Capolavori on demand

A Londra il museo è su richiesta: 600mila oggetti del V&A visibili gratuitamente

Dagli stivali rossi di David Bowie alla facciata di un edificio brutalista: quali sono i lotti preferiti dai visitatori del Victoria & Albert Museum East Storehouse.

di Baya Simons. Foto di Niall Hodson

Tristram Hunt, direttore del V&A; Colonnato di Agra, 1630-1640.

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Nella scena finale del film di Steven Spielberg Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, l’inquadratura si ferma su un busto dorato riposto in una cassa di legno che viene sigillata con chiodi e chiusa con un lucchetto, prima di essere trasportata in un deposito all’interno di un magazzino-bunker pieno di altre scatole identiche, e posizionata in una fila qualsiasi: finalmente al sicuro dal nemico. Titoli di coda.

«Nella mia carriera ho sempre avuto in mente quell’immagine», racconta Tim Reeve, vicedirettore e coo del Victoria and Albert Museum. «Mi immaginavo di poter entrare in quello spazio, aprire una cassa e vedere che cosa conteneva». Il sogno si è realizzato quando, nel 2015, Reeve ha accolto la sfida di trasferire la collezione del V&A dal suo deposito permanente presso Blythe House, Kensington, nel cuore di Londra, alla nuova sede di Stratford. In quell’occasione gli balenò l’idea: «Non sarebbe meraviglioso se il grande pubblico potesse accedere a questi spazi, sconfinare, esplorare e decidere da solo che cosa vedere?».

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Il risultato è il V&A East Storehouse, il museo deposito del Victoria and Albert Museum, inaugurato a maggio 2025 nella zona est di Londra. Grazie agli architetti di New York Diller Scofidio + Renfro, conosciuti per le loro opere sulla High Line e il museo The Broad di Los Angeles, un ex hangar è stato trasformato in un museo open-space, elegante, industriale, in vetro e metallo, che si sviluppa intorno a un enorme atrio. Lo Storehouse ospita i pezzi attualmente non esposti in altre sale del museo: dipinti, mobili, manufatti, armi, capi d’abbigliamento, scarpe, opere architettoniche, in gran parte su espositori aperti. A settembre è stato inaugurato un centro dedicato a David Bowie con 90mila oggetti, tra cui la famosa mascherina per l’occhio, la redingote firmata Alexander McQueen e la sua chitarra acustica a 12 corde.

Si può vedere praticamente tutto tramite il servizio Order an Object, che permette a chiunque di selezionare cinque articoli e, accompagnato da un membro dello staff, trascorrere fino a quattro ore con gli oggetti scelti: se quelli selezionati non sono particolarmente delicati e sono significativi per la persona che li richiede (per esempio, un artigiano mobiliere potrebbe voler vedere come funziona una giunzione), possono essere maneggiati liberamente.

Il successo del servizio è stato inaspettato: a oggi sono oltre 25mila gli articoli ricercati dal pubblico. La parte divertente è ascoltare «quel ‘ahh’ quando qualcuno apre una scatola o abbassa una zip», spiega Kate Parsons, direttrice responsabile della cura e dell’accesso alle collezioni, che sovrintende il progetto. «Non avere barriere tra te e un oggetto e sentirne la vicinanza, è magico».

Finora i lotti più richiesti sono stati i costumi e i sassofoni di David Bowie; il pezzo non-Bowie più prenotato è una superba gonna vaporosa in taffetà di seta rossa, disegnata da Cristóbal Balenciaga nel 1954. Ma gli interessi sono i più disparati: «C’è il ricercatore molto attento che conta i fili della trama di un vestito o chi ha scelto qualcosa solo perché raffigura dei gatti. Ci sono state anche diverse persone che si sono date chiaramente appuntamento qui», dice Parsons.

Lo Storehouse si trova all’interno di un progetto di sviluppo più ampio per l’East Bank, che comprende anche il teatro Sadler’s Wells East, che sta contribuendo a diffondere parte del patrimonio culturale londinese dalla zona ovest, mentre ad aprile aprirà un nuovo avamposto del Victoria and Albert, il V&A East. L’edificio dello Storehouse è accessibile a chiunque di qualsiasi età. Tristram Hunt, direttore del V&A dal 2017, è molto felice del fatto che tanti dei visitatori regolari siano i bambini della scuola primaria locale.

