Sardegna on the road

A tutta Barbagia, tour pastorale alla scoperta della più autentica “sardità”

In moto e in fuoristrada lontano dalle solite rotte ci si addentra nel cuore dell’isola tra vallate, canyon e insediamenti nuragici

di Donata Marrazzo

5' di lettura

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Se avete visitato la Costa Smeralda, ogni insenatura di Porto Rotondo, tutte le calette di Porto Cervo e vi siete inebriati dei colori e dei profumi della Gallura, se avete ammirato le spiagge della Maddalena e trattenuto il fiato sull’affaccio di Palau, se avete proseguito fino a Stintino e vi siete immersi nella sua abbagliante bellezza. E ancora se il promontorio di Capo Caccia vi ha dato i brividi guardando a strapiombo la superficie del mare, come pure quei 45 km tra Alghero e Bosa – bella Alghero, così catalana nella lingua, nella cultura, nell’architettura, anche nella cucina e nei suoi ventagli di sughero dipinti a mano e corallo in tutte le salse -, insomma se avete fatto il giro dell’isola, da Oriente a Occidente, lungo la costa, sfiorando pure la soffice sabbia di Cala Goloritzé, nel comune di Baunei, prima nella classifica di World’s 50 Best Beaches 2025, ma avete tralasciato l’interno, il cuore della Sardegna, beh, allora il vostro è stato un viaggio a metà. Che poi è quello che ho fatto anche io, da passeggera, in sella una Bwm Gs 1200, partendo, però, dall’entroterra.

Barbagia, alla scoperta della sardità

La profondità pastorale del paesaggio interno e tutti i suoi elementi, geografici, antropologici, storici e culturali, quelli che esprimono il senso della più autentica sardità, si colgono solo lì. Così, dopo una notte in traghetto, arrivati nella bella Cagliari, con i suoi palazzi che guardano il porto, tra il neoclassico, il liberty e l’umbertino (coperti appena da alcuni teloni per lavori in corso), abbiamo digitato sul tom tom la destinazione di Oliena, in Barbagia. I nostri amici ci seguono su una Honda Transalp 750.

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Ci risucchia subito il Gennargentu, Porta d’Argento della Sardegna più profonda. Mentre lo costeggiamo, un tornante dietro l’altro, ci vola sopra un’aquila reale. In quota, la natura si espande come per esprimere tutta la sua potenza. I profumi del timo, delle peonie e delle ginestre ingentiliscono i tratti più aspri del paesaggio, come pure piccole mandrie e greggi allo stato brado, tra il suono tradizionale dei campanacci. Prima tappa, il canyon di Gorropu, lungo la mitica Route SS 125, un tratto dell’orientale sarda: per i motocilisti è una strada leggendaria.

Birroncino sul Supramonte

Siamo sul Supramonte e brindiamo con un birroncino Ichnusa. Mancano meno di 40 km a Oliena, dove pernotteremo. Il b&b è all’ingresso del paese, una struttura di poche pretese gestita, però, da un host sopraffino: Giuseppe, documentatissimo sul territorio, ci riceve con del buon Cannonau Nepente di Oliena (quello e solo quello!) e un tagliere di pecorino e prosciutto crudo locale, carciofi sottolio e pane carasau. Ci racconta fino a notte dei sardi e del loro sentirsi così poco italiani. Ci spiega il perché del loro essere schivi, diffidenti, suscettibili, ma «seri, leali e poi, amici per sempre. A noi, l’Italia in fondo che ci ha dato? Possiamo farne a meno», conclude al secondo giro di filu ’e ferru.

La Sardegna segreta di Fabrizio Caggiari

Fabrizio Caggiari arriva alle 9 in punto. La sua Land Rover verde militare, con sticker giallo “Sardegna Nascosta”, team di guide specializzate in escursioni e trekking di ogni ordine e grado (perfino la speleologia nel mondo sotterraneo del Supramonte), è pronta all’avventura. Si arrampica sulle rocce, beccheggia quasi sull’orlo dei dirupi. In auto siamo in 8, con gruppo di Rimini. Nel secondo fuoristrada, guidato da Etta, ci sono dei milanesi e alcuni polacchi.

