Medio Oriente

«A Gaza l’acqua usata come arma», la denuncia di Msf contro Israele

Medici senza frontiere documenta la distruzione delle infrastrutture idriche a Gaza, con gravi ripercussioni sanitarie e umanitarie, mentre in Cisgiordania prosegue l’espansione degli insediamenti israeliani

di Valentina Furlanetto

Bambini palestinesi feriti vengono trasportati in ambulanza al loro arrivo per ricevere cure mediche al valico di King Hussein Bridge a South Shuna, in Giordania, il 27 aprile 2026.  EPA/MOHAMED ALI EPA

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«Mio nipote era a Nuseirat. Era andato a prendere dell’acqua potabile, era in fila con altri bambini e l’hanno ucciso. Aveva 10 anni. Andare a prendere l’acqua non dovrebbe essere pericoloso». L’acqua viene usata come arma a Gaza. Il racconto, che risale al luglio 2025, arriva da Hanan, una palestinese di Gaza City, ed è contenuto nel nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere “Water as a Weapon: Israel’s Destruction and Deprivation of Water and Sanitation in Gaza” in cui emerge chiaramente che l’utilizzo da parte delle autorità israeliane dell’accesso all’acqua è stato usato come arma contro i palestinesi.

L’accusa della Ong contro la strategia di Israele

L’ong ha documentato che l’accesso all’igiene di base, compresa l’acqua pulita, il sapone, i pannolini e i prodotti per l’igiene, è diventato estremamente difficile nella Striscia. Le persone sono costrette a scavare buche nella sabbia e a usarle come latrine, con inevitabili conseguenze: queste buche si allagano e contaminano l’ambiente circostante e le falde acquifere con le feci. La mancanza di accesso all’acqua porta anche a un aumento delle malattie, tra cui infezioni respiratorie della pelle e malattie diarroiche.

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Claire San Filippo, responsabile delle emergenze di Msf, spiega che «i palestinesi sono rimasti feriti e sono stati uccisi semplicemente cercando di procurarsi l’acqua». Israele - secondo i dati raccolti dalla ong - ha distrutto o danneggiato quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie a Gaza, compresi impianti di desalinizzazione, pozzi, condutture e sistemi fognari. Le équipe di Msf hanno documentato casi in cui l’esercito israeliano ha sparato contro autocisterne chiaramente identificabili o ha distrutto pozzi che rappresentavano un’ancora di salvezza per decine di migliaia di persone. Spesso si sono verificati episodi di violenza durante la distribuzione dell’acqua alla popolazione, causando feriti tra i palestinesi e gli operatori umanitari e danneggiando le attrezzature. Il risultato è che se l’Onu riconosce come diritto fondamentale uno standard di 50 litri al giorno a persona ancora oggi a Gaza la fornitura media giornaliera è di soli sette litri di acqua potabile e sedici litri di acqua per uso domestico.

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La lettera del cardinale Pizzaballa

Continuano poi i raid dell’esercito israeliano. L’Idf ha fatto sapere ieri di aver demolito quattordici chilometri di tunnel di Hamas a Nord della Striscia. E in un attacco israeliano nella zona di Beit Lahiya un adolescente palestinese è stato ucciso e una persona è rimasta ferita. Lo riferisce l’agenzia di stampa palestinese Wafa, aggiungendo che il quindicenne ucciso si chiamava Ayham al-Omari.

Delle sofferenze del popolo palestinese ha parlato ieri il cardinale di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, che in una lunga lettera pastorale ai fedeli della sua diocesi affronta la questione con la franchezza che lo contraddistingue: Pizzaballa scrive che non si può «stilare una graduatoria della sofferenza», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato» sottolineando che «le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».

Il cardinale poi affronta senza giri di parole anche la questione della Cisgiordania, la situazione più grave dopo quella di Gaza, perché «aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti». Per il Patriarca «se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente».

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Nuovi insediamenti in Cisgiordania

E proprio ieri in Cisgiordania è stata posta la prima pietra di un nuovo quartiere nella città-insediamento israeliana di Ariel, nel corso di una cerimonia celebrativa alla quale hanno partecipato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e altri alti esponenti del governo. Secondo Times of Israel il nuovo quartiere costituisce la prima parte di un progetto per la costruzione di circa 12mila unità abitative per l’espansione della città dagli attuali 22mila circa abitanti a 80mila. «Non c’è rumore più gioioso di quello dei bulldozer che stanno costruendo Israele e distruggendo l’idea dello Stato palestinese» ha dichiarato Smotrich durante la cerimonia.

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