Lo spazio-deposito prima era di proprietà del governo, quindi il museo ha ricevuto una sovvenzione di 63 milioni di sterline per facilitare il trasferimento. Inoltre, sono stati raccolti altri 20 milioni di sterline per aspetti specifici dello Storehouse. «Non avremmo mai ottenuto questo risultato senza il supporto filantropico», spiega Hunt. L’Archivio Bowie, per esempio, è stato acquistato grazie alla generosità della Blavatnik Family Foundation, di Warner Music Group e del David Bowie Estate. Lo spazio che ospita lo scintillante telo di scena di Picasso Le Train Bleu è stato sostenuto e intitolato ai filantropi David e Molly Lowell Borthwick. L’imprenditore francese del tech Frédéric Jousset ha finanziato nuove commissioni artistiche. «Penso che tutti abbiano capito la missione civica di questo progetto e il fatto che sia gratuito. Ed è molto importante!», va avanti Hunt.

Nel corso dell’ultimo anno sono stati donati o acquistati altri 5.097 pezzi e archivi. «È una parte centrale di come riusciamo a crescere», dice Reeve. «I nostri budget di acquisizione non sono molto elevati, quindi molto dipende dalle donazioni in denaro, da quanto le persone condividono il proprio sapere e i propri oggetti. La linfa vitale dei musei britannici è davvero ciò che le persone decidono di donarci».

In queste pagine abbiamo chiesto ad alcuni membri del team del V&A e della sua comunità di scegliere i loro oggetti preferiti tra quelli conservati nell’archivio. Ponendo a loro la domanda: che cosa metteresti nella tua scatola?

TRISTRAM HUNT

TRISTRAM HUNT, direttore del V&A

Colonnato di Agra, 1630-1640

Attraverso il pavimento di vetro del piano terra si può ammirare uno dei pezzi più strabilianti dello Storehouse: un colonnato del XVII secolo dei bagni dell’imperatore Moghul del Forte Rosso di Agra, in India. Composto da cinque colonne di marmo, ciascuna intarsiata e tempestata di pietre come la corniola (anche se molte sono state rubate nel corso degli anni), offre «una splendida panoramica sulla storia del design dei Moghul e sulla sua incredibile civiltà multiculturale», dice Hunt. E poi c’è l’affascinante storia di come siano arrivate al V&A: quando il forte cadde in rovina, gran parte del colonnato fu sepolto per liberare il sito. Fu quindi richiesto per l’Esposizione Coloniale e Indiana del 1886 a Londra, momento in cui fu dissotterrato e portato a South Kensington. Nel 1957 fu messo in deposito e conservato in un bunker nucleare nel Wiltshire, per poi essere esposto solo dal momento dell’apertura del museo all’inizio del 2025. «Mi piace la nozione di trasparenza, il fatto che sia sotto al pavimento di vetro: non nascondiamo nulla, anzi vogliamo interrogare questi pezzi del passato e capire quale sia il loro significato oggi», aggiunge Hunt. «Questo luogo deve trasmettere un senso di sublime, e penso che anche il colonnato contribuisca».

VICK HOPE

VICK HOPE, presentatrice TV e radio e membro del cda del V&A

Ornamento per capelli, 1850-1884, creatore sconosciuto

«Amo le creazioni egiziane, in particolare i gioielli», racconta Hope. È stata attirata da questo ornamento per capelli in filigrana d’argento dorato, che sarebbe stato indossato sulla parte frontale di un fez da donna nell’Egitto del XIX secolo. «È così opulento, così raffinato, con dettagli talmente meticolosi. Mi piace immaginare quel momento, quell’epoca, attraverso pezzi come questo». Il suo interesse risale alle vacanze trascorse da bambina in Egitto, di passaggio prima di andare in Nigeria, Paese natale della madre. Questo pezzo, in particolare, la aiuta a rievocare la storia: «Quando penso a chi l’ha creato, a chi l’ha scelto e indossato, il suo carattere assume tante sfaccettature diverse».

 T-shirt We Should All Be Feminists, 2017, disegnata per Dior da Maria Grazia Chiuri

Maria Grazia Chiuri, prima direttrice artistica donna di Dior, aveva mandato in passerella questa T-shirt per la sua collezione d’esordio. Era decorata con il titolo di un TEDx Talk e dell’omonimo saggio di Chimamanda Ngozi Adichie: Dovremmo essere tutti femministi (We Should All Be Feminists). «La ricordo sulla passerella», dice Hope. «Una silhouette incredibile. Adichie è la mia scrittrice preferita e Metà di un sole giallo il mio libro del cuore. Richiama la storia di mia madre, cresciuta durante la guerra civile Biafra-Nigeria». Ha ripensato alla sua storia dopo aver visto un ragazzino di 13 anni che leggeva il libro sul treno. Le fece tornare in mente la T-shirt, che lei considera un vero motto per la vita.

