A Venezia Padiglioni tra azioni dal vivo e visione curatoriale
Performance, opere in immagini, suoni e installazioni sfidano il collezionismo
4' di lettura
4' di lettura
La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (9 maggio – 22 novembre 2026) ruota attorno alla visione curatoriale di Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025, che la Biennale ha scelto di onorare affidando al team da lei nominato la realizzazione della mostra internazionale «In Minor Keys». Pensata come una metafora musicale, «In Minor Keys» invita a un’attenzione alle frequenze più sottili del presente– resistenza silenziosa, vulnerabilità, ascolto – privilegiando pratiche artistiche fondate sull’improvvisazione, sulla relazione e sul tempo. In questo contesto, la performance emerge come uno dei linguaggi più emblematici di questa edizione.
La performance rimane, tuttavia, uno dei media più complessi da collocare sul mercato: per molti artisti l’immaterialità è una condizione irrinunciabile, mentre altri ne accettano la traduzione in forme derivate come video, fotografia, suono o oggetto.
I padiglioni che, alla 61ª edizione della Biennale, adottano pratiche performative traducono «In Minor Keys» in esperienze corporee e temporali, in cui l’opera si manifesta come processo, relazione e atto situato. Questa impostazione trova una risonanza particolarmente evidente in alcuni padiglioni del Nord Europa, dove la centralità del corpo, del tempo e dell’azione dal vivo emerge come una delle novità più significative di questa edizione della Biennale.
I paesi della performance
In molti casi, gli artisti selezionati non sono rappresentati da gallerie, poiché provengono dal teatro o si trovano nelle fasi iniziali della loro carriera. È il caso di Maja Malou Lyse (1993), la più giovane artista a rappresentare la Danimarca, la cui pratica indaga forme di presenza, voce e corporeità che sfuggono alla fissità dell’oggetto, collocandosi in una zona intermedia tra installazione, azione e ambiente (le fotografie in edizione di 3-1AP sono in vendita a 4.700 euro circa). Intima e processuale è la proposta del Padiglione dell’Estonia, ospitato presso la Chiesa del Patronato Salesiano Don Bosco, nel sestiere Castello. Merike Estna (1980) integra elementi performativi sotto forma di open studio: l’artista realizzerà 11 dipinti di grandi dimensioni dal vivo durante tutta la Biennale (la rappresenta Temnikova & Kasela di Tallin).
Per la prima volta Paesi Bassi e Belgio scelgono di affidare i rispettivi padiglioni ad artisti la cui pratica è prevalentemente performativa. Il Padiglione dei Paesi Bassi, presenterà «The Fortress», un progetto che trasforma lo spazio architettonico in un’azione performativa dell’artista e autore di teatro Dries Verhoeven (1976). La sua pratica fonde teatro, installazione e partecipazione del pubblico, dando vita a interventi spesso site-specific e difficilmente riconducibili a opere oggettuali tradizionali come dipinti o sculture da collezione.