Tra scenari carsici e nuraghi

La prima sosta è sul fiume Cedrino, il più lungo della Sardegna, immersi nella lussureggiante macchia mediterranea, alla sorgente di Su Gologone. Non si sa come si snodi esattamente il corso d’acqua che spacca e scava la roccia costruendo suggestivi scenari carsici. Nella chiesetta campestre di Nostra Signora della Pietà c’è qualche turista in raccoglimento, mentre le maschere dei Mamuthones spuntano spaventose dietro i pioppi, ma è solo artigianato. C’è chi sceglie l’escursione in canoa tra aironi, cormorani e mufloni che scendono a bere sulle sponde.

Il villaggio di Tiscali

In fondo alla strada sterrata svetta la cresta del monte Tiscali che nasconde al suo interno un insediamento nuragico eccezionale per topografia e architettura. Si sale, si sale, poi si gira intorno alla montagna, passando attraverso una stretta fessura della roccia. Dall’alto, guardiamo il centro della terra. Il trekking - faticoso, sì - continua lungo il fianco della montagna. Su, ancora a destra, poi una curva ed ecco il villaggio nuragico - forse sono due - abitato, si pensa, fino all’età romana o tardo romana. L’insediamento è incastonato in una grande dolina. Giù, spalancata, la valle di Lanaitto.

Su pistiddu

Ma è nel paese preistorico di Sa Sedda Sos Carros che la nostra guida dà forma, con il racconto, a storie antichissime che nascono, vivono e muoiono in Sardegna, insieme ai suoi 15mila nuraghi. «Che erano grandissime torri realizzate con pietre giganti, portate fino a oltre 20 metri da terra. Il segno di una civiltà preistorica di cui non si conosce, ad esempio, la scrittura. Anzi ci domandiamo, scrivevano i nuragici? E cosa scrivevano? Avevano bisogno di farlo? E noi, cerchiamo un alfabeto uguale al nostro o loro ne avevano un altro?». Fabrizio approfondisce la questione: «Vi ricordo che noi sardi non scriviamo in lingua, lo facciamo solo in italiano. Stiamo iniziando adesso, imitando la nostra fonetica. La nostra lingua è cangiante. Per esempio, se dico hiju, con la i dolce sto dicendo figlio, se la stessa parola la pronuncio forte, dico sopracciglio. La verità è che noi potremmo vivere anche senza scrivere, perché abbiamo regole orali che valgono più di quelle scritte. Devo indicarti una direzione? Ti lascio un segnale nel punto in cui devi svoltare, su pistiddu, ad esempio, un ramo. Ecco, è tutta la nostra cultura che si tramanda in questo modo».

La fonte sacra con le teste di muflone

Ascoltiamo rapiti all’ombra degli alberi della valle selvaggia - spettacolari le grotte calcaree di Sa Oche e Su Bentu e i lontani boati dell’acqua - scorgendo, pochi metri più in là, i resti di un altro sito nuragico. Ambiente circolare e pareti con teste di muflone scolpite, da cui zampillava l’acqua: una fonte sacra intorno alla quale sono stati ritrovati 200 pezzi in bronzo. «Noi sardi non siamo stati solo pastori, così come molti hanno voluto rappresentarci, ma anche ingegneri, astronomi, medici. Abbiamo inventato un pane, tondo, che potesse durare per mesi nelle scorte dei pastori che seguivano il gregge, e abbiamo lasciato che le donne gestissero la casa. Ci ispira la forma tonda, anche il nostro ballu è tundu, si danza per risvegliare la terra».

Porceddu, erbe e Cannonau

A bordo della Land Rover, dondoliamo di nuovo sulle rocce. Poi Fabrizio ingrana le marce ridotte e il fuoristrada avanza su un fianco come in un videogame fino all’ovile di Marco. Due porceddi cuociono allo spiedo. Tra brocche di Cannau e acqua della fonte si dibatte di minimi e massimi sistemi: di quant’è bella la Sardegna («Ma Aga Khan è stato il quinto dei 4 Mori?»). Una sfoglia di carasau, ricotta e miele della macchia mediterranea: discutiamo di Sud e di Nord, di banditi e briganti, di politica e di sanità, di amici in comune («Ma guarda che combinazione!»). Del potere delle erbe di san Giovanni. Qualcuno racconta che lì in Barbagia, l’elicriso, l’iperico, la lavanda, la menta, il rosmarino, il timo e il verbasco fanno miracoli veramente. Soprattutto, scacciano il malocchio. Il viaggio riprende all’indomani, in moto, direzione Sant’Antioco. Torniamo al mare.

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