Biennale 2026

A Venezia Padiglioni tra azioni dal vivo e visione curatoriale

Performance, opere in immagini, suoni e installazioni sfidano il collezionismo

di Maria Adelaide Marchesoni

«Nightfal» 2024-2025, di Merike Estna, acrilico, olio e pastelli su tela, 390 x 290 cm (Estonia); «Vermi Cell», 2023 di Jenna Sutela

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La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (9 maggio – 22 novembre 2026) ruota attorno alla visione curatoriale di Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025, che la Biennale ha scelto di onorare affidando al team da lei nominato la realizzazione della mostra internazionale «In Minor Keys». Pensata come una metafora musicale, «In Minor Keys» invita a un’attenzione alle frequenze più sottili del presente– resistenza silenziosa, vulnerabilità, ascolto – privilegiando pratiche artistiche fondate sull’improvvisazione, sulla relazione e sul tempo. In questo contesto, la performance emerge come uno dei linguaggi più emblematici di questa edizione.

La performance rimane, tuttavia, uno dei media più complessi da collocare sul mercato: per molti artisti l’immaterialità è una condizione irrinunciabile, mentre altri ne accettano la traduzione in forme derivate come video, fotografia, suono o oggetto.

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I padiglioni che, alla 61ª edizione della Biennale, adottano pratiche performative traducono «In Minor Keys» in esperienze corporee e temporali, in cui l’opera si manifesta come processo, relazione e atto situato. Questa impostazione trova una risonanza particolarmente evidente in alcuni padiglioni del Nord Europa, dove la centralità del corpo, del tempo e dell’azione dal vivo emerge come una delle novità più significative di questa edizione della Biennale.

I paesi della performance

In molti casi, gli artisti selezionati non sono rappresentati da gallerie, poiché provengono dal teatro o si trovano nelle fasi iniziali della loro carriera. È il caso di Maja Malou Lyse (1993), la più giovane artista a rappresentare la Danimarca, la cui pratica indaga forme di presenza, voce e corporeità che sfuggono alla fissità dell’oggetto, collocandosi in una zona intermedia tra installazione, azione e ambiente (le fotografie in edizione di 3-1AP sono in vendita a 4.700 euro circa). Intima e processuale è la proposta del Padiglione dell’Estonia, ospitato presso la Chiesa del Patronato Salesiano Don Bosco, nel sestiere Castello. Merike Estna (1980) integra elementi performativi sotto forma di open studio: l’artista realizzerà 11 dipinti di grandi dimensioni dal vivo durante tutta la Biennale (la rappresenta Temnikova & Kasela di Tallin).

Per la prima volta Paesi Bassi e Belgio scelgono di affidare i rispettivi padiglioni ad artisti la cui pratica è prevalentemente performativa. Il Padiglione dei Paesi Bassi, presenterà «The Fortress», un progetto che trasforma lo spazio architettonico in un’azione performativa dell’artista e autore di teatro Dries Verhoeven (1976). La sua pratica fonde teatro, installazione e partecipazione del pubblico, dando vita a interventi spesso site-specific e difficilmente riconducibili a opere oggettuali tradizionali come dipinti o sculture da collezione.

La performance intesa come scultura attivata è, invece, al centro del Padiglione Belgio, affidato a Miet Warlop (1978), già nota alla Biennale Teatro con lavori come «After All Springvill» (2024). L’opera «It never SSST» in collaborazione con il duo musicale DEEWEE si configura come una scultura vivente e musicale, animata da azioni quotidiane che coinvolgono interpreti e pubblico.

Anche l’Austria sceglie figura proveniente dal mondo della performance e della danza contemporanea: la coreografa Florentina Holzinger (1986), che presenta «Seaworld Venice», un progetto che intreccia performance dal vivo, musica e coreografie estreme. Il lavoro riafferma il corpo come campo di tensione politica e simbolica e si sviluppa oltre gli spazi canonici dei Giardini, diffondendosi in azioni site-specific disseminate nella città lagunare. Il progetto si inserisce nel ciclo di performance sperimentali che Holzinger porta avanti dal 2020 sotto il titolo «Études». Emblematico in questo senso è «Harbour Étude» (2024), commissionato dalla Kunsthall di Bergen, in Norvegia, e realizzato nello spazio del porto cittadino con il coinvolgimento di una gru e di un elicottero.

Infine, il Padiglione della Finlandia ha nominato l’artista Jenna Sutela (1983) la cui pratica combina sculture viventi, immagini e suoni, spesso basati su elementi casuali e strutture in continua evoluzione, sia vive che animate. Rappresentata dalla galleria Max Goelitz di Monaco di Baviera, Sutela presenta fotografie come opere uniche con un range di prezzo compreso tra i 25 e i 30 mila euro; per le edizioni di cinque il prezzo scende tra i 5 e i 6 mila euro, mentre le grandi installazioni performative si collocano in una fascia compresa tra i 50 e i 70 mila euro. In questo panorama, i padiglioni performativi della 61ª Biennale di Venezia restituiscono un’edizione in cui l’opera non si offre come forma compiuta, ma come esperienza condivisa, temporanea.

Sudafrica: censura alla Biennale

I nodi irrisolti del Sudafrica alla 61ª Biennale di Venezia accendono un dibattito che va ben oltre i confini dell’arte contemporanea. La richiesta del ministro della Cultura Gayton McKenzie di escludere l’opera «Elegy» di Gabrielle Goliath – selezionata all’unanimità per rappresentare il Paese – ha riportato al centro una questione cruciale: fino a che punto l’autorità politica può intervenire nella libertà di espressione artistica? L’artista e la curatrice chiedono ora l’intervento del presidente del Sud Africa Cyril Ramaphosa. Al centro della controversia la versione aggiornata del progetto performativo che intreccia violenze storiche e conflitti contemporanei, dal passato coloniale sudafricano fino alla morte di donne e bambini a Gaza. Proprio il riferimento al conflitto mediorientale avrebbe motivato l’intervento del ministro, che ha giudicato l’opera politicamente inappropriata per rappresentare il Paese. «Elegy» è stata presentata in Italia nel 2024 da Raffaella Cortese, che rappresenta l’artista (disegni e fotografie tra 5 e 50 mila dollari, installazioni video tra 60 e 150 mila dollari).

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