Buona idea

Abitare l’inabitabile: un’architettura per le emergenze sociali

C’è bisogno di progetti smart che rispondano alle emergenze di guerre e cambiamento climatico. E qualche esempio virtuoso esiste già.

di Ferdinando Cotugno

Le Modular Homes di AllSpace, fondata da Blossom Eromosele, nigeriana, premiata dal programma Creatives for OurFuture della Swarovski Foundation. Costano 120 dollari l’una e si assemblano in poche ore.

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Secondo i dati di UNHCR oggi, nel mondo, sono più di 43 milioni i rifugiati. Se aggiungiamo gli sfollati rimasti all’interno dei loro Paesi, i numeri salgono a oltre 120 milioni di persone. Su queste statistiche, già terribili, si abbatteranno le onde delle nuove guerre in corso e del cambiamento climatico in atto. Secondo la World Bank, il riscaldamento globale potrebbe causare 200 milioni di rifugiati a metà secolo, e lo status oggi non ha ancora nemmeno un riconoscimento giuridico. Sono esseri umani che non sanno cosa fare, non sanno dove andare e non sanno soprattutto dove e come vivere mentre provano a sopravvivere all’emergenza politica o ecologica che li ha costretti a mettersi in movimento. È una sfida enorme per la cooperazione, ma lo è anche per il design e l’architettura: rendere abitabile l’inabitabile.

Negli ultimi anni questa sfida è stata raccolta da innovatori, Fondazioni, studi di architettura grandi e piccoli, rinomati o emergenti, e da startup del Sud globale. Una di queste è la nigeriana AllSpace, creata da una ragazza di nome Blossom Eromosele. Il suo progetto è stato premiato dal programma Creatives for Our Future della Swarovski Foundation: si tratta di rifugi facili e veloci da assemblare in poche ore, alimentati da pannelli fotovoltaici e costruibili con materiali riciclati e di risulta, con un design basato sull’architettura tradizionale nigeriana. Costano 120 dollari ciascuno, le prime sperimentazioni sono state già realizzate nell’Africa occidentale: «Sembrano le tipiche case rurali esagonali nigeriane», ha spiegato Eromosele. «È un modo per permettere alle persone di sentirsi a casa, di riconoscere il luogo che le sta proteggendo. Le strutture sono modulari e sono fatte anche per creare spazi comunitari in cui ritrovarsi». Uno dei principi di AllSpace è la ricerca della ventilazione per abbassare la temperatura interna, appresa dall’architettura vernacolare africana e fondamentale per i contesti climatici estremi. Ad esempio, nel 2025 una spaventosa ondata di calore colpì i campi temporanei dei sudanesi in fuga dalla guerra civile verso l’Egitto, facendo quasi cento vittime perché le tende diventavano insostenibilmente calde.

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Si chiamano Essential Homes, sono strutture che ricordano degli igloo e che non hanno bisogno di fondamenta né di scavi, di Norman Foster Foundation.

Anche la Norman Foster Foundation ha provato a dare una risposta a questa sfida, e il prototipo, concepito insieme al gruppo Holcim (leader dell’edilizia sostenibile), è stato presentato alla Biennale Architettura 2025 e alla scorsa 24esima Esposizione Internazionale a Milano dal titolo Inequalities. Si chiamano Essential Homes, sono strutture che ricordano degli igloo e che non hanno bisogno di fondamenta né di scavi, hanno un tetto in lastre di cemento avvolgibile, che usa il 95 per cento di materiale in meno rispetto alle strutture standard di questo tipo. I pannelli e la schiuma che isolano le Essential Homes permettono il comfort termico - un aspetto che torna, perché è essenziale in questi contesti -, acustico, e l’efficienza energetica. È stato proprio Norman Foster a spiegare la filosofia del progetto, a una retrospettiva al Centre Pompidou a Parigi sui cinquant’anni della sua produzione, letti attraverso la lente dell’ecologia: «Tutti gli ingredienti di una nuova architettura esistono già, è la loro combinazione a creare qualcosa di nuovo e di utile». Insomma, fare meglio e farlo con poco, con quello che c’è già, caratteristiche vitali per venire incontro velocemente alle esigenze dei rifugiati. Le Essential Homes sono state concepite in chiave ecologica per dare risposta ai bisogni delle vittime di catastrofi ambientali.

L’impresa sociale olandese, MVRDV, che ha realizzato Klabu.

È la stessa filosofia di una giovanissima impresa sociale olandese, MVRDV, che ha realizzato Klabu. Il nome viene dalla parola swahili per club, sono delle clubhouse costruite con vecchi container dismessi e concepite per creare spazi di aggregazione sportiva all’interno dei campi profughi, dove non c’è solo bisogno di sopravvivere al presente, ma anche di sognare il futuro. I Klabu prodotti da MVRDV sono allo stesso tempo arene, palestre, bar dove ascoltare musica e guardare le partite insieme. I primi sono stati installati nel campo profughi di Azraq, in Giordania, per i profughi siriani, e poi in quelli di Mauritania per chi fuggiva dalla guerra civile maliana e in Brasile, dove hanno trovato rifugio gli esuli della crisi venezuelana. Uno degli obiettivi di Klabu è incoraggiare la pratica sportiva come strumento di emancipazione dal dolore e dalla vulnerabilità. Il loro fondatore Alexander Webb, inaugurando un Klabu in Kenya, aveva spiegato così lo spirito: «I campi profughi sono il più grande bacino di talento e potenzialità al mondo, noi vogliamo che possano allenarsi, migliorarsi e anche vincere, perché lo sport può essere la strada verso la guarigione». Il suo modello è Sifan Hassan, la mezzofondista che è uno dei più grandi talenti dell’atletica contemporanea (tre ori olimpici), cresciuta in un campo profughi prima di arrivare adolescente in Olanda.

PROTEGGERE ALLSPACE, @blossomeromosele e @all__space. MVRDV, mvrdv.com. NORMAN FOSTER FOUNDATION, normanfosterfoundation.org.

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