Bike

Addio a Michele Dancelli corridore ribelle che nel 1970 vinse la Milano-Sanremo

di Dario Ceccarelli

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

Per noi bambini che si giocava a biglie sulle spiagge dell’Adriatico, quella di Michelino Dancelli era in assoluto la preferita. La volevamo tutti anche se non era un mattatore come Eddy Merckx, Felice Gimondi o Gianni Motta.

Di quella generazione di fenomeni degli anni Sessanta e Settanta era però il corridore più simpatico. Il più ribelle, forse anche il più matto. Piaceva alle donne perché aveva l’occhio malandrino e il ciuffo che conquista. E sapeva anche divertirsi: “Sì, ho sempre amato la vita. Se avessi avuto la testa di Gimondi avrei vinto tutto, anche i grandi Giri. Mi piacevano le ragazze e la bella vita. Sì, lo ammetto, sono stato un po’ monello…”

Loading...

Michele Dancelli, diventato famoso per aver spezzato nel 1970 una specie di sortilegio che dal 1953 impediva agli italiani di vincere la Milano-Sanremo, si è spento a 83 anni in una casa di riposo di Castenedolo (Brescia) dove era ricoverato da tempo per i tanti acciacchi che la vita non risparmia neppure ai grandi campioni. E lui, Michelino, campione lo era davvero: di coraggio, incoscienza e fantasia. In bicicletta era uno un magnifico anarchico che attaccava sempre. Aveva l’istinto. In più, quando pedalava, era davvero elegante. Faceva tutt’uno con la bicicletta come Alfredo Binda, Jacques Anquetil e Hugo Koblet. Il suo unico problema, a parte ogni tanto prendersi una “vacanza” dalle corse, era quello di essere bravo dappertutto ma non uno specialista: così sulle rampe più aspre veniva battuto dagli scalatori, nelle volate dagli sprinter e nelle corse contro il tempo dai cronoman. Pur con questo limite ha conquistato73 vittorie dal 1963 al 1974, cioè nell’epoca aurea di Eddy Merckx, Roger de Vlaeminck, Felice Gimondi, Vittorio Adorni e tanti altri campioni. In più, oltre ad aver conquistato due volte il titolo italiano, è stato 14 giorni in maglia rosa vincendo 11 tappe al Giro d’Italia.

Ma la vita, anche quella dei campioni, è così. Ti inchioda a una giornata particolare, a una foto che ferma la storia e ti fa diventare “quello” che è riuscito vincere la Sanremo dopo un digiuno infinito, quando ormai la classicissima di primavera sembrava diventata una corsa stregata per gli italiani.

L’ultima vittoria di un nostro corridore era stata quella di Loretto Petrucci che il 19 marzo del 1953 aveva fatto il bis battendo in volata per la seconda volta consecutiva il romagnolo Minardi. Poi sedici lunghissime edizioni con i forestieri sul podio. Ma quel 19 marzo del 1970, con un cielo limpido che suggellava l’inizio della primavera, si capì subito che stava succedendo qualcosa di nuovo.

Dancelli lo racconterà così: “Ero entrato in una fuga importante dopo Novi Ligure con Van Loy, i due fratelli De Vlaeminck, Godefroot , Karstens, Aldo Moser, Chiappano, Bitossi e Zilioli... Tiravamo soprattutto io e Chiappano, mio compagno di squadra alla Molteni. Dopo aver vinto un traguardo volante a Loano, sono andato in fuga. Mancavano 70 chilometri. Era una pazzia, ma ne avevo già fatte tante. A quel punto non mi potevo più tornare indietro. Non mi hanno più ripreso, ho vinto a 44 di media”.

Al traguardo di via Roma, Dancelli trionfa con un vantaggio di oltre un minuto e mezzo sull’olandese Karstens e sul belga Leman. Ancora incredulo, quasi fosse solo un sogno, Michele continua a piangere: “Adesso i giornalisti smetteranno di scrivere che non sono più un campione “ esclama tra un singhiozzo e l’altro al microfono di Adriano De Zan, che da vecchio volpone continua a far parlare quel bravo corridore che nella vita per emergere ha fatto di tutto. “Già gli altri avevano la pappa fatta, ma io già 12 anni ho cominciato a fare il muratore perché mio padre era morto di polmonite quando ero piccolo. Mi spaccavo la schiena nei cantieri e mi lasciano libero un giorno alla settimana per allenarmi e alla domenica per le gare…”. Quante lacrime quel 19 marzo. Piangevano tutti: dal patron Piero Molteni a Giorgio Albani, poi stimato direttore sportivo di Merckx, a Ernesto Colnago che era il meccanico della Molteni.

Una vita così, quella di Dancelli. Sempre all’attacco, sempre contro qualcosa e qualcuno. Non aveva peli sulla lingua: “Mai stato diplomatico. Quando mi scaldavo non mi fermava più nessuno. Non mi piaceva stare in gruppo. non mi sono fatto molti amici….”.

Non è vero, caro Dancelli. In realtà ti hanno voluto bene tutti, anche i tuoi avversari, soprattutto quelli più tosti. Perché sapevano che eri un buono che ogni tanto si prendeva qualche giorno di vacanza dal ciclismo per godersi le cose belle della vita. Loro forse, grazie alla tua generosità, hanno vinto di più, ma la tua biglia resterà per sempre quella più amata dai bambini e dagli inguaribili sognatori.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti

Tutto mercato WEB