilità gli ha permesso di diventare presidente emerito dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato a Napoli da Benedetto Croce. Inoltre, nella sua vasta produzione editoriale i riferimenti non sono soltanto giuristi come Emilio Betti a Francesco Carnelutti, ma anche pensatori contemporanei (e suoi amici personali) come i filosofi Emanuele Severino e Massimo Cacciari, più una serie di filosofi e scienziati sociali, scrittori e poeti classici, fra cui spiccano per consuetudine Fichte e Weber, Pirandello e Valéry.

Come avvocato, dal 1975, Irti allaccia rapporti con i grandi studi di Milano (in particolare con Cesare Grassetti, Piero Schlesinger e Mario Casella) e di Torino (soprattutto Franzo Grande Stevens). Il metodo è lo studio dei casi. L’obiettivo è razionalizzare i problemi e trovare la logica semplice della soluzione. Il suo studio, che ha mantenuto la dimensione della boutique rispetto al gigantismo di molte realtà fra Milano e Roma, è uno dei principali protagonisti del diritto societario italiano.

Su indicazione del Partito Liberale, Irti ha ricoperto vari incarichi in imprese di Stato. E’ stato presidente del Credito Italiano dal 1987 al 1994, vicepresidente dell’Enel, membro del consiglio di amministrazione dell’Iri e del Comitato per le Privatizzazioni, membro del consiglio di amministrazione di Rcs e di Telecom. Irti ha vissuto la stagione delle privatizzazioni: “Enrico Cuccia e Romano Prodi, il primo fondatore di Mediobanca e il secondo presidente dell’Iri, si divisero sul metodo delle privatizzazioni, in particolare delle tre banche di interesse nazionale: il Credito Italiano, di cui io ero presidente, la Banca Commerciale Italiana e il Banco di Roma, che formalmente erano le azioniste dell’istituto di via Filodrammatici. Non fu un puro conflitto di potere. Si misurarono due idee distinte del mercato, che erano espressioni di differenti visioni culturali. Cuccia riteneva che andassero garantite la stabilità e la continuità gestionale, con una cerchia più limitata di soggetti istituzionali e di famiglie grandi azioniste. Prodi aveva una visuale più larga. Pensava che andassero coinvolti anche i piccoli e medi investitori. La sua formazione cattolica influiva”, raccontava nella duplice veste, che ha contraddistinto una vita fertile di eredità, di acuto testimone e di intenso protagonista del suo tempo.

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