High tech

A2A, da un robot subacqueo la svolta per la pulizia delle dighe

Il gruppo energetico sperimenta un'innovazione che permetterà di liberare gli invasi dai sedimenti senza fermare gli impianti. Con vantaggi in termini di produzione e di contrasto agli effetti del climate change

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A2A punta sull’idroelettrico come risorsa strategica per il Paese e, in particolare, su un’innovazione tecnologica, sviluppata in collaborazione con la start up francese Watertracks, che permette di rimuovere i sedimenti dal fondale dei bacini senza necessità di svuotarli. Il “Progetto Teti” è stato illustrato dal gruppo presso la diga di Cancano, sopra Bormio: in Valtellina c’è il nucleo storico dell’idroelettrico che fa di A2A il secondo operatore italiano del comparto con 2GW di capacità installata e pronto a investire, se si sbloccherà il rinnovo delle concessioni, 1 miliardo di euro, ha sottolineato il Ceo, Renato Mazzoncini.

Il cambio di paradigma

La sperimentazione consta di un robot subacqueo cingolato che opera a circa 80 metri di profondità: due frese rotanti laterali smuovono il sedimento, che viene poi aspirato da una pompa e trasferito in un'area dedicata per valorizzarlo in un’ottica di economia circolare. Quel che più conta però è che così facendo l’impianto resta operativo: un cambio di paradigma rispetto al passato, visto che operazioni simili richiedono ancora oggi un fermo di settimane dell’asset idroelettrico per lo svuotamento e la pulizia. Fermo che per un bacino come Cancano può costare 45 GWh di produzione (l’equivalente annuo di 40 ettari di pannelli solari), “risparmiata” invece con il nuovo modello di manutenzione subacquea, introdotto per la prima volta in Italia.

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Una soluzione al nodo dei sedimenti

Se replicato su larga scala, il robot potrebbe contribuire ad alleviare l’annoso problema dei nostri bacini idroelettrici, più volte evidenziato dagli studi realizzati da Utilitalia o da Teha. Quest’ultima ha rilevato per esempio che gli oltre 530 invasi italiani potrebbero raccogliere quasi 14 miliardi di metri cubi d’acqua, ma in media il 33% del loro volume si riduce a causa dei detriti accumulati sul fondale. Un problema va detto, presente soprattutto nel Sud Italia. “Riconquistare” quei volumi, peraltro, è una sfida globale: un’analisi svolta dall'Istituto per l'Acqua, l'Ambiente e la Salute dell'Università delle Nazioni Unite su circa 47.000 grandi dighe sparse in 150 Paesi ha rivelato che, senza le adeguate contromisure, entro il 2050 gli invasi potrebbero perdere un quarto della capacità a causa dei sedimenti.

Una risposta al climate change

Un intervento tempestivo su questo fronte è reso ancora più impellente dagli effetti del cambiamento climatico che riducono la quantità d’acqua a disposizione e, al tempo stesso, richiedono invasi al massimo della capienza per “ammortizzare” l’alta volatilità delle precipitazioni. In quest’ottica «innovare significa ripensare la gestione delle nostre infrastrutture: utilizzare la robotica per rendere più efficiente la manutenzione degli invasi contribuisce a tutelare una risorsa preziosa come l’acqua, a beneficio sia della produzione di energia green sia dei territori», ha evidenziato Mazzoncini, che ieri ha illustrato anche il bilancio di sostenibilità territoriale di Valtellina e Valchiavenna di A2A (78 milioni di valore generato sul territorio). Ora, ha proseguito, «intendiamo mettere a disposizione il Progetto Teti a tutti i nostri impianti e potenzialmente estenderlo anche ad altri bacini idroelettrici in Italia».

Il rinnovo delle concessioni idroelettriche

Tutto ciò, ha rilevato il top manager, senza dimenticare la priorità numero uno dell’idroelettrico tricolore: il rinnovo delle concessioni in scadenza attraverso la cosiddetta “quarta via”, senza aspettare il 2029. «Abbiamo stimato che al settore servono circa 15 miliardi di investimenti e con 2 GW di capacità sui 21 italiani, che sono il 10%, ne abbiamo a budget oltre 1 miliardo». Investimenti che «vanno fatti assolutamente, perché la morfologia delle montagne è cambiata, gli impianti erano progettati su una configurazione dei ghiacciai che non esiste più», ha concluso.

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