Abbattere il muro psicologico per riconnettere Italia e Africa
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Guerre, instabilità politica, regimi dittatoriali hanno scoraggiato sempre più le imprese meridionali dall’entrare nei mercati africani dopo la fine sanguinosa del colonialismo. Eppure solo 300 km separano Palermo da Tunisi e Cagliari dista da Algeri 600 km (e 700 da Milano). La deriva continentale che nel tempo ha allontanato l’Italia, e il Mezzogiorno in particolare, dall’Africa non è tanto geografica, quanto sociale e culturale. È una barriera difficile da superare, soprattutto quando le dimensioni delle imprese sono piccole e non c’è una
grande azienda-ombrello a coprirti le spalle.
L’interscambio commerciale tra Africa e le regioni del Mezzogiorno nel 2023 ha sfiorato i 15 miliardi, in calo dell’11% dal 2022. Ma per comprendere bene quanto si siano assottigliate le relazioni commerciali occorre depurare il dato dall’import di gas e petrolio e dalle esportazioni di prodotti raffinati. Il volume di scambio cala bruscamente a 3,6 miliardi. Il valore delle esportazioni manifatturiere al netto dei raffinati del petrolio è appena 2,3 miliardi, cresciuto però in un anno del 17%. Alta è la concentrazione dell’export: i primi cinque paesi per destinazione delle imprese del Mezzogiorno – nell’ordine la Tunisia, l’Algeria, il Marocco, l’Egitto e la Libia– ne assorbono quasi il 72%. Al di sotto del Sahara, l’Africa torna a essere un continente inesplorato. Eppure sono proprio a queste latitudini i mercati africani in maggior fermento. Non a caso l’ICE negli ultimi anni ha aperto uffici in 8 paesi subsahariani. Sarebbe indispensabile allora smettere di considerare il continente come una sola indistinta nazione; è invece un mosaico di 54 paesi, con uno spazio di mercato comune, l’AFCTA, l’Area di libero commercio africana, che non tarderà a maturare. Il decollo dell’AFCTA stimolerà la crescita delle imprese africane, che potranno operare in un mercato più ampio senza barriere tariffarie. Le dimensioni aziendali aumenteranno, si affermeranno campioni continentali che per competere avranno bisogno di partner per rafforzare la propria offerta, per alimentare i processi di innovazione, per acquisire nuove competenze. Un gigantesco spazio di opportunità per le imprese italiane. Il secondo fattore: l’Africa è l’area continentale che insieme con l’Asia cresce al più alto ritmo di sviluppo – +4,3% negli ultimi anni – nonostante i conflitti, i regimi militari, le diseguaglianze, la povertà. Nella classifica dei 20 paesi più in crescita nel 2024, oltre la metà, ben 11, sono economie africane, come il Niger e il Senegal, con tassi superiori alla Cina. Che accadrà quando le nuove generazioni che cominciano a governare molti di questi paesi riusciranno a rimuovere gli ostacoli che ne hanno frenato lo sviluppo: la corruzione, la dipendenza dalle grandi imprese internazionali che ne hanno saccheggiato le risorse, il deficit di infrastrutture. Il terzo fattore: è il continente più giovane al mondo. Oltre il 60% della popolazione ha meno di 25 anni. Secondo le stime della World Bank, mentre l’Occidente è piombato nell’inverno demografico, l’Africa nel 2050 supererà i 2 miliardi di abitanti
e i 4 nel 2100.
Il Piano Mattei, se anche riuscirà a raggiungere una quota marginale dei suoi ambiziosi obiettivi, avrà il merito di accorciare le distanze – non i chilometri, ma la barriera psicologica e la percezione di rischio – tra l’Italia e i paesi africani. E per le imprese meridionali le occasioni di crescita, di collaborazione non mancano. Un’Africa con mercati sempre più solidi, che consolida la sua struttura industriale e potenzia le infrastrutture di servizi, accompagnata da una nuova classe politica che ha studiato all’estero e ha deciso di tornare nei paesi di origine per cambiarne il destino, cercherà alleati per crescere: nell’agroalimentare, nella farmaceutica, nella meccanica strumentale, nell’automotive, nel turismo. Diffidano dei russi, temono i cinesi, non amano per il passato coloniale i francesi e gli inglesi – i paesi più presenti in Africa – e hanno cominciato ad apprezzare brasiliani e spagnoli: due paesi “latini”. Come noi. C’è spazio anche per l’Italia, e soprattutto per quelle regioni proiettate in modo naturale verso il Sud del mondo.

