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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Che cosa accadrebbe all’economia italiana se l’acqua diventasse una risorsa insufficiente? Non potrebbe essere generato circa il 20% del Pil nazionale. La crisi idrica presenta infatti il conto: oggi costa annualmente 227 euro pro capite, il doppio della media europea (112 euro), una cifra pari a 13,4 miliardi di euro, come se l’economia del nostro Paese si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno. Sono i dati del Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua per l’Italia, di Teha Group (The European House – Ambrosetti), che evidenziano come ondate di caldo, siccità ed eventi climatici estremi abbiano riportato la risorsa idrica al centro delle politiche italiane ed europee.
Da questa consapevolezza è nata infatti la direttiva Ue 2024/3019 sulle acque reflue urbane, in vigore da gennaio 2025, che aggiorna una normativa del 1991 e dovrà essere recepita entro il 31 luglio 2027. Si inserisce nella nuova Water resilience strategy europea che punta a rafforzare la sicurezza idrica e l’economia circolare e introduce un cambio di paradigma: «Smettere di considerare le acque reflue un rifiuto da smaltire e iniziare a vederle - osserva Gabriella Chiellino, fondatrice di eAmbiente - come una risorsa da recuperare per produrre nuova acqua, energia e materie prime, contribuendo all’economia circolare e all’adattamento ai cambiamenti climatici e a garantendo gli approvvigionamenti. La direttiva rappresenta un’opportunità per trasformare una criticità ambientale in una leva di competitività e resilienza».
Le novità sono molte: estensione progressiva degli obblighi anche ai piccoli Comuni, introduzione del trattamento quaternario per rimuovere microinquinanti organici, come Pfas e residui cosmetici, monitoraggio delle microplastiche e dei contaminanti emergenti, neutralità energetica degli impianti entro il 2045, incentivando la produzione di energia rinnovabile e il recupero di nutrienti dai fanghi e il riuso delle acque. Oggi l’Italia depura ogni anno ben 9 miliardi di metri cubi di acque reflue ma il paradosso è che ne riutilizza ancora una quota limitata: tra cittadini e imprese, meno del 5% per irrigare i campi. Eppure, gli studi dimostrano che quest’acqua “riciclata” potrebbe coprire fino al 45% di tutta la domanda irrigua e agricola italiana, riducendo il prelievo da falde e fiumi in tempi di forte siccità. E Arera, l’Authorty del settore, ha introdotto nuovi incentivi per premiare soggetti che investono nel recupero: favorendo aumento del riuso di acque reflue depurate, riduzione di consumi elettrici e impianti e produzione di energia rinnovabile in loco e i progetti di economia circolare nel settore idrico.
Il recepimento della direttiva richiederà l’aggiornamento del Testo unico ambientale (D.Lgs. 152/2006) entro il 1° gennaio 2028 per allinearsi ai nuovi standard Ue. Per questo la posta in gioco per le imprese e per i gestori del servizio idrico è molto alta e richiede interventi e governance mirati. «L’ostacolo principale non è tecnologico ma strategico: occorre il coraggio di prendere atto che il tema acqua per il nostro Paese è prioritario», sottolinea Chiellino. Secondo l’esperta «sono essenziali decisioni chiare strutturali ed economiche di fronte alla frammentazione amministrativa, alla carenza di investimenti nella modernizzazione degli impianti per ridurre gli sprechi e a una complessità burocratica negli appalti».
Tra le azioni necessarie Chiellino cita strumenti di partenariato pubblico-privato (Ppp) che possono aiutare a mobilitare capitali e apportare le necessarie competenze gestionali, tecniche e tecnologiche grazie agli operatori privati. «Con alcune attenzioni: il settore idrico - precisa - richiede investimenti miliardari per adeguare gli impianti agli standard avanzati previsti dalla nuova direttiva Ue e il nuovo Codice dei contratti pubblici ha reso le procedure di Ppp più snelle, eliminando il tetto del 49% per i contributi pubblici, il che favorisce le opere a bassa redditività tipiche della depurazione». La trasformazione richiesta, quindi, è anche culturale: per imprese e istituzioni, cittadini inclusi. «L’Italia è tra i maggiori consumatori d’acqua in Europa - aggiunge Chiellino - e la paga meno della media europea: ne usa quasi il doppio, intorno ai 120-165 litri giornalieri, con un costo di circa 2,10 al metro cubo, mentre in Ue la spesa media è di 3,20 euro».