Design

A Torino lo studio Try a Game crea i giochi da tavolo per i giganti di Marvel

Il founder Andrea Chiarvesio lavora a progetti su licenza: «L’attività ludica è un’alta forma di socializzazione»

di Filomena Greco

Uno dei titoli originali sviluppati dallo studio Try a Game, sotto il gioco creato per Marvel United

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Per giganti come la Marvel crea giochi da tavolo ispirati a videogiochi di successo o film. Lo studio Try a Game fondato da Andrea Chiarvesio è un tesoro di creatività che da anni lavora a storie, intrecci logici, schemi virtuali, percorsi possibili. «Lo studio di design development a Torino fa consulenza di game design principalmente per giochi basati su licenze per alcuni dei più importanti editori al mondo» spiega Chiarvesio. Si lavora alle regole del gioco, allo svolgimento delle trame lungo gli intrecci logici, agli elementi che devono essere presenti per lo svolgimento del gioco.

Lo studio ha all’attivo lavori importanti come Marvel United, per DC, e ha prodotto anche per la Disney. «Stiamo in questo momento - racconta Chiarvesio - lavorando con un editore di cui non possiamo svelare il nome. In questo settore di lavora molto attraverso il crowdfunding e le campagne di raccolta fondi online, quindi prima che venga annunciato il lancio di un nuovo gioco, si fa attenzione a non anticipare notizie per mantenere l’effetto sorpresa».

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Ad avviare le campagne di raccolta di risorse sono anche i grandi player dell’editoria, «ci è capitato di contribuire alla campagna per il lancio di Marvel United, arrivata a 18 milioni di dollari». Andrea Chiarvesio e i membri del team sono stati coinvolti attivamente nell’iniziativa - nelle prime tranche di raccolta il crowdfunding è stato fatto su KickStarter, poi per le espansioni del gioco, su Gamefound - partecipando alle dirette youtube, rispondendo alle domande e alle curiosità delle migliaia di giocatori che hanno sostenuto il progetto e improvvisando game design all’ultimo minuto.

Il sistema di crowdfunding, dapprima nato come sistema per supportare gli autori che hanno le idee ma non le risorse, diventa dunque un sistema di prenotazione vero e proprio e una piattaforma di prevendita. «Si tratta comunque di uno strumento prezioso perché permette di dare ai giocatori il gioco, nella sua versione migliore, più ricca ed evoluta» spiega Chiarvesio.

Giochi da tavolo puramente analogici, dunque, in un tempo dominato dai consumi elettronici. Una sorta di antidoto al videogioco da schermo, eredi moderni dei giochi tradizionali come il Monopoli o il Risiko. Il mercato dei giochi da tavolo è fatto, spiega Chiarvesio, da titoli che arrivano dal mondo dei videogiochi o dei film, con progetti sviluppati su licenza - è il caso dei giochi Marvel, Pokemon, Cyberpunk o Assassin Creed - accanto a titoli originali che invece non hanno licenze e nascono dalla creatività degli studi. Tra questi una produzione dello studio Try a Game è il gioco Nuova Era, «ispirato a videogiochi come Civilitation, ma a tutti gli effetti un gioco originale che ripercorre la storia dell’umanità» spiega il founder. Lo studio ha tre persone che lavorano a tempo pieno, più una serie di collaboratori esterni “a gettone” sparsi per il mondo, dal Brasile alla Grecia.

Perché i titoli restino nel tempo, devono avere alle spalle una struttura di gioco valida, efficace, accattivante, divertente, spiega Chiarvesio. «L’Italia ha buone competenze nella creazione di giochi, non è un caso che la nostra società sia uno dei due migliori studi di sviluppo al mondo, l’altro è negli Stati Uniti, inoltre abbiamo una scuola molto valida di designer indipendenti, con grandi eccellenze in campo, mentre il nostro mercato ha ancora spazio per crescere» è l’analisi che fa il fondatore di Try a Game.

Il mercato a livello globale vale 12 miliardi di dollari e cresce del 5% all’anno. In Europa è il mercato francese quello più importante, mentre a livello globale si impone il mercato anglosassone. «Giocare allo stesso tavolo altre persone, ridere e scherzare insieme è un piccolo anticorpo» conclude Chiarvesio. In Italia, aggiunge, «paghiamo il pregiudizio, nella nostra cultura, che giocare sia una cosa da bambini, invece è un’attività basilare dell’essere umano, una forma alta di socializzazione».

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