La morte del campione

Addio Alex Zanardi, Muhammad Ali del paralimpismo

«Mi chiamo Alex, e sono un pilota». Potente, dirompente, spiazzante nella sua efficace semplicità, la parola di Alex. L’ha pronunciata durante la cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi di Torino 2006

di Dario Ricci

© Gian Mattia D'Alberto/LaPresse 24-10-2011 Milano spettacolo trasmissione  "E se domani" nella foto: Alex Zanardi   © Gian Mattia D'Alberto/LaPresse 24-10-2011 Milan  "E se domani" tv show in the photo: Alex Zanardi LaPresse

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Se n’è andato il Muhammad Ali del paralimpismo. Sì Alex Zanardi sta allo sport paralimpico (e non solo) del XXI secolo così come Clay/Ali sta al Novecento tutto, un secolo che grazie ai suoi pugni e alle sue parole è entrato tutto in un ring di boxe, per poi da quel ring stesso esondare.

A spaventare, a volte, non sono solo gli abissi, ma anche la grandezza dei sentimenti che riusciamo a provare. E allora, negare oggi l’oggettiva dimensione della figura sportiva e direi quasi politico-sociale di Alex Zanardi, vorrebbe dire far un torto a lui di certo, ma anche a noi, che a quell’uomo e a quel campione ci siamo ispirati.

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«Mi chiamo Alex, e sono un pilota». Potente, dirompente, spiazzante nella sua efficace semplicità, la parola di Alex. L’ha pronunciata durante la cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi di Torino 2006, quella frase, Zanardi, salendo sul palco del neo-battezzato Olimpico stadio di Torino, le stampelle a sorreggerlo e a ricordare al mondo l’inferno da cui arrivavano, quelle parole, un gorgo di fuoco, pneumatici e olio bruciati che gli aveva strappato le gambe, quel 15 settembre al Lausitzring. Le gambe, appunto, ma non il cuore, erano rimaste inghiottite da quel pozzo nero. E allora eccolo là, Alex Zanardi da Bologna, su quel palco paralimpico in mondovisione, a dire a tutti che il destino, anche quello fuorviante, è soltanto un cambiamento di stato, e che la volontà e l’amore e il desiderio posso provare a domarlo, o almeno a venirci a patti. Certo, non sempre è così, ma così deve essere, ogni volta che c’è anche la minima possibilità.

«L’iddio taurino non era il nostro/ ma il Dio che colora di fuoco i gigli del fosso ….»: vengono in mente i versi del poeta, oggi, a ripensare ad Alex. Perché col suo esempio e le sue parole Alex Zanardi da Bologna aveva spezzato proprio questo lugubre e pur solo speculativamente ipotetico legame di causa/effetto. Non sono già scritte le traiettorie del Destino, individuale e collettivo; non c’è carne piagata che possa essere espiazione di chissà quali colpe archetipe e ancestrali. Chi lo dice? Io, che senza gambe mi descrivo (e sono) ancora un pilota, e che col supporto delle mie stampelle disegno nella sabbia il sentiero da seguire per chi ancora non sa dove andare.

Ha continuato a indicarla, quella via, anche col suo silenzio, quel roboante silenzio cui il Destino – nel loro continuo e rispettoso duellare – l’aveva costretto dopo il secondo tragico incidente, nel 2020, causa l’impatto della sua handbike con un camion durante la prima edizione della sua staffetta benefica sulle colline intorno a Pienza, in Toscana. Del resto, non aveva fatto altrettanto Alì, ultimo e silente tedoforo ad Atlanta ’96? Il suo mutismo, la sua mano tremante, ma il suo sguardo ancora vivo e consapevole avevano lanciato allora un ultimo messaggio globale, un nuovo rispecchiamento nei valori dell’olimpismo che arrivava – dolente paradosso – dall’uomo che ancor più con la parola che coi pugni aveva cambiato la Storia del secolo che andava a spegnersi.

Ebbene, e appunto: anche Zanardi ha continuato a parlare, a parlarci, anche attraverso il suo silenzio. Lo ha fatto con Obiettivo Tre, la polisportiva paralimpica che ogni anno continua ad animare la staffetta che attraversa l’Italia (e oltre) non nome dello sport e dell’inclusività; lo ha fatto attraverso quegli atleti paralimpici che partendo da quella scuola di sport e di vita sono arrivati al vertice (all’inizio, appunto, l’obiettivo era portarne almeno tre ai Giochi Paralimpici; oggi sono molti di più, e alcuni hanno anche una medaglia al collo…). Ma quel silenzio ha continuato, continua e continuerà a parlare soprattutto attraverso le piccole cose: ispirando magari un ragazzo o una ragazza con disabilità a provare lo sport per la prima volta, e soprattutto la sua famiglia a lasciarglielo fare; o magari ognuno di noi, nel pieno dei propri impegni quotidiani, penserà una volta di più alla regola ‘dei cinque secondi’ che era uno dei suoi giochi mentali motivazionali (“Quando ti accorgi di aver dato tutto tieni duro ancora per cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più”, diceva Alex, ricordando che questo comandamento morale gli era valso almeno un oro paralimpico e pure qualche altra medaglia…)

Sono queste le ore dei ricordi, del cordoglio, della memoria. Tra le tante immagini che oggi lo ritraggono, ne scegliamo due, che sintetizzano le sue (almeno) due vite da grande campione: il sorpasso (non a caso ricordato come The Pass per antonomasia) con cui all’ultimo giro della gara di campionato Cart a Laguna Seca nel 1996 infila proprio nel punto più impossibile – la doppia curva del Cavatappi – il leader Bryan Herta per involarsi verso il successo; lui che solleva al cielo la sua handbike dopo il trionfo paralimpico di Londra 2012.

Il resto, il tanto che resta, sono le sue parole e i suoi silenzi: a noi tutti ora il compito di continuare a farne sentire l’eco.

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