TIM REEVE

TIM REEVE, vicedirettore e coo del V&A

Mattonella, XV secolo, creatore sconosciuto

Reeve spiega: «Il mio punto di partenza riguarda sempre la sfera personale: cercavo qualcosa dal Norfolk». La scelta va quindi su una mattonella di terracotta rossa del XV secolo proveniente dal camino di una casa, ora demolita, a Little Walsingham, vicino alla costa nord. Incisa con la figura di un angelo a quattro ali, le mani in preghiera, è stata realizzata da un artigiano ignoto. C’è qualcosa di avvincente, secondo Reeve, nel fatto che questo «pezzo di materiale edile così umile e finemente inciso sia sopravvissuto 600 anni perché qualcuno ci teneva a tal punto da far sì che vivesse. Mi piacerebbe seguire la sua storia con un time-lapse per capire dove sia stata».

Stivali di David Bowie, 1972, di Pelican Footwear

Gli stivali in vinile rosso di Bowie furono disegnati dai produttori di scarpe di New York Pelican Footwear: un modesto numero 42 (la star era alta 1 metro e 79). Insieme a un abito in lamé blu metallico, con la sua iconica applicazione a forma di fulmine, creazione di Freddie Burretti, furono disegnati per il tour live Ziggy Stardust del 1973, dopo il quale Bowie annunciò il ritiro del suo personaggio Ziggy. Questi pezzi «lo incapsulano», racconta Reeve. «Si tratta del colore, del glamour, di tutto». Rivelano anche l’unicità di Bowie: «È tutto ciò che io non sono. Così naturalmente cool e sicuro di sé, elegante e fantasioso».

MIRI AHN

MIRI AHN, assistente curatrice al V&A East

Senza titolo, 2006, di Gregory Crewdson

Da bambina, l’assistente curatrice del V&A East, Miri Ahn, voleva diventare regista. Fu solo mentre studiava cinema all’università che si rese conto di poter lavorare con immagini ferme e in movimento anche come curatrice. Questa fotografia su larga scala (misura più di 2 metri di larghezza) del fotografo americano Gregory Crewdson l’ha attirata per le sue qualità cinematografiche: raffigura una città suburbana misteriosa e anonima. «Sembra il fotogramma di un film ed era proprio questa l’intenzione del fotografo», dice Ahn. «Non è fotografia documentaristica: l’ambiente è messo in scena con una specifica coreografia, illuminazione compresa. Mi ricorda il cinema. Si può immaginare la storia prima e dopo». Secondo Ahn, l’opera si può apprezzare appieno solo di persona. «La scala è davvero importante, permette di vedere tutti i dettagli».

MOJISAYO ROBSON

MOJISAYO ROBSON, creativa, scrittrice ed ex membro dell’associazione V&A East Youth Collective

Robin Hood Gardens, Poplar, Londra, 1970-1972, di Alison e Peter Smithson

Per un anno, a partire da novembre 2024, Robson, nata nel quartiere londinese di Hackney, ha fatto parte del team locale di giovani che andavano allo Storehouse una o due volte alla settimana per riflettere su come rendere lo spazio accessibile e invitante per la comunità locale. L’obiettivo era di «cercare di far sentire le persone benvenute», spiega Robson. In quel periodo si è imbattuta in questa opera di architettura: una sezione a tre piani dei Robin Hood Gardens, l’edificio di housing sociale a Tower Hamlets, progettato da Alison e Peter Smithson alla fine degli anni Sessanta. Marchiato come un esempio eclatante di design brutalista, fu demolito nel 2017 a causa di problemi di manutenzione e di un basso livello di sicurezza per i residenti. «Sono rimasta molto colpita dal fatto che la facciata di un edificio sia in un museo», dice Robson. «All’interno del collettivo di giovani ne abbiamo parlato a lungo: cosa rende le cose degne di essere ricordate, di essere archiviate?». Per lei questo pezzo rappresenta «quanto Londra sia cambiata attraverso la rigenerazione e la gentrificazione. E come aree quali Robin Hood Gardens e complessi di housing sociale – zone aspre – si siano trasformate, in meglio o in peggio».

ROBYN LYNCH

ROBYN LYNCH, stilista

Sedia, 1968, disegnata da Poul Kjærholm e realizzata da E. Kold Christensen

«Al momento sono nel mio periodo arredo», dice la stilista di moda maschile nata a Dublino. «Dopo aver avuto a che fare con i vestiti per così tanto tempo, ho trovato questo nuovo interesse». Ha visto la sfida di dover scegliere un solo articolo dello Storehouse come un’opportunità per avvicinarsi a «cose a cui normalmente non avrei accesso». Questa sedia degli anni Sessanta in pelle e acciaio, disegnata dal modernista danese nel XX secolo Poul Kjærholm, è qualcosa che «mi piacerebbe avere in casa. I mobili di metà Novecento sono così di tendenza al momento». È stata attirata da questo pezzo perché «è organico e naturale, è ricercato, ma anche contemporaneo. E piuttosto basso, con proporzioni interessanti».

Giacca, 1992, del brand Stüssy

Quando Lynch è stata incaricata di disegnare le divise per lo Storehouse, ha cercato di creare capi che fossero «universali, per tutti». Questa giacca di Stüssy con la sua forma pulita – ispirata agli abiti da lavoro – e la vestibilità squadrata possiede una simile aura senza tempo. «Ciò che amo di questa giacca è che potrebbe benissimo stare in uno dei negozi del brand anche oggi», dice Lynch. «È una vera testimonianza di un marchio che resiste da tanti anni e mantiene ancora una forte etica del design e un fascino intramontabile. È un pezzo che sogno di avere anch’io per il mio brand un giorno: mi è sembrato giusto optare per qualcosa che indosserei volentieri».

YSABEL HANNAM

YSABEL HANNAM, responsabile dell’accessibilità alle collezioni del V&A East Storehouse

Braccio con pinza prensile, 1966, progettato da D.A. Morton

Questo ausilio per disabili in alluminio e acciaio inossidabile è stato progettato da un ingegnere che lavorava in un ospedale ortopedico: fin dall’inizio degli anni Sessanta, aveva visto margini di miglioramento nei bastoncini in legno con carrucola a corda che venivano forniti ai pazienti per aiutarli a raggiungere gli oggetti. Insieme a due colleghi ingegneri realizzò questo strumento più resistente in grado di sollevare fino a circa 2 chili, quasi il «peso di un mattone», dice Ysabel Hannam, che lavora al servizio Order an Object. «Penso sia ingegnoso. Mi piacciono gli strumenti che fanno parte della vita quotidiana, ma che hanno quel qualcosa in più».

Sedia Torsion Box Shell, 1970, disegnata da Brian Long

Questa seduta ispirata a una conchiglia è stata disegnata dal designer Brian Long. Hannam è rimasta colpita dalla storia che una visitatrice le ha raccontato riguardo a questo articolo. È emerso che questa persona voleva vedere la sedia perché Long era suo padre: un prototipo con la stessa forma aveva arredato la sua cameretta da bambina. «È stato piuttosto emozionante essere con lei e ascoltare il suo racconto», dice Hannam. «Mi descriveva tutti i modi in cui ci sedeva sopra da piccola». Hannam ha visto questa sedia quasi surreale color melanzana sotto una nuova luce: «Perché non abbiamo più sedie di colore viola?», si chiede da allora.

MARIELLA FROSTRUP

MARIELLA FROSTRUP, giornalista, presentatrice e membro del cda del V&A

Copriletto, 1690-1720, creatore sconosciuto

«Ho sempre desiderato che il V&A allestisse una mostra intitolata Women’s Work per mappare il modo in cui il lavoro delle donne sia stato plasmato dalla società negli ultimi quattrocento anni», spiega Frostrup. «Questo sarebbe stato un pezzo importante nella mia mostra dei sogni: il pezzo centrale». La trapunta è stata realizzata per una tenuta medievale nel Devon, utilizzata un tempo dai vescovi di Exeter, non lontano da dove vive Frostrup. «Mi piace perché mi rende felice. Sono tutti scampoli di tessuto. È un’incredibile via di accesso a quell’epoca e a ciò che indossavano le persone, ai tessuti di cui erano fatte le loro tende e ai colori delle stanze. Anche se è solo un copriletto patchwork, contiene così tanti spunti di racconti». Una sezione di seta verde lime con fiori rosa è particolarmente attraente: «È così sfumata e si scorgono appena i piccoli resti di quello che sicuramente era un rosa molto acceso», dice. «Sembra incredibilmente fresca e moderna, eppure è arrivata a noi intrisa delle storie che risalgono a 300 anni fa».

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