Miti dello sport

A tu per tu con Gianluigi Buffon, il portiere più forte del calcio italiano

Ha compiuto parate impossibili, fin dall’entrata in scena a 17 anni. Oggi è capo delegazione della nazionale azzurra e partner di Norqain e racconta il vero traguardo: «Essere felice».

di Paco Guarnaccia

Gianluigi Buffon è nato a Carrara nel 1978. Nella sua lunga carriera nel mondo del calcio ha giocato per Parma, Juventus e Paris Saint-Germain e ha difeso la porta della nazionale italiana per il numero record di 176 partite. Ha vinto il mondiale nel 2006 con l’Italia e 10 scudetti con la Juventus. Ha debuttato tra i professionisti nel 1995 e smesso nel 2023. Al polso, Buffon indossa il modello Wild One Skeleton nella versione Purple Ice Blue di Norqain.

5' di lettura

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Per introdurre Gianluigi Buffon basta una parola: leggenda. Del resto si parla di uno dei più grandi portieri della storia del calcio, collezionista di vittorie indimenticabili e punto di riferimento di tante generazioni di tifosi. Buffon ha smesso di giocare nel 2023, dopo 28 anni ad altissimi livelli in cui ha disputato 1175 partite tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili. Oggi è il capo delegazione della nazionale italiana e, dallo scorso aprile è diventato anche ambassador, business partner e azionista del giovane brand orologiero svizzero Norqain, fondato nel 2018 e specializzato nella realizzazione di modelli sportivi ad alte prestazioni.

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Viste le parate incredibili che hai fatto in carriera, quanto è stato importante per te il tempismo? Penso che sia quello che fa la differenza tra i grandi campioni e i giocatori bravi: avere la capacità di capire per tempo come si potrebbe sviluppare una situazione in campo e prepararsi ad affrontarla. Ma questo lo sanno in pochi. Ho fatto tantissime parate nella mia carriera non perché fossi più forte fisicamente, ma perché il mio tempismo era perfetto. Credo sia stata una delle ragioni fondamentali del mio successo. E lo allenavo, perché mi ero accorto che potevo migliorare una base che, nel mio caso, già mi aveva dato madre natura.

Il Wild One Skeleton nella versione Purple Ice Blue ha la cassa di 39 mm nell’esclusivo carbonio del marchio chiamato Norteq, leggerissimo e resistente. Il movimento è un calibro meccanico a carica automatica. Cinturino in caucciù. Costa 5.390 euro.

Tuo padre era un lanciatore del peso e tua madre una lanciatrice sia del peso sia del disco: sapevi che lo sport sarebbe stato anche il tuo percorso? Da ragazzo no. Oggi, guardando tutto con occhi da adulto e di chi ha percorso una certa strada, ti dico che probabilmente neanche me lo immaginavo, perché lo sentivo naturale. Sono cresciuto in una famiglia in cui vedevo mio padre in tuta sportiva cinque giorni su sette. Sono aspetti che, bene o male, ti danno un imprinting.

L’esploso dell’orologio che mostra tutti i suoi componenti.

Volevi diventare un portiere? Non lo so. Quello che so è fin da bambino ho sempre sognato di fare il calciatore.

Visto che ti sei affermato fin da giovanissimo, senti di aver perso qualcosa nella tua crescita? Il tempo di fare esperienze e di poter sbagliare senza essere sbattuto in prima pagina. Sono salito alla ribalta a 17 anni e ho dovuto gestire successo, popolarità e adrenalina. Oltre al denaro, ovviamente. A tutto questo non sei pronto a quell’età e mi arrabbiavo molto per il luogo comune che diceva che poiché guadagnavo molto, dovevo essere maturo. Uno a 17 anni ha la testa da 17enne: con i soldi non compra né la maturità, né l’esperienza, né il senso di responsabilità.

Tutto questo cos’ha comportato? Quegli inciampi che probabilmente avrebbero fatto tanti ragazzi nel loro percorso di maturità, io li ho pagati cari: la risonanza mediatica di certe situazioni mi ha messo in forte difficoltà. Quindi sono dovuto crescere prima dei miei coetanei. Oggi come persona mi sento molto forte perché ho superato tutto questo, sono felice della mia vita, ho energia, forza e positività per superare i momenti difficili. Non ho paura di niente, a parte che per i miei figli.

Fin dalla tua prima partita contro attaccanti formidabili hai dato un’impressione di onnipotenza. È vero. Mi sono sentito tale fino a 23 anni, ma ho dovuto cambiare quando sono passato alla Juventus: avevo la responsabilità di rappresentare in Italia e nel mondo una delle grandi squadre del calcio mondiale. Ho capito che avrei dovuto vivere in un modo un po’ più sereno e non costantemente in battaglia. Sono felicissimo di essere cambiato.

Cos’era per te la partita? È il motivo per il quale non ho smesso di giocare che a 45 anni, anche se negli ultimi cinque, per certi aspetti, è stato per me un po’ un patimento dovermi allenare tutti i giorni. Ma in partita sono sempre stato quello che sono e ho sempre potuto continuare ad affrontare certe sfide che prima dei 23 anni erano contro tutti, dopo lo erano solo in campo.

Vincere senza fare segnare gli avversari. Cosa provavi dopo una delle tue parate impossibili? Un senso di grande potere. Te ne accorgi quando fai certi interventi. E poi senti il boato del pubblico che ti acclama e va in visibilio, vedi i tuoi compagni che ti vengono ad abbracciare: sono emozioni forti.

La parata più importante che hai fatto? Quella su Zidane contro la Francia alla finale del mondiale 2006. È stata anche una delle mie più belle. Ma sicuramente penso di averne fatte altre 5 o 6 che io stesso mi sono chiesto come avessi fatto.

Gli avversari che temevi di più? Ronaldo il Fenomeno, un alieno che ha cambiato il calcio. Poi Vieri che i primi anni mi segnava sempre, e Totti. Anche Cristiano Ronaldo che mi ha segnato spesso...

Da sinistra: momenti nella carriera di Buffon. La parata su Zidane alla finale del mondiale del 2006. Il bacio alla coppa del mondo. L’esultanza con la Juve durante la stagione vincente 2014/15.

Hai attraversato quattro decadi da professionista. Ho cominciato a giocare con calciatori nati negli anni 60 e ho finito con i nati nel 2000... Quattro decadi, 2 o 3 generazioni che dal punto di vista calcistico sono almeno tre epoche: essere rimasto ad alti livelli è un grande merito per me visto com’è cambiata la velocità del calcio.

Come ti preparavi ad affrontare certi attaccanti? Da giovane non lo facevo e pensavo che erano loro che si sarebbero dovuti preparare a incontrare me. Poi, da grande, ho curato ogni dettaglio, studio dell’avversario compreso. Ero convinto che preparare troppo gli eventi portasse troppa tensione, poi ho capito che in realtà aiutava a tenere alta la concentrazione.

Buffon con Bonucci e Barzagli che, insieme a Chiellini, hanno dato vita a una difesa che ha fatto epoca sia nella Juventus, sia in Nazionale.

Da capitano e uomo simbolo delle squadre con cui hai giocato come interagivi con i compagni? Non ho mai avuto preconcetti verso nessuno e cercavo di avere una buona empatia con chi rispettava la storia del club e le regole dello spogliatoio, ma che, soprattutto, dava tutto in campo.

Hai vinto tantissimo, ma hai anche perso. Che cos’era per te la sconfitta? Un’esperienza molto dolorosa ma, per certi aspetti, è anche molto bella perché ti costringe a entrarci dentro e ad analizzarla, e se mai avessi un’altra chance, potresti partire avvantaggiato.

Giocando in giro per il mondo hai viaggiato tanto. Si, ma ho visto poco. Ora sto cercando di recuperare. A cominciare dall’Italia, che è il Paese più bello del mondo.

Come ti trovi nel tuo nuovo ruolo con la Nazionale? Ho un lavoro bellissimo. Prima di me non esisteva la figura di capo delegazione, ovvero il direttore sportivo della nazionale: è un’investitura molto gratificante. La nazionale, così come la Juve o il Parma, la sento sulla mia pelle ed è normale sia così visto che ci sono entrato nel 1993.

Buffon alza la coppa dello scudetto del campionato vinto nel 2017/18.

Com’è iniziata la tua partnership con Norqain? La filiale italiana mi ha illustrato il progetto, la possibilità di diventarne anche partner, con chi avrei condiviso questo percorso e la competenza delle persone che ci sono a bordo (dal 2022 tra i membri del board c’è il famoso manager del settore Jean-Claude Biver, ndr.). Quello che mi ha fatto scattare la scintilla è il fatto che sia un brand nuovo: fosse stato già noto, probabilmente non mi avrebbe interessato. Mi piace che sia indipendente e che produca orologi moderni, con materiali e movimenti di grande qualità, da indossare in contesti sportivi o casual.